

«Qualche giorno fa ho incontrato il premier Markovi?. Gli avevo chiesto un’intervista e lui aveva acconsentito, invitandomi al palazzo del Parlamento. In quell’edificio che conta ben 65.000 metri quadrati, oltre al portiere c’era un unico uomo: quello che, adesso ci è chiaro, è stato l’ultimo primo ministro della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Con grande gentilezza mi ha fatto accomodare e mi ha chiesto se volevo un caffè. Io ho accettato, mi sembrava brutto rifiutare il caffè offerto dal premier. Allora si è alzato ed è andato nella stanza della segretaria a farmelo. Gli sono corso dietro, ho detto di lasciar perdere, non avevo capito che avrebbe dovuto prepararmelo lui. E lui, serafico, ha risposto: “E chi altro, se non è rimasto nessuno?”».
Sulla copertina de La stagione che non c’era, ultimo romanzo di Elvira Mujcic edito da Guanda, è ritratta una donna che si getta nel vuoto, a braccia spalancate, andando incontro alla morte con lo sguardo rivolto verso il cielo. Si tratta della perfetta metafora del salto nel vuoto che ha compiuto il popolo dell’ex Jugoslavia all’inizio degli anni Novanta.
Da un lato, quello che era stato non poteva più essere. Dall’altro, il futuro ammaliava e spaventava: i movimenti nazionalisti galoppavano e si percepiva nell’aria la guerra che sarebbe scoppiata di lì a pochi mesi.
La stagione che non c’era coglie alla perfezione quel momento sospeso tra la dissoluzione della Jugoslavia e l’inizio della guerra. Elvira Muj?i? riesce a mescolare sapientemente finzione narrativa e memoria storica, inserendo fra le pagine del libro stralci tratti dai giornali dell’epoca, come quello menzionato all’inizio.
L’autrice crea una sospensione quasi magica, in cui noi lettori, che conosciamo minimamente la Storia, sappiamo come andrà a finire questo romanzo eppure ci immergiamo totalmente nella lettura, con suspense e pathos.
La stagione che non c’era racconta l’anno 1990. Due giovani tornano nella cittadina natale in Bosnia orientale. L’atmosfera intorno a loro è elettrica: i movimenti nazionalisti galoppano, si riscoprono identità nazionali che per decenni erano state sopite.
Nene ha poco più di vent’anni, è un artista squattrinato, ossessionato dall’idea che il suo Paese possa, da un giorno all’altro, non esistere più. E soprattutto che nessuno sappia più cosa significhi essere jugoslavi. Per questo cerca di realizzare un’opera d’arte che testimoni al mondo cos’è stato questo ideale di unità e di nazione.
Merima ha la stessa età di Nene, frequentavano la scuola del paese insieme e, dopo anni di lontananza, si ritrovano. È una ragazza madre, che crede ancora nella possibilità di salvare il proprio Paese. Infine c’è Eliza, la figlia di Merima, che ha otto anni e sogna un viaggio in Montenegro per raggiungere il padre che non ha mai conosciuto.
La stagione che non c’era è un romanzo sull’inizio della fine. Racconta il sogno infranto di una generazione. Pur essendo ambientato trentacinque anni fa, ha tratti di estrema attualità: i movimenti nazionalisti e razzisti, la religione come baluardo di diversità, la guerra invocata e fomentata.
Elvira Mujcic ci consegna un romanzo che, con uno sguardo rivolto al passato, fa riflettere anche sul presente.
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