

Un’analisi dell’anarchia che supera stereotipi e violenza, riportandola alla sua dimensione più esigente: responsabilità individuale, autocontrollo e coerenza tra mezzi e fini. Da Bakunin a Pessoa, emerge una visione meno ideologica e più interiore della libertà.
Quando l’autorità non appare più come una necessità, ma come un’abitudine sbagliata, fonte d’ingiustizie e crudeltà evitabili, non sembra più come una legge inscritta nell’ordine delle cose, ma come un riflesso acquisito e nocivo. L’anarchia nasce allora, quando cioè quest’impressione, o questo legittimo sospetto, si trasformano in una sorta di evidenza, spesso commista alla curiosità sottesa alla seguente domanda: che cosa accadrebbe se l’umanità imparasse a convivere senza fare affidamento su alcun potere?
Si è creduto a lungo che l’anarchico fosse un distruttore e si è confusa la negazione con il caos, la critica con la dissoluzione. Eppure, anche tra coloro che hanno pronunciato parole infuocate, si avverte un’intenzione più complessa. Quando Michail Bakunin scrive che «la passione per la distruzione è anche una passione creatrice», egli non intende glorificare la rovina in quanto tale, ma scorge nella negazione un atto preliminare, una liberazione di spazio. Come chi abbatte un muro non per amore delle macerie, ma per lasciar entrare la luce. Il problema è che quella luce è una proiezione talmente assoluta ed efficace da rendere qualsiasi regola successiva, anche autoimposta, l’equivalente di un nuovo muro, non meno oppressivo di quello che si è abbattuto.
La visione ottimistica della natura umana di Petr Alekseevic Kropotkin si basa anch’essa sulla convinzione che l’uomo non sia soltanto competizione e lotta, ma anche socievolezza, come già con accenti diversi aveva suggerito Aristotele. Se ciò è vero, l’ordine non è necessariamente figlio della coercizione, ma esiste una forma di armonia che nasce dalla cooperazione spontanea, da un mitico e ideale stato di natura, come lo immaginava Rousseau, in cui la disciplina è autodisciplina e non ha bisogno di alcun tipo d’imposizione. L’anarchia, in questa prospettiva, non allude a un vuoto di potere, ma piuttosto a una fiducia incondizionata nella spontanea capacità umana di autoregolarsi, di coordinarsi con gli altri senza essere controllato e sanzionato.
Max Stirner declina quest’idea generale proponendo un tipo di anarchismo individualistico ancora più radicale, perché fonda la sua causa su un atto di sottrazione totale a qualsiasi tipo di autorità. Ogni idea che pretenda sacralità viene spogliata di qualsiasi funzione utile all’umanità: sia che si faccia riferimento alla nazione sia che si discetti di etica si usano comunque parole che rischiano di trasformarsi in catene. Sotto questo profilo, Stirner non demolisce soltanto istituzioni; demolisce illusioni. Egli avverte che il potere più resistente non è quello che si vede, ma quello che si pensa. L’autorità sopravvive nei concetti che abitano la mente e liberarsi da essi significa dissolvere il dominio alla radice.
Prima di lui Lev Tolstoj aveva osservato la scena sociale e politica con una quieta severità, riconducendo ogni vera alternativa all’esistente a una rivoluzione interna all’uomo, perché «può esistere una sola rivoluzione permanente: quella morale, la rigenerazione dell’uomo interiore». Nessuna trasformazione esterna sarà stabile se l’uomo resta identico a se stesso. Tutti desiderano cambiare il mondo; pochi accettano di cambiare il proprio cuore, mentre è proprio qui che possono verificarsi le trasformazioni decisive per i destini dell’umanità. Il vero spirito anarchico invita quindi a un profondo esame di coscienza: non è il potere a dover cadere per primo, ma l’inclinazione a detenerlo o a temerlo.
Il Mahatma Gandhi, che di Tolstoj fu allievo spirituale, aggiunge a questa visione un corollario forse ancor più incisivo e concreto: «non esiste alcun muro di separazione tra mezzi e fini». Se la libertà è il fine, deve abitare coerentemente i mezzi che adotta. Non si può giungere a un ordine non violento attraverso la violenza: l’autonomia si apprende esercitandola, non proclamandola. L’anarchia si misura quindi nella coerenza tra le proprie convinzioni e i propri atti, non nell’intensità di gesta dall’aria rivoluzionaria.
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Ma forse, tra tutti i possibili teorici o anticipatori degli ideali anarchici, è Fernando Pessoa quello che spiega meglio le ragioni per cui qualsiasi tentativo di realizzare questi ideali attraverso uccisioni, attentati e distruzioni sia un tentativo puerile, che nega già nel modo la sostanza di quanto vorrebbe realizzare. Secondo la teoria del Banchiere anarchico di Pessoa, «nel presente stato di cose non è possibile che un gruppo di uomini, per quanto benintenzionati, per quanto intenti a combattere le finzioni della società e a conquistare la libertà, lavori unito senza creare spontaneamente fra di loro una tirannia, senza creare fra di loro una tirannia nuova, supplementare a quella delle finzioni sociali, senza distruggere nella pratica quanto vogliono nella teoria, senza involontariamente ostacolare al massimo lo stesso progetto che vogliono perseguire.
Ma allora, cosa si deve fare? È molto semplice: lavorare tutti per lo stesso fine, ma separati». Lavorando infatti tutti per lo stesso fine anarchico, «ognuno contribuisce con il suo sforzo alla distruzione delle finzioni della società (questo è il nostro obiettivo) e alla creazione della società libera del futuro; e lavorando separati nessuno può in alcun modo creare una nuova tirannia, perché nessuno ha la possibilità di agire sull’altro, e non può quindi né, dominandolo, usurpare la sua libertà, né aiutandolo, limitarla».
Secondo il banchiere anarchico, che si è liberato da quelle finzioni sociali assecondandone la logica senza prender parte alle credenze da loro alimentate, «lavorando separati e per lo stesso fine anarchico abbiamo due vantaggi: quello dello sforzo congiunto e quello della non creazione di una nuova tirannia».
Con il rigore argomentativo che lo contraddistingue, il personaggio uscito dalla penna di Pessoa introduce il sospetto che sia proprio lui, il banchiere, a essere l’unico vero anarchico. Un paradosso? Può darsi, ma come ogni altro paradosso anche questo ci interroga, e nella fattispecie ci interroga su cosa significa essere liberi: opporsi rumorosamente al potere o imparare a vivere senza dipenderne? La ribellione può restare incatenata al suo nemico; l’indipendenza autentica è più silenziosa e, come ci hanno insegnato varie filosofie orientali — ad esempio il taoismo o il buddismo — o occidentali — come lo stoicismo e l’epicureismo — essa non cerca platee.
Dall’insieme di queste voci emerge un’immagine dell’anarchia diversa da quella che si può ravvisare nei comportamenti dei distruttori di vetrine e di auto, dei provocatori incendiari delle forze dell’ordine, dei lanciatori di bombe molotov, di sanpietrini e di cartelli stradali, e più in generale dei moderni incappucciati che sono soliti trasformare ogni legittima manifestazione in una violenza che nega gli stessi valori per cui proclamano di battersi: non una dottrina della distruzione, della trasformazione olistica della società che dovrebbe prendere le mosse dalla distruzione di quella presente, ma un esercizio di maturità e di responsabilità, verso di sé e verso tutti gli altri cittadini.
Non il rifiuto dell’ordine, ma il rifiuto della dominazione, dell’imposizione arbitraria, dell’idea di potere che più o meno larvatamente si può essere installata in ognuno. Questo potere diventa superfluo quando l’uomo è capace di agire rettamente senza costrizione, di riconoscere cioè nella libertà dell’altro un limite da accettare e rispettare pienamente per poter salvaguardare la propria.
L’anarchia, nel senso più alto, non incendia palazzi, non erige nuovi troni rivoluzionari, non evoca palingenesi epocali, non cerca di sostituire un comando con un altro. Essa si manifesta quando l’individuo non ha bisogno di dominare né di essere dominato, quando la libertà non è un grido, ma una condizione dell’anima e una ricerca permanente, all’interno di sé e nelle proprie relazioni con gli altri.
L’anarchia non è un evento della storia: è una possibilità della coscienza, e come ogni possibilità autentica esige silenzio, lentezza, vigilanza. Non promette la fine dei conflitti, né la giustizia universale, ma confida di poterla costruire passo dopo passo iniziando da sé, attraverso una diversa postura di fronte a ogni altra persona e alla comunità umana in generale. Non elimina il potere: lo rende non necessario, e per realizzarla l’uomo non ha bisogno né di distruggere il mondo né di uccidere nessuno, ma solo di nutrire fiducia in ciò che può diventare rispettando pochi semplici principi universalmente comprensibili, coltivandoli ogni giorno quasi con una scrupolosa premura all’interno della propria coscienza.

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