
Nella narrazione propal, gli intellettuali ebrei come Gad Lerner e Anna Foa che prendono posizione contro Israele vengono spesso dipinti come “dissidenti” o “voci fuori dal coro”, quando non come rappresentanti del “vero ebraismo”. Tuttavia, i fatti spesso dimostrano il contrario: certe figure ottengono fama e visibilità non perché coraggiose e controcorrente, ma perché si prestano a fare da megafono alle istanze più radicali della sinistra in maniera totalmente acritica, mettendone raramente in discussione i dogmi ideologici.
Esempi lampanti di questa sottomissione intellettuale non si trovano solo in Italia, ma anche negli Stati Uniti, come dimostra un recente episodio che ha coinvolto il giornalista americano Peter Beinart, da anni una voce assai ostile nei confronti dello Stato ebraico.
L’episodio recente
Pur dichiarandosi favorevole al boicottaggio d’Israele, del quale nega il diritto a esistere come Stato ebraico, a fine novembre Beinart si è recato proprio in Israele per tenere un discorso all’Università di Tel Aviv, per un incontro intitolato “Trump, Israel and the Future of American Democracy”. Tuttavia, come riporta il “Times of Israel”, la sua decisione è stata criticata dal movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni), che lo ha accusato di aver infranto il boicottaggio recandosi in un ateneo israeliano.
In particolare, la PACBI (Palestinian Campaign for the Academic and Cultural Boycott of Israel) ha accusato l’Università di Tel Aviv in un tweet di essere “profondamente complice nel facilitare e tentare di ripulire l’immagine al genocidio armato e finanziato dagli Stati Uniti di Israele, così come il suo regime decennale di colonialismo di insediamento, occupazione militare e apartheid”.
In seguito agli attacchi subiti dalla sua stessa area politica, anziché difendere la sua decisione Beinart si è coperto il capo di cenere: in un post su X si è scusato per aver “osato” andare a parlare in un’università israeliana. “Parlando all’inizio di questa settimana all’Università di Tel Aviv, ho commesso un grave errore”, ha scritto Beinart.
“Ci tenevo davvero a parlare con degli israeliani. Negli Stati Uniti ho avuto conversazioni con ebrei con cui sono fortemente in disaccordo, sia per ascoltare sia nella speranza di fargli cambiare idea. In questi orribili ultimi due anni ho sperato di avere più conversazioni con degli israeliani, per spiegare perché credo che Israele abbia commesso un genocidio a Gaza e perché credo che la supremazia ebraica sia fondamentalmente sbagliata”.
Ha aggiunto inoltre: “Ho lasciato che il mio desiderio di questa conversazione prevalesse sulla mia solidarietà con i palestinesi, che di fronte alla pulizia etnica, all’apartheid e al genocidio hanno chiesto al mondo di boicottare le istituzioni israeliane complici della loro oppressione. […] Avrei potuto avere lo scambio che desideravo rispettando un movimento non violento basato sui diritti umani e sul diritto internazionale. Se avessi ascoltato di più i palestinesi, me ne sarei reso conto prima”.
Sottomissione ai dogmi propal
Docente universitario di giornalismo alla CUNY di New York, già collaboratore di importanti testate quali il “New York Times”, il “Daily Beast” e “The New Republic”, con le sue parole Beinart ha dimostrato quanto certe figure siano totalmente sottomesse a determinate ideologie, al punto che per loro non avere alcun rapporto con Israele è diventato quasi un dogma religioso.
Tra l’altro, è curioso che si fosse scusato di non aver ascoltato abbastanza voci palestinesi quando avrebbe potuto farlo anche nell’ateneo dove ha parlato. Come ha fatto notare Alec Mauer, blogger del “Times of Israel” che ha assistito all’incontro con Beinart, circa il 15% degli studenti dell’Università di Tel Aviv sono arabi.
Sebbene Beinart abbia dichiarato durante il dibattito di essere favorevole al boicottaggio delle istituzioni e non dei singoli individui, spesso i propal prendono di mira chiunque non si uniformi ai loro dettami ideologici. Lo sa bene lo storico israeliano Benny Morris che, pur essendo da sempre critico nei confronti di Netanyahu e della destra israeliana, per aver criticato anche Hamas e la classe dirigente palestinese è stato censurato in atenei europei.
Nel marzo 2024 è stato attaccato dai manifestanti alla London School of Economics e poi, nel dicembre dello stesso anno, gli è stato impedito di parlare all’Università di Lipsia, in Germania.
I precedenti
Quella di novembre non era la prima volta che Beinart si faceva notare per posizioni ambigue o vere e proprie falsità: in un editoriale pubblicato sul “New York Times” nell’agosto 2022 ha accusato Israele di praticare l’apartheid e affermato che gli arabi israeliani sarebbero cittadini di seconda classe, oltre a dichiarare che a causa di organizzazioni ebraiche americane come l’ADL e l’AJC “i palestinesi diventano antisemiti se chiedono di sostituire uno Stato che favorisce gli ebrei con uno che non discrimina in base a etnia o religione”.
Come rilevato dal sito “HonestReporting”, nell’editoriale Beinart minimizzava il fatto che un conto sono i palestinesi che vivono in Cisgiordania, altra cosa sono gli arabi israeliani che hanno sempre avuto il diritto di voto e di essere eletti nella Knesset, oltre al fatto che esistono giudici arabi nella Corte Suprema d’Israele. Inoltre, secondo lui, le alleanze tra Israele e gli Stati arabi sunniti erano la prova che “la campagna contro l’antisemitismo viene utilizzata non solo per giustificare la violazione dei diritti umani dei palestinesi”, ma anche “per proteggere quei regimi”.
Nel dire ciò non menzionava mai la necessità per Israele e per il blocco sunnita di cooperare contro l’espansionismo in Medio Oriente dell’asse sciita guidato dall’Iran.
Nel marzo 2022 il giornalista americano ha scritto un editoriale sul “Guardian” in cui paragonava l’invasione russa dell’Ucraina all’occupazione israeliana in Cisgiordania, dimenticando che quest’ultima ha avuto inizio dopo che Israele ha vinto la Guerra dei Sei Giorni nel 1967, per difendersi dall’invasione degli eserciti di Egitto, Siria e Giordania.
Se per aver visitato un’università israeliana Beinart si è scusato come se avesse commesso un crimine, al contrario non si è scusato quando gli è stato fatto notare di aver veicolato delle vere e proprie fake news: nel maggio 2014 ha ritwittato un reportage di “Haaretz” su un presunto “pogrom” provocato da “coloni che incendiano un frutteto palestinese”. In realtà, come fece notare il sito “Presspectiva”, non c’era stato alcun pogrom né era stato bruciato alcun albero, ma solo un falò in occasione della festività ebraica di Lag Ba’Omer.
Se “Haaretz” pubblicò una rettifica scusandosi per la disinformazione, al contrario Beinart è rimasto in silenzio.
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