

Le autorità di Mosca hanno annunciato che il Museo della Storia del Gulag – l’ultima grande istituzione russa dedicata alla memoria delle vittime delle repressioni sovietiche – non riaprirà mai più. Al suo posto sorgerà un Museo della Memoria dedicato al “genocidio del popolo sovietico” e ai crimini di guerra nazisti. La notizia, dal carattere apparentemente burocratico, è in realtà un atto di chirurgia storica di rara precisione: non una semplice cancellazione, ma una sostituzione. Lo spazio dei crimini del comunismo sovietico viene riempito con un’altra narrazione, quella di cui il Cremlino ha bisogno.
È questo il cuore del progetto putiniano di controllo della memoria collettiva: non si tratta di far dimenticare tout court, ma di far ricordare qualcos’altro. Dove c’erano le vittime di Stalin, ci saranno le vittime dei nazisti. Dove c’era il terrore di Stato sovietico, ci sarà l’eroismo dell’Armata Rossa. Dove c’era il carnefice interno, ci sarà sempre e soltanto il nemico esterno. Non si bruciano i libri: si riscrivono.
Fondato nel 2001 da Anton Antonov-Ovseenko – figlio di un comandante bolscevico giustiziato e di una madre che si impiccò in prigione, lui stesso sopravvissuto ai campi staliniani – il Museo della Storia del Gulag nacque come atto di testimonianza personale e civile. La sua prima sede era un edificio angusto, nascosto dietro al negozio Gucci nel centro di Mosca, con una torretta di guardia ricostruita e rotoli di filo spinato visibili dal vicolo.
Nel 2015 il museo si trasferì in un edificio restaurato e, all’inaugurazione, parlò Natalya Reshetovskaya, vedova di Aleksandr Solzhenitsyn, il cui Arcipelago Gulag era stato per decenni il documento più potente sul sistema concentrazionario sovietico. “Ci sono molte persone, soprattutto i giovani, che non sanno che stanno camminando sugli scheletri”, disse. La collezione permanente comprendeva porte di celle provenienti da diversi campi, diari clandestini, oggetti personali dei prigionieri. Il museo vinse nel 2021 il Premio del Consiglio d’Europa, riconoscimento assegnato a istituzioni che contribuiscono alla comprensione del patrimonio culturale europeo e alla promozione dei diritti umani.
Il 14 novembre 2024 il Museo del Gulag cessò di ammettere visitatori. Il motivo ufficiale: “violazioni delle norme antincendio”. Ma questa spiegazione non resse all’esame dei fatti. Fonti interne al governo municipale di Mosca rivelarono al Moscow Times che alti funzionari del Cremlino e del FSB – il successore del KGB – erano stati i veri artefici della decisione. La verità, emersa successivamente, era più semplice e più brutale: il direttore del museo, Roman Romanov, aveva rifiutato di censurare una mostra sulle repressioni sovietiche su richiesta esplicita del Dipartimento della Cultura di Mosca. Romanov fu licenziato. Il museo rimase chiuso.
La trasformazione annunciata toglie ogni dubbio residuo sulle intenzioni del regime e incapsula un progetto cremliniano più ampio: non la soppressione della memoria storica, ma la sua sostituzione con una narrazione concorrente che serve la guerra in corso.
Sarebbe quindi un errore leggere la fine del Museo del Gulag come un fatto isolato. È l’ultimo atto – per ora – di una campagna sistematica di riscrittura della storia che dura da oltre un decennio e ha subito una netta accelerazione dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina nel febbraio 2022.
I precedenti sono numerosi e coerenti. Il Museo del Gulag di Perm-36, un ex campo di lavoro conservato nei pressi della città di Perm, fu riorganizzato attorno al 2015 con mostre che enfatizzavano la produzione di legname nel campo e le difficoltà affrontate dalle guardie, non dai prigionieri.
Memorial, la storica organizzazione per i diritti umani che aveva documentato i crimini dell’era staliniana e vinto il Premio Nobel per la Pace nel 2022, fu chiusa dal governo russo nel 2021, un anno prima di ricevere il riconoscimento internazionale. I suoi dipendenti fuggirono in massa dal Paese.
Nel giugno 2024 il governo russo aggiornò il proprio documento ufficiale sul Concetto per la Commemorazione delle Vittime delle Repressioni Politiche. Il testo rivisto rimosse la parola “di massa” per descrivere il terrore sovietico e sostenne che un’amnistia del 1955 aveva portato alla “riabilitazione e al lavaggio dei crimini di collaborazionisti nazisti e traditori della Madrepatria”.
Nel settembre dello stesso anno il Procuratore Generale Igor Krasnov ordinò una revisione sistematica per identificare e annullare le decisioni di riabilitazione delle vittime delle repressioni sovietiche.
La nuova istituzione che prenderà il posto del Museo del Gulag sarà dedicata al “genocidio del popolo sovietico”. Vale la pena analizzare questa espressione con attenzione, perché è la chiave di volta dell’intera operazione. Il concetto di “genocidio del popolo sovietico” non ha fondamento nella storiografia dell’era sovietica né nel diritto internazionale consolidato.
Il presidente Putin introdusse questa terminologia nel discorso pubblico russo nel luglio 2020, dichiarando che i crimini nazisti contro i cittadini sovietici “non hanno prescrizione” e dovrebbero essere riconosciuti come genocidio sia in patria sia a livello globale.
I tribunali russi si mossero rapidamente: entro ottobre 2020 un tribunale aveva riconosciuto per la prima volta le stragi di guerra come genocidio, e nel 2022 l’assedio di Leningrado ricevette la stessa designazione. Una legge “Sulla Perpetuazione della Memoria delle Vittime del Genocidio del Popolo Sovietico” seguì nell’aprile 2025. I deputati della Duma di Stato proposero poi sanzioni penali per chi negava che questo genocidio fosse avvenuto.
Si tratta evidentemente di un’operazione di ingegneria giuridica e culturale. Il termine “genocidio”, che nel diritto internazionale ha una definizione precisa e si riferisce a crimini commessi con l’intenzione specifica di distruggere un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, viene qui decontestualizzato e riapplicato ai crimini di guerra nazisti per creare una categoria onnicomprensiva che assorbe, eclissa e sostituisce il racconto delle repressioni interne.
La vittima collettiva “popolo sovietico” cancella le vittime individuali delle purghe staliniane, della collettivizzazione forzata, delle deportazioni etniche, dei campi di lavoro. Chi è morto per mano dello Stato comunista diventa invisibile, mentre chi è stato ucciso dal nemico esterno diventa il simbolo di una nazione martire e guerriera.
Questa narrativa è funzionale alla guerra in Ucraina in modo diretto: Putin ha giustificato l’invasione affermando la necessità di “denazificare” l’Ucraina e fermare il presunto “genocidio” delle popolazioni russofone nel Donbass. La riscrittura della storia del Novecento serve a dare fondamento ideologico ed emotivo alla guerra nel presente.
A questo punto è necessario affrontare un nodo interpretativo che riguarda la natura del regime di Mosca. Negli anni, e soprattutto dopo il 2022, è diventato quasi un riflesso automatico per molti commentatori – giornalisti, politici, intellettuali – definire il putinismo come “fascismo”. È una semplificazione che, pur comprensibile dal punto di vista emotivo e politico, risulta storicamente imprecisa e analiticamente fuorviante.
Il fascismo storico – quello di Mussolini, di Hitler, dei movimenti analoghi degli anni Trenta – era un fenomeno di mobilitazione di massa, con una forte componente partitica, paramilitare e di piazza, con un’ideologia esplicita e totalizzante, con un culto del capo legato al mito della violenza rigeneratrice. Il putinismo è qualcosa di strutturalmente diverso: è un regime costruito attorno ai servizi segreti, alle strutture di sicurezza, alla logica del controllo e dell’opacità tipica degli apparati di intelligence.
Putin non è un agitatore di folle: è un ufficiale del KGB che ha applicato la logica dell’agenzia alla gestione dello Stato. Questa distinzione non è accademica. Un regime di matrice fascista tende a essere esplicito nelle sue ambizioni di trasformazione della società, programmaticamente violento e populista. Un regime di matrice securocratica tende invece a preferire il controllo indiretto, la manipolazione dell’informazione, la corruzione sistemica, la repressione selettiva e la riscrittura della storia piuttosto che il suo semplice rifiuto.
Il Museo del Gulag non è stato bruciato: è stato trasformato in qualcosa di diverso. Non è affatto una metafora dire che il regime di Mosca è un’emanazione del KGB: Putin ha trascorso sedici anni nella struttura, ha reclutato ex colleghi ai vertici di ogni istituzione e ha applicato sistematicamente la sua cultura organizzativa – il primato della sicurezza, la diffidenza verso la società civile, la gestione dell’informazione come strumento di potere – all’intera macchina statale.
Quella cultura, radicata nella tradizione sovietica, ha sempre guardato con sospetto alla memoria delle repressioni non tanto perché quelle repressioni fossero imbarazzanti in senso astratto, quanto perché la loro documentazione pubblica indeboliva l’autorità degli apparati e legittimava la resistenza civile.
Perché insistere sul fatto che il putinismo non è fascismo? Perché la diagnosi sbagliata porta alla terapia sbagliata. Se il putinismo fosse fascismo, sarebbe un fenomeno importato, figlio di una crisi della modernità del Novecento. Invece siamo di fronte a qualcosa di più radicato nella storia russa: la continuazione, attraverso la sua struttura di potere e la sua cultura organizzativa, dell’apparato di sicurezza sovietico.
Non è un’eccezione moderna: è la norma. È il sistema che ha governato l’URSS per decenni, sopravvissuto alla sua dissoluzione formale e riorganizzato intorno a una figura che ne incarna perfettamente la logica. Questa distinzione ha implicazioni pratiche. Un regime fascista si batte mobilitando contromanifestazioni di massa, delegittimando l’ideologia alla radice, appellandosi ai valori democratici come antidoto. Un regime securocratico si batte – o almeno si comprende – attraverso la trasparenza, la documentazione, il sostegno alle istituzioni della memoria civile, la tutela delle organizzazioni per i diritti umani.
È esattamente quello che il Cremlino ha sistematicamente attaccato. Chiamare il putinismo “fascismo” è anche, spesso, una scorciatoia retorica che serve a chi la usa più che a capire la realtà. Il fascismo è un termine carico di stigma immediato, utile per la mobilitazione emotiva, ma che oscura più di quanto illumina quando viene applicato a un sistema il cui funzionamento reale è profondamente diverso.
La Russia di Putin non è la Germania di Hitler: è qualcosa di specificamente russo, specificamente post-sovietico, specificamente chekista. Comprenderla come tale è il primo passo per non lasciarsi sorprendere dalle sue mosse.
La nomina della nuova direttrice del Museo della Memoria è, in questo senso, emblematica. Natalia Kalashnikova, già direttrice del museo della Fortezza di Smolensk, è una veterana di guerra decorata con medaglie “Per la partecipazione all’Operazione Militare Speciale” e “Per il Contributo al Rafforzamento della Difesa”. Mettere alla testa di un’istituzione culturale un’ufficiale militare segnala con chiarezza che la cultura, in Russia, è ormai una branca della difesa nazionale. La memoria storica è un campo di battaglia, e i musei sono avamposti. Il passato è una risorsa bellica per condizionare il presente e il futuro.
La distruzione del Museo del Gulag porta con sé un’altra dimensione tragica: la solitudine crescente dei sopravvissuti e dei loro discendenti. Il museo era parte di una rete di trentacinque musei regionali e siti dell’ex Gulag su tutto il territorio della Federazione Russa. Offriva programmi educativi, archivi e capacità di ricerca, con iniziative progettate per esporre la storia e attivare la memoria, con l’obiettivo di rafforzare la resilienza della società civile e la sua resistenza alla repressione politica e alle violazioni dei diritti umani.
Con la chiusura di Memorial nel 2021 e ora del Museo del Gulag, l’ecosistema istituzionale della memoria critica in Russia è stato quasi completamente smantellato. Rimangono individui coraggiosi, alcuni ancora in Russia a rischio personale, molti in esilio. Rimane il progetto “Ultimo indirizzo” – le piccole targhe metalliche con i nomi delle vittime di Stalin sulle case dove vissero per l’ultima volta. Ma anche queste targhe sono state rimosse in numero crescente negli ultimi anni.
La vicenda è lo specchio perfetto di un regime che non abolisce la memoria, ma la sostituisce con un’altra più comoda, più funzionale alla propria sopravvivenza. Che non nega esplicitamente i crimini del passato, ma sposta l’attenzione su altri crimini, strumentalmente selezionati, per quanto reali ed esecrabili. Che non sopprime i musei, ma li trasforma in strumenti di propaganda.
Mentre non c’è dubbio che i cittadini dell’Unione Sovietica abbiano subito atrocità per mano dei nazisti, il Cremlino ha a lungo cercato di minimizzare i crimini che l’Unione Sovietica commise contro il proprio popolo. La sostituzione del Museo del Gulag con un museo sul “genocidio del popolo sovietico” non è dunque un caso di semplice censura, ma l’applicazione di un metodo rodato che ha un nome preciso nella letteratura sulla memoria collettiva: sostituzione narrativa.
Al trauma reale se ne contrappone un altro, altrettanto reale ma più utile politicamente: all’autoritratto si sostituisce il ritratto del nemico.
La chiusura del Museo del Gulag è una perdita che va ben oltre la Russia, perché chiama in causa una questione universale: come il potere politico usa e abusa della storia. Un passaggio decisivo non solo per capire come nascono e si consolidano i regimi autoritari, ma anche per difendere i principi su cui si reggono – ancora, e non è detto per quanto – le democrazie liberali.

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1 ha pensato a “La sostituzione della memoria: putinismo, KGB e la fine del Museo del Gulag”