5 pensieri su “La solitudine d’Israele è sempre stata scritta

  1. La solitudine di Israele è sempre di più una solitudine di Israele con Israele, ovvero un non ritrovarsi anche interno in una sempre più profonda frammentazione della società israeliana, soprattutto tra realtà urbane decisamente critiche verso Netanyahu e periferiche spesso legate alla destra e all’estrema destra. Netanyahu ha detto all’U.N. che “finiremo il lavoro”, ma quali siano gli obiettivi concluso il sanguinoso “lavoro” resta molto nebuloso e per ora indefinito, sia per Gaza che per la Cisgiordania. Lo trovo forse il punto più grave, perché non dà una prospettiva ed ha aperto delle evidenti divergenze tra governo, IDF e Mossad, ben documentate da tutta la stampa israeliana.

    Altrettanto gravi sono le decisioni prese in Cisgiordania, autorizzando nuovi insediamenti o l’avere nella compagine di governo un ministro condannato per “istigazione al razzismo” e “supporto ad un’organizzazione terroristica” e condannato in via definitiva per questi crimini da un tribunale israeliano. Ci sono delle responsabilità peculiari di Netanyahu che non sono ascrivibili ad una solitudine di Israele di matrice storica, che innegabilmente c’è, ma che qui è acuita in modo decisivo dalle deliberazioni prese da questo esecutivo.

    Esecutivo con forti legami con l’amministrazione Trump e ha un atteggiamento ambiguo verso l’Ucraina con aiuti militari simbolici più che sostanziali. Come documentato da Forbes, Israele ha accolto stuoli di oligarchi russi con il loro seguito di risorse finanziarie dall’inizio della guerra di invasione dell’Ucraina. Il viaggio di Netanyahu nell’Ungheria di Orban, l’amichetto di Putin, è lì ad interrogarci. Le stesse relazioni commerciali tra Israele e Cina sono in costante crescita e dal 2024 è la prima fonte di importazioni per Israele, con importazioni da Pechino per ~ 13,53 miliardi di USD. Un paese solo, ma non isolato e che con questo esecutivo ha allargato relazioni significative con regimi non certo democratici allontanandosi dalle democrazie. Non lo trovo casuale.

    Partendo dall’irreversibilità di Israele, dal suo indiscutibile diritto all’esistenza e alla sicurezza per i suoi cittadini credo ci sia più di un punto da approfondire.

    1. Si parlava di far coinvolgere certi Paesi arabi alla gestione della Striscia di Gaza nell’eventuale post Hamas, se mai si concretizzerà.
      La situazione in Cisgiordania è la conseguenza del rapporto con Hamas. Il governo israeliano lascia fare e così le tensioni aumentano. Non è la scelta giusta, ma ricordiamo i non sforzi palestinesi dati dal potere di Hamas di non risolvere la questione. Poi il 7 ottobre non ha fatto che peggiorare tutto questo.
      Sul fatto che Israele intraprenda relazioni economiche e politiche con paesi più o meno autoritari, lo trovo un po’ pretestuoso. Tutti hanno relazioni con Paesi non democratici e che non rispettano i diritti principali. Anche gli Stati europei le hanno.

      1. Purtroppo ormai la mia posizione è la stessa di Alessandro Tedesco:
        Impossibile arginare lo tsunami con la ragione.

  2. Ciò detto (e letto), una soluzione DEVE essere trovata. Israele nel corso degli anni ha tentato molte soluzioni politiche al problema, trovando alla fine sempre una porta chiusa. Ora, dopo il 7 ottobre, ha scelto la strada del massacro diventando, poche chiacchiere, la più odiata nazione del mondo. Si dice che sradicando Hamas dal territorio la questione sarà risolta una volta per tutte. Non lo credo. Forse Nethanyau avrà vinto la sua battaglia di potere ma Israele ha già perso la guerra globale. In effetti il problema oggi appare insolubile. Una guida più illuminata potrebbe ancora tentare, perché ne va delle sorti del mondo intero. Ma il trittico Trump-Putin-Nethanyau, in assenza di attori forti nel mondo libero, è garanzia di morte.

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