

“Ripeteremo l’attacco del 7 ottobre ancora e ancora finché Israele non sarà annientato. Siamo vittime e tutto ciò che facciamo è giustificato.“
Ghazi Hamad, dirigente di Hamas, 1° novembre 2023
Benjamin Netanyahu che parla ad un’aula semivuota all’assemblea generale delle Nazioni Unite rappresenta icasticamente la solitudine d’Israele.
C’è chi associa quella solitudine alla condotta della guerra di Gaza da parte del governo di Netanyahu. Non mi riferisco ai nemici giurati d’Israele che hanno puntualmente chiamato nazista ogni primo ministro israeliano, Yitzhak Rabin compreso. Non mi riferisco a chi non vedeva l’ora di attribuire un nuovo genocidio agli ebrei per sadismo antisemita e per lavarsi le coscienze dal peso del vero genocidio, quello degli ebrei d’Europa.

No, le colpe attribuite a Netanyahu e al suo governo hanno fatto breccia anche nel dibattito pubblico israeliano e tra quanti fuori d’Israele hanno sempre convintamente sostenuto la causa dello Stato ebraico.
Perché non v’è dubbio che Bibi Netanyahu sia maledettamente divisivo e non solo per la conduzione della guerra di Gaza. Ed è vero che nemmeno nel 1982, ai tempi della prima invasione del Libano, ai tempi del massacro di Sabra e Shatila, Israele si era trovato così desolatamente isolato sul piano diplomatico.
E non v’è dubbio che per ricordare livelli di feroce antisemitismo istituzionalizzato così diffuso e pervasivo bisogna risalire agli anni Trenta del secolo scorso: molti amici d’Israele individuano nell’operato di Netanyahu e del suo governo la causa di questa situazione.
Francamente è un dibattito che ha stancato e che serve solo a polarizzare le rispettive posizioni. Lo ha scritto ieri su queste pagine in modo davvero ammirevole Alessandro Tedesco: “Non ne vedo via d’uscita. Per questo smetto di scriverne. Non per disinteresse, ma per un senso di impotenza di fronte a uno tsunami che non si può arginare con la ragione”.
Eppure, non voglio sottrarmi alle mie idee così come le manifestai in un articolo di molti mesi fa: la solitudine d’Israele era già scritta. E, se si può ben comprendere che la guerra sporca di Gaza lasci estenuati e sgomenti, ho buona memoria per ricordare che da sempre le risposte d’Israele al terrorismo palestinese sono state considerate “sproporzionate”.
E d’altronde, se l’esistenza stessa d’Israele nasce da un abuso, ogni azione che contrasta quell’abuso è legittima. E ogni reazione israeliana, illegittima e sproporzionata. Ovvero quelle parole che ho appuntato del portavoce di Hamas Ghazi Hamad il quale, a distanza di quasi due anni, ha chiosato fieramente: “Perché oggi tutti i paesi oggi riconoscono la Palestina? È il risultato del 7 ottobre, il mondo intero ha aperto gli occhi sulla causa palestinese. Nessun paese osava farlo prima”.

Già all’indomani del 7 ottobre, anche di fronte a un orrendo massacro, reso ancora più agghiacciante dal suo chiaro intento genocidiario ai danni di tutti gli israeliani senza distinzione di sesso e di età, il segretario generale dell’ONU, Antonio Guterres, si fece carico di rappresentare un sentimento sempre più diffuso: “quel massacro veniva da lontano”. Tradotto: la rabbia dei palestinesi andava pur compresa.
In quella frase, c’è condensata tutta la solitudine d’Israele e la peculiarità di uno Stato di cui, a 80 anni dalla sua nascita, c’è ancora chi contesta la legittimità ad esistere.
Per questo chi, in buona fede, contesta Netanyahu e si rafforza in questa opinione di fronte a quell’aula vuota ne ha tutto il diritto. A patto, però, che non dimentichi mai che la guerra sporca di Gaza l’ha dichiarata e progettata Hamas, un’organizzazione islamista armata che controlla da quasi vent’anni la Striscia di Gaza, che non riconosce Israele, che nel suo statuto parla esplicitamente di distruggerlo e che reprime brutalmente qualunque forma di opposizione interna.
Hamas non è un interlocutore normale con cui puoi disegnare confini, firmare accordi di pace e andare a cena dopo una stretta di mano. Quell’aula vuota, per colpa e per dolo, sembra averlo dimenticato.
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La solitudine di Israele è sempre di più una solitudine di Israele con Israele, ovvero un non ritrovarsi anche interno in una sempre più profonda frammentazione della società israeliana, soprattutto tra realtà urbane decisamente critiche verso Netanyahu e periferiche spesso legate alla destra e all’estrema destra. Netanyahu ha detto all’U.N. che “finiremo il lavoro”, ma quali siano gli obiettivi concluso il sanguinoso “lavoro” resta molto nebuloso e per ora indefinito, sia per Gaza che per la Cisgiordania. Lo trovo forse il punto più grave, perché non dà una prospettiva ed ha aperto delle evidenti divergenze tra governo, IDF e Mossad, ben documentate da tutta la stampa israeliana.
Altrettanto gravi sono le decisioni prese in Cisgiordania, autorizzando nuovi insediamenti o l’avere nella compagine di governo un ministro condannato per “istigazione al razzismo” e “supporto ad un’organizzazione terroristica” e condannato in via definitiva per questi crimini da un tribunale israeliano. Ci sono delle responsabilità peculiari di Netanyahu che non sono ascrivibili ad una solitudine di Israele di matrice storica, che innegabilmente c’è, ma che qui è acuita in modo decisivo dalle deliberazioni prese da questo esecutivo.
Esecutivo con forti legami con l’amministrazione Trump e ha un atteggiamento ambiguo verso l’Ucraina con aiuti militari simbolici più che sostanziali. Come documentato da Forbes, Israele ha accolto stuoli di oligarchi russi con il loro seguito di risorse finanziarie dall’inizio della guerra di invasione dell’Ucraina. Il viaggio di Netanyahu nell’Ungheria di Orban, l’amichetto di Putin, è lì ad interrogarci. Le stesse relazioni commerciali tra Israele e Cina sono in costante crescita e dal 2024 è la prima fonte di importazioni per Israele, con importazioni da Pechino per ~ 13,53 miliardi di USD. Un paese solo, ma non isolato e che con questo esecutivo ha allargato relazioni significative con regimi non certo democratici allontanandosi dalle democrazie. Non lo trovo casuale.
Partendo dall’irreversibilità di Israele, dal suo indiscutibile diritto all’esistenza e alla sicurezza per i suoi cittadini credo ci sia più di un punto da approfondire.
Si parlava di far coinvolgere certi Paesi arabi alla gestione della Striscia di Gaza nell’eventuale post Hamas, se mai si concretizzerà.
La situazione in Cisgiordania è la conseguenza del rapporto con Hamas. Il governo israeliano lascia fare e così le tensioni aumentano. Non è la scelta giusta, ma ricordiamo i non sforzi palestinesi dati dal potere di Hamas di non risolvere la questione. Poi il 7 ottobre non ha fatto che peggiorare tutto questo.
Sul fatto che Israele intraprenda relazioni economiche e politiche con paesi più o meno autoritari, lo trovo un po’ pretestuoso. Tutti hanno relazioni con Paesi non democratici e che non rispettano i diritti principali. Anche gli Stati europei le hanno.
Purtroppo ormai la mia posizione è la stessa di Alessandro Tedesco:
Impossibile arginare lo tsunami con la ragione.
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Ciò detto (e letto), una soluzione DEVE essere trovata. Israele nel corso degli anni ha tentato molte soluzioni politiche al problema, trovando alla fine sempre una porta chiusa. Ora, dopo il 7 ottobre, ha scelto la strada del massacro diventando, poche chiacchiere, la più odiata nazione del mondo. Si dice che sradicando Hamas dal territorio la questione sarà risolta una volta per tutte. Non lo credo. Forse Nethanyau avrà vinto la sua battaglia di potere ma Israele ha già perso la guerra globale. In effetti il problema oggi appare insolubile. Una guida più illuminata potrebbe ancora tentare, perché ne va delle sorti del mondo intero. Ma il trittico Trump-Putin-Nethanyau, in assenza di attori forti nel mondo libero, è garanzia di morte.