

Mentre dinanzi ai miei occhi scorrevano le immagini e gli aggiornamenti sulle vittime del terribile attentato antisemita in Australia — avvenuto durante la celebrazione della festa ebraica di Hanukkah, vicino alla celebre Bondi Beach — la mia mente tornava al dibattito andato in scena in Italia due settimane fa attorno al DDL Delrio sul contrasto all’antisemitismo.
Naturalmente non voglio stabilire alcun nesso causale o morale tra l’accaduto in Australia e le discussioni parlamentari italiane; né tantomeno prendere posizione favorevole o contraria al provvedimento in sé: il mio parere non conta. E allora perché tirare fuori questo tema? Perché, osservando la reazione a quel disegno di legge interna alla sinistra, colpisce un elemento in particolare: ciò su cui si è concentrato, perlopiù, il dibattito.
Le critiche al DDL presentato dal senatore Delrio, emerse nel Partito Democratico e nella sinistra italiana, si sono focalizzate quasi esclusivamente su un punto: il timore che la norma possa comprimere la libertà di espressione, colpendo chi intende criticare legittimamente lo Stato di Israele e rischiando di assimilare tale critica all’antisemitismo tout court. Una preoccupazione che merita attenzione e discussione, certo. Ma il problema è proprio questo: il dibattito si è fermato lì.
Pochi hanno sentito il bisogno di allargare lo sguardo. Pochi hanno provato a farlo, a partire da un dato di realtà impossibile da contestare: l’antisemitismo, fatto di atti violenti, intimidazioni, vandalismi e odio online, è in crescita in tutto il mondo occidentale ed è arrivato a esplodere in tragedie come quella australiana.
Di fronte a questo scenario, si poteva, anzi si doveva, dire qualcosa di più articolato. Per esempio: sì, il disegno di legge forse può eccedere, può essere scritto male, può necessitare di correzioni. Ma esiste un problema reale e di portata internazionale, e c’è bisogno di intervenire. Esiste un veleno che circola, e va contrastato con strumenti efficaci e precisi.
Magari non serve neppure una legge ad hoc, ma facciamo qualcos’altro, segnaliamo il problema, mettiamolo al centro di un nuovo assetto comunicativo. Tiriamo fuori il coraggio e diciamo senza ambiguità che gli estremisti dei cortei propal che gridano “dal fiume al mare” o inneggiano apertamente al pogrom del 7 ottobre non sono dei nostri.
Si poteva affermare, senza scandalo, che dietro l’antisionismo spesso si nasconde nulla di meno che l’antisemitismo (non è un’eresia: lo sanno anche i bambini). Ci si poteva interrogare, con più finezza ermeneutica ma senza forzare il dato, su un altro fattore: la foga con cui una parte della cosiddetta “sinistra propal” si scaglia contro Israele non ha eguali quando si tratta di giudicare altri Stati del mondo, anche quando questi si rendono responsabili di efferatezze documentate e sistematiche.
Una sproporzione che, quantomeno, dovrebbe insospettire. Insomma, per riassumere, si poteva cogliere la palla al balzo per dire, perlomeno, che “l’antisemitismo è una nostra battaglia”, indipendentemente dai mezzi che si possono scegliere per contrastarlo.
Invece, drammaticamente, dal PD e dal mondo culturale contiguo, con poche eccezioni, si è levato un messaggio inquietante: l’antisemitismo non è una nostra preoccupazione, ma la fissazione di qualcuno. “Il senatore Delrio ha depositato, a titolo personale, il DDL che non rappresenta la posizione del gruppo né quella del partito”, ha infatti dichiarato il senatore dem Francesco Boccia, una decina di giorni fa. La parte fondamentale, che pesa come un macigno, è “a titolo personale”.
In questo scenario, allora, non è strano che il massimo dell’elaborazione intellettuale sull’iniziativa di Delrio sia stato il garantismo astratto del “diritto di critica a Israele”, elevato a unico orizzonte morale e politico. Come se il resto non esistesse.
La lotta all’antisemitismo, da fondamentale clausola di sicurezza della democrazia (e della civiltà), è ormai vista più come una sorta di “dispositivo di blocco del potere borghese”, per usare il linguaggio da gruppi antagonisti, alla cui logica ormai si abbeverano tanti amministratori e dirigenti della sinistra italiana: alcuni ci credono davvero, altri sono semplicemente privi di un sufficiente sistema immunitario culturale (la qual cosa, ovviamente, non li deresponsabilizza).
Se avessero avuto un minimo di strumenti, infatti, non sarebbero stati vittime del bandwagon effect generato dall’improvviso hype comunicativo di improbabili personaggi, cui si sono affrettati a tributare onori civici, sull’onda di un’impulsività mediatica che, al di là della materia in oggetto, rappresenta il criterio d’azione perfetto per manomettere la funzione delle istituzioni.
Per tutto questo, davanti alle orribili scene da Sydney, il pensiero è tornato a quel dibattito sul DDL Delrio. Il punto, ripeto, non è approvare o bocciare una legge, migliorarla o cestinarla. Uno scoglio, come dice la nota canzone, non può arginare il mare.
La questione è un’altra, più profonda e più inquietante, per me: una parte dei cosiddetti “democratici” (non solo in Italia) non vede l’antisemitismo che avanza. Se lo vede, lo sottovaluta. O, peggio ancora, lo considera un danno collaterale accettabile della giusta battaglia contro la terribile “entità sionista”.
O, peggio del peggio, lo scansa perché — diciamo la verità, sfrondandola da un mucchio di impacchettamenti — una battaglia aperta contro l’antisemitismo, per chi vuole mantenere il consenso a sinistra, oggi non è profittevole elettoralmente. E qui si misura il vero vuoto politico, culturale e morale.
Non in una legge imperfetta, opportuna o inopportuna non lo so, ma nell’incapacità di chiamare le cose con il loro nome, di reagire con la serietà che la portata del fenomeno richiede, di cercare coraggiosamente consenso su un’idea di mondo che si ritiene vera e buona, anziché modellare il proprio mondo in base alla forma delle tendenze più triviali che affiorano sulla superficie della schiuma sociale.
Di questo passo, ci può essere addirittura il rischio — lo dico alla fine, come le cose spaventose con cui rimandare l’incontro — che quelle tendenze triviali prendano il controllo del vascello, il quale, dietro la facciata di un arrembante umanitarismo gaio solcante i mari dell’indignazione collettiva, somiglierebbe in realtà più alla barca del giovane ufficiale de La linea d’ombra di Conrad, che procede tra i due abissi del cielo e del mare, in un “vuoto immobile”, come narra il protagonista, mentre è appoggiato alla battagliola, nella notte muta, quando un senso di nichilismo lo assale.
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