
Tredicesima puntata del dialogo a distanza tra Enrico Marani e Alessandro Tedesco. In fondo a questo articolo le puntate precedenti.
Enrico Marani ha lanciato sul tavolo di questo nostro dialogo una frase pronunciata dagli studenti tedeschi che, da sola, vale come un’autopsia dell’Occidente contemporaneo:
“Meglio vivere sotto il governo di Putin che combattere”.
In queste poche parole c’è il certificato di morte della libertà intesa come valore etico e la sua definitiva sostituzione con la mera sopravvivenza biologica – la nuda vita. Ovvero ciò che rimane dell’essere umano quando gli si toglie la dimensione politica e morale: un corpo che respira, mangia, dorme e cerca calore, ma che ha smesso di esistere come soggetto libero.
Se nel mio precedente articolo sul Regno del Simulacro avevo evocato la figura di Neo per descrivere il cortocircuito tra schermo e realtà, oggi, di fronte a questa resa incondizionata, dobbiamo tornare dentro Matrix. Ma non per guardare l’eroe che sceglie la pillola rossa e si sveglia. Dobbiamo guardare Cypher, il traditore.
C’è una scena magistrale in cui Cypher è a cena con l’Agente Smith, il custode del sistema. Davanti a sé ha una succulenta bistecca virtuale. Cypher sa che è falsa, sa che è un’illusione digitale generata da una macchina che lo tiene schiavo. Eppure, mentre la infila in bocca, dice:
“Io so che questa bistecca non esiste. (…) Dopo nove anni, sa che cosa ho capito? Che l’ignoranza è un bene”.
Cypher chiede di essere reinserito in Matrix, di dimenticare la verità, di tornare a dormire. Sceglie la gabbia dorata perché il “deserto del reale” – la libertà autentica – è freddo, scomodo, pericoloso e richiede sacrificio.
Ma attenzione. L’errore fatale sarebbe pensare a Cypher – e agli studenti citati da Marani – come a vittime passive di un tiranno solitario. Qui dobbiamo recuperare il filo del discorso avviato nell’articolo sulla manipolazione del linguaggio e fare un passo dentro la semiotica. Come ci insegna la teoria della veridizione, l’adesione alla menzogna è il risultato di un preciso “fare partecipativo”.
Chi manipola oggi non è un “Grande Fratello” monolitico, ma una galassia frammentata di attori: partiti politici a caccia di consenso facile, algoritmi dei social media che ci chiudono in bolle rassicuranti, gruppi di interesse che vendono soluzioni pronte all’uso. Questi soggetti lavorano per stabilire un contratto fiduciario con noi, spingendoci a impegnarci attivamente a credere. È una seduzione, non un’imposizione.
Attraverso strategie di patemizzazione – ovvero facendo leva sulle passioni, sulla paura dell’ignoto e sul desiderio di protezione – questi sottogruppi trasformano il cittadino in un complice.
Cypher non viene ingannato dalla bistecca; Cypher decide di credere alla bistecca. Partecipa alla finzione per placare la sua ansia. Allo stesso modo, la nostra società non aderisce tanto a una richiesta di “sicurezza” militare, quanto alla narrazione della comfort zone. Non ci viene imposta la rinuncia alla libertà, ci viene venduta la “serenità”, il quieto vivere, come un atto di saggia autoconservazione.
Ed è qui che le analisi fin qui affrontate incrociano la profezia di un maestro della distopia come Aldous Huxley. Mentre Orwell temeva coloro che ci avrebbero proibito i libri, Huxley, nel Mondo nuovo, temeva che non avremmo più voluto leggerli e che saremmo stati controllati attraverso il piacere.
Marani cita giustamente il concetto di angoscia come “vertigine della libertà”. È quella sensazione che provi quando sei sul ciglio di un abisso: hai paura di cadere, ma hai anche la terrificante consapevolezza che potresti buttarti. Sei tu a decidere. Quella vertigine è la prova che sei libero.
Ebbene, cosa ha fatto l’uomo moderno descritto da Huxley e fotografato oggi da Marani? Ha chiesto un parapetto. Anzi, ha chiesto di essere murato in una stanza senza finestre per non vedere più l’abisso.
Nel mondo di Huxley, la libertà è stata abolita non con la frusta, ma con il Soma, una droga di Stato priva di effetti collaterali che garantisce una costante, ebete felicità. “Il cristianesimo senza lacrime”, lo chiamano.
Noi oggi non abbiamo il Soma in pillole, ma abbiamo un welfare state che promette di curare ogni nostra ansia, algoritmi che scelgono per noi cosa guardare per risparmiarci lo stress della scelta. Soprattutto, abbiamo quella burocrazia kafkiana che, pur soffocandoci come in Brazil, ci offre il perfetto alibi morale: trasformando ogni azione in procedura cieca, ci libera dal peso terribile di dover prendere una decisione personale.
Marani scrive: “Un desiderio di fondo ci abita: non avere responsabilità ed evitare ogni sacrificio”. È vero. La libertà, come la intendevano i Padri Costituenti o i filosofi classici, è un fardello pesante. La nostra società, invece, ha deciso che l’angoscia va curata, non affrontata. Abbiamo patologizzato il rischio.
E così, quando la storia bussa alla porta chiedendo il conto – una guerra, una crisi, una scelta drammatica – la risposta non è il coraggio. È l’invocazione di un “uomo forte” o di un sistema tecnico che ci sollevi dal peso della decisione.
O peggio ancora: la risposta è urlare slogan come “disarmare” e “pace” senza nemmeno comprenderne le implicazioni, trasformando nobili ideali in sinonimi di resa incondizionata. È l’esatto contrario di quanto asseriva Aristotele. Se per il filosofo greco si fa la guerra per avere la pace – intesa come conquista attiva di una libertà sicura – per noi la pace è diventata la semplice assenza di rumore, il silenzio che permette di tornare a mangiare la nostra bistecca virtuale indisturbati.
Il paradosso finale è che questa fuga dalla vertigine non ci rende più sicuri, ma solo più schiavi. Chi è disposto a barattare la libertà per il comfort non merita – e finirà per perdere – entrambe.
La libertà non è un elettrodomestico che funziona da solo. È un muscolo che si atrofizza se non viene usato. E noi, seduti al tavolo di Cypher, siamo diventati così flaccidi che la sola idea di alzarci in piedi e “combattere”, metaforicamente o realmente, ci sembra un’insopportabile violazione del nostro presunto diritto alla serenità.
Siamo liberi? Forse sulla carta. Ma la libertà, nella sua essenza più cruda, è possibilità, e la possibilità genera inevitabilmente ansia. Finché il nostro obiettivo primario sarà l’eliminazione dell’ansia a ogni costo, la ricerca della comodità incondizionata, saremo condannati a pregare che Matrix non si spenga mai.
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