
Trump non è più un enigma personale, ma il sintomo di una mutazione americana. Tra ambiguità verso Putin, sganciamento dall’Europa, guerra con l’Iran e protezionismo, il punto non è solo ciò che fa: è il vuoto strategico che lascia dietro di sé, con effetti destinati a durare oltre la sua stagione politica.
Forse è giunto il momento di chiarire che cosa pensare davvero di Donald Trump, ma per farlo bisogna liberarsi del disagio, spinto fino al timore, che questo personaggio, sospeso tra spettacolo e pulsioni autoritarie, continua a suscitare.
Ma sarebbe altrettanto grave fermarsi a questa reazione istintiva, perché così facendo si rischia di eludere il nodo più inquietante: la responsabilità di una nazione che, per la seconda volta, gli ha affidato la guida della principale potenza mondiale.
Un fatto che non può essere liquidato come incidente della storia. L’uomo era conosciuto. La sua inclinazione solipsistica, il disprezzo per le regole democratiche, la tendenza a trasformare ogni crisi in uno scontro personale avevano già trovato una manifestazione estrema nei fatti dell’assalto al Campidoglio del 2021. E tuttavia, nonostante tutto, il consenso si è rinnovato.
È da qui che bisogna partire. Non da un giudizio morale, troppo facile, ma da un’analisi fredda. Perché oggi il problema non è più chi sia Trump, bensì quale direzione stia prendendo la politica americana sotto la sua autorità, e quali conseguenze questo produca in un quadro già fragile: nei rapporti con la Cina, negli equilibri europei, nel ruolo della NATO, nello scontro con l’Iran e, non da ultimo, negli assetti economici globali.
Detto questo, pur nel rispetto delle dinamiche interne della più grande democrazia occidentale, proviamo a individuare i punti fermi, ammesso che esistano, della linea politica che si è delineata. È un esercizio necessario, perché il rischio maggiore, oggi, non è l’eccesso di giudizi, ma la confusione che si è generata, ogni giorno più difficile da decodificare.
Il primo elemento che colpisce è l’ambiguità, mai davvero sciolta, del rapporto con Vladimir Putin. Non si tratta più soltanto di sospetti di connivenza, o subalternità psicologica o interessi di business. Oggi questa ambiguità assume un valore strategico: mentre Washington acuisce il confronto con la Cina e apre un fronte diretto in Medio Oriente, il rapporto con Mosca resta sospeso in una zona grigia, fatta di dichiarazioni oscillanti e di una sostanziale rinuncia a esercitare una pressione coerente.
Una postura che, di fatto, finisce per offrire alla Russia margini di manovra politici insperati sul dossier ucraino, laddove la guerra sul campo langue, con esito incerto.
Ed è proprio qui che emerge il secondo punto: il progressivo sganciamento dall’Europa e dall’Ucraina. Le tensioni con la NATO non sono più retorica elettorale, ma si stanno traducendo in una ridefinizione concreta degli equilibri. Gli alleati europei, esclusi o marginalizzati nelle decisioni chiave, mostrano una crescente difficoltà a seguire Washington. Parallelamente, l’Ucraina scivola ai margini dell’agenda americana, con il rischio di un riequilibrio implicito che può favorire Mosca.
Il terzo nodo è la guerra con l’Iran, un conflitto nel quale Trump si è imbarcato in appoggio a Israele, minacciato nella sua esistenza dal regime degli ayatollah e dai suoi proxy.
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L’attacco è stato condotto senza una strategia condivisa con gli alleati e con obiettivi chiarissimi per lo Stato ebraico, ma contraddittori nelle dichiarazioni di Trump, che oscilla tra minacce apocalittiche e trattative di composizione. E tuttavia, ed è questo il punto più controverso, la guerra dovrebbe produrre anche effetti utili, sulla scorta di quanto avvenuto in Venezuela e di quanto, almeno nelle intenzioni, viene auspicato per Cuba.
Sul fronte interno questi fatti hanno avuto l’effetto di creare malcontento nei Maga, ma ricompongono temporaneamente il fronte repubblicano; su quello estero, di recuperare una centralità americana nel teatro mediorientale e di inviare un segnale di deterrenza che va ben oltre Teheran. Un’utilità tattica, però, che potrebbe portare a un logoramento strategico, foriero di un crescente isolamento internazionale, in coerenza con la dottrina America first.
In sintesi, la visione trumpiana mira a togliere di mezzo tutti i Paesi minacciosi, ma facilmente riconducibili all’ordine, compresa la Corea del Nord?, cancellare gli effetti del dopoguerra in Europa, lasciando che provveda a sé stessa, se ci riesce, fare della Russia non un nemico, ma un mercato e un possibile partner commerciale, concentrare tutta l’attenzione sull’unico reale competitor, cioè la Cina, fino a sacrificare Taiwan, se non sarà possibile trovare un compromesso.
Sul piano economico, a parte le fibrillazioni dei prezzi delle materie prime causate dal conflitto iraniano, in specie il petrolio, la politica dei dazi, portata a livelli che non si vedevano da decenni, si sta traducendo in un aumento diretto dei prezzi interni e in una pressione crescente sulle famiglie americane. L’inflazione legata alle tensioni internazionali e il rialzo dei beni importati stanno erodendo consenso, soprattutto tra i ceti più esposti.
In altre parole, il protezionismo che doveva difendere l’economia nazionale finisce per colpire proprio quella base sociale che ne costituisce il principale sostegno.
Da qui discende l’ultimo, decisivo passaggio: la tenuta politica interna.
I segnali che arrivano dall’opinione pubblica convergono: il consenso si sta assottigliando, e le elezioni di midterm rischiano di trasformarsi in un referendum sull’intera linea politica dell’amministrazione. Un’eventuale sconfitta aprirebbe scenari tutt’altro che teorici: il ritorno di un Congresso ostile potrebbe tradursi in nuove indagini e, in prospettiva, persino in procedure di impeachment.
Dunque, concludendo, il quadro si ricompone in una sintesi poco rassicurante. Non siamo di fronte a una strategia coerente, ma a un insieme di mosse che oscillano tra reazioni emotive e improvvisazione, esibizione di prove di forza a uso del consenso interno, ma perdita di credibilità esterna.
Ma il punto, in fondo, è che, con la presenza di Donald Trump, il mondo sta entrando in una fase in cui la prima potenza globale agisce senza una visione ordinatrice riconoscibile, sostituendo alla strategia una sequenza di mosse reattive, spesso contraddittorie. È questo vuoto, più ancora delle scelte, a generare instabilità ad alto rischio.
Anche l’era Trump finirà, ma i guasti che avrà prodotto e i problemi che avrà lasciato aperti saranno lì a ricordare che la sua presenza sulla scena mondiale è stata uno spartiacque che ha aperto una nuova era, dalla quale non si tornerà indietro.

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Articolo emblematico e chiarissimo nell’esprimere una situazione globale sempre più preoccupante. La storia insegna come un “king” possa ascendere e discendere in un battibaleno, anche per mano dei sudditi che sino a poco prima l’avevano osannato; non senza aver prima ingenerato danni permanenti talora irreparabili. Siamo esattamente in questa situazione, non esito a definire Trump un soggetto “ultra-borderline”, che sta trascinando il mondo intero in un “Pandora’s vortex”. L’articolo si sofferma, principalmente e giustamente, sulla situazione interna agli USA, in un divenire continuo, nel tentativo peraltro estremamente difficile di tentare una previsione sul futuro, ma il mio timore è che Trump, con la sua ambiguità – affatto strategica – abbia innescato un pericolosissimo effetto domino, che sembra peraltro gli stia letteralmente sfuggendo dalle mani. E allora quale mossa migliore se non quella di attaccare i “codardi”? scaricare ovvero la responsabilità dei propri errori sul prossimo, qualsivoglia esso sia. Modus operandi già espresso da Trump contro ben più di un nemico a suo modo di vedere. Una volta di più è commesso l’errore di non trarre insegnamento dal passato, vuoi per ignoranza, ma anche e sopratutto per arrogante e presuntuosa sicumera.
Ciò a riprova di quanto siano gravi le conseguenze derivanti dall’ascoltare sé stessi e gli yes men di cui ci si circonda, nel mentre con ogni mezzo si massacrano i grilli parlanti.