

È esplosa una prevedibile polemica sull’emendamento leghista che vieta “ampliamenti dell’offerta formativa”, curriculare e extracurriculare, “che riguardino tematiche dell’ambito sessuale” nelle scuole secondarie di primo grado — e non solo in quelle primarie, come previsto nel disegno di legge del ministro dell’Istruzione Valditara.
Si tratta dunque di un emendamento che non si accontenta dell’equilibrio faticosamente ricercato attorno al principio dell’opzionalità di questi insegnamenti, e che stabiliva, grosso modo, che l’ora di sesso, dalle scuole medie in poi, fosse come l’ora di religione: prevista, ma rinunciabile.
Prescindiamo dalle tecnicalità della questione e da ogni giudizio sul consueto braccio di ferro politico-legislativo tra destra e sinistra sui temi eticamente sensibili. Guardiamo invece al cuore del problema: la divisione dei ruoli tra la scuola che istruisce e la famiglia che educa nel processo di formazione all’affettività dei minori.
Non si può rappresentare questo scontro secondo i comodi dell’internazionale reazionaria, che va dall’America Maga alla Russia putiniana e che in Italia ha non pochi adepti, come una contesa tra le pretese dell’indottrinamento liberal-progressista — operato attraverso i canali dell’istruzione formale e il controllo dei mezzi di produzione dell’industria culturale di massa — e i diritti delle famiglie che rivendicano la libertà di educare i propri figli secondo i valori della tradizione e della religione, senza deferenze per il “politicamente corretto”.
Ci vuole una speciale impudenza per considerare di per sé una minaccia alla libertà — proprio oggi, e proprio da parte di chi più denuncia il pericolo islamista — la sindacabilità pedagogica dei precetti religiosi in materia sessuale.
D’altra parte, non si può neppure liquidare il problema della resistenza delle famiglie a un’educazione personale standard, “da buon cittadino” e niente più, come il retaggio di un pregiudizio antimoderno che mette a rischio la libertà dei giovani e, in prospettiva, quella dell’intera società. Le famiglie hanno il diritto di non vedere esaurire l’educazione dei desideri e dei sentimenti nel disciplinato studio di un manuale di educazione civica contro la violenza o la sopraffazione sessuale.
Dunque, il paradigma woke, che è assolutamente comune e trasversale a tutte le fazioni più rumorose di questa guerra di religione civile, e che ha — a destra come a sinistra — una finalità deliberatamente contraffattoria, va preventivamente dismesso per affrontare il problema in modo onestamente razionale e rispettoso di tutti i diritti e gli interessi in gioco.
Dopo averlo dismesso, bisognerebbe ripartire da qui: la stessa distinzione tra la scuola che istruisce e la famiglia che educa poggia sul presupposto della sostanziale condivisione di un minimo comune denominatore culturale, che non può affatto essere dato per scontato in società polarizzate da divisioni antropologiche sempre più profonde.
Dove viene meno quella sorta di unità “costituzionale” della società, viene meno anche il presupposto di un diffuso e pacifico pluralismo etico-religioso. Quel minimo comune denominatore culturale tra scuola e famiglia, che fa funzionare la divisione del lavoro educativo tra pedagogia civile e pedagogia personale senza opporle, non può essere rappresentato solo dall’adesione formale a principi di etica pubblica, ma dalla sostanziale condivisione di una serie di valori comuni.
Nell’etica sessuale e familiare — la pietra dello scandalo di questa polemica — ciò implica il riconoscimento dei principi di dignità e uguaglianza della persona umana, a prescindere da tutti i connotati della sessualità, sia sul piano dell’identità che dei comportamenti.
Se il wokismo di sinistra ha finito per far coincidere la natura della sessualità umana con le sue molteplici manifestazioni personali e sociali, il wokismo di destra vuole riportare la disciplina sociale della sessualità a un presunto canone naturale, derivato dalla biologia della riproduzione. Si tratta di due riduzionismi uguali e contrari.
Da una parte si sostiene, ad esempio, che escludere una persona trans dalle competizioni sportive femminili sia una discriminazione arbitraria; dall’altra che consentirle il riconoscimento anagrafico dell’identità femminile sia una frode al principio di parità. Se le si riconosce un’identità femminile, bisogna farla gareggiare con le donne; se non la si fa gareggiare con le donne, bisogna disconoscerle l’identità femminile.
Sempre stando a questo esempio, è patetico pretendere di dissolvere il binarismo biologico nelle diverse espressioni personali dell’identità sessuale, ma è anche grottesco pretendere di liquidare come scherzo o errore della natura qualunque identità o comportamento sessuale che deroghi alla verità che “solo un uomo e una donna fanno un bambino”, come se questa fosse la sola cosa vera o — peggio — scientifica che si possa dire sulla natura della sessualità umana.
Nella sua guerra contro il wokismo di sinistra, il wokismo di destra pretende di ottenere rapide rivincite sullo stesso terreno, travolgendo ogni remora e prudenza verso atteggiamenti scopertamente discriminatori che mettono in discussione proprio quel minimo comune denominatore senza il quale il pluralismo etico-religioso diventa separatismo o guerra civile.
Una famiglia che vuole essere libera di educare i propri figli alla “verità” per cui omosessualità e transessualità sono perniciose parafilie, che infettano l’anima e debilitano il corpo della società, dovrebbe essere trattata come una famiglia che insegna il fondamento naturale della sottomissione femminile al padre e al marito.
A queste famiglie la scuola non dovrebbe fare il favore di tacere, e la politica il servizio di silenziare come cattivi maestri dell’ideologia gender quanti spiegano che la discriminazione su base sessuale non è una legittima opzione educativa — né verso le donne, né verso quella che con disprezzo ormai è diventato normale definire “lobby LGBT”.
Dunque, perché scuola e politica non finiscano imprigionate nello scontro tra opposti estremismi, bisognerebbe liberare entrambe dall’ipoteca dei wokismi di potere.
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dubito che si riesca, perchè è appunto necessaria profondità di pensiero e volontà di ragionamento. Entrambe in disuso. Mi permetto aggiungere che le famiglie che invocano per sè in via esclusiva il diritto/dovere di educare i propri figli su materie quali il sesso e la biologia dovrebbero dimostrare di saperlo fare. Intendo dire che in una società “oscurata” per centinaia di anni dalla religione cattolica in quanto “patria” della stessa, dunque oscurantista, non è difficile credere che madri e padri che credono di sapere in realtà sappiano poco o nulla. Non siamo svedesi insomma. Così come per l’apprendimento di una lingua straniera occorrono insegnanti madrelingua, per certi insegnamenti ci vorrebbero insegnanti davvero qualificati. A scuola sì, non facoltativamente, e nè queer nè preti, per intenderci.
Parliamo sempre di ideologie. Queste sono particolarmente, se non assolutamente, adottate dai cervelli con logica mentale conservatrice, di destra o sinistra. Conservatori che si sentono rassicurati dall’uso di questo filtro che gli permette di dare una interpretazione a ciò che vedono, sopratutto se è qualcosa che è sconosciuto o che gli crea ansia o che stravolge i propri paradigmi. In questo caso il conflitto tra due visioni ideologiche condite di emotività e assolutamente mancanti di razionalità.