La vittoria dell’opposizione alle elezioni amministrative in Turchia, trattata abbastanza velocemente dalla stampa italiana, merita secondo me, al contrario, grande attenzione, essendo peraltro una buona notizia per l’Occidente e di un (grosso) pensiero in più per Vladimir Putin.
Il primo elemento degno di nota è che Ankara resta, pur con tutti i suoi limiti, nell’alveo delle democrazie, dal momento che il potere resta sostanzialmente contendibile. Constatazione, questa, tutt’altro che scontata dopo le contestate elezioni dello scorso anno che avevano consacrato l’ennesimo trionfo del presidente uscente Recep Tayyip Erdo?an, stabilmente alla guida del paese dal 2003. Un dato peraltro non da poco, che interrompe il percorso di avvicinamento al “modello russo” e scongiura l’instaurazione di una “democratura” di fatto, che avrebbe complicato le relazioni con l’Occidente e creato non pochi imbarazzi anche in ambito NATO, alleanza che pretende la vigenza di un ordinamento democratico come prerequisito per l’adesione.
Il Partito Popolare Repubblicano (CHP) di Ekrem ?mamo?lu, appena rieletto Sindaco di Istanbul, ha una visione moderata e soprattutto laica dello Stato, in netta opposizione con la svolta islamista imposta negli ultimi anni da Erdo?an, il quale anche sulla guerra israelo-paestinese ha di recente assunto una posizione nettamente filo-Hamas e di avversione contro il governo di Tel Aviv. Sono in molti ad immaginare ora un possibile tramonto dell’era del “Sultano”, apparso, subito dopo la pubblicazione dei risultati, stanco e rassegnato e che già in occasione della sua rielezione aveva fatto capire che quello ottenuto nel 2023 sarebbe stato il suo ultimo mandato. Una simile eventualità porterebbe inevitabilmente ad un radicale cambiamento nella politica estera di quello che è da sempre ritenuto uno stato chiave negli equilibri geopolitici e non solo per la sua particolare posizione geografica. Ponte di collegamento tra oriente e occidente, tra Europa e Asia, tra NATO e diversi attori regionali che hanno invece maturato una forte avversione verso l’ovest e le democrazie in genere.

Anche sulla guerra in Ucraina la Turchia ha mantenuto una posizione che è generalmente considerata di equilibrio. Formalmente al fianco di Kyiv, cui sin dall’inizio ha fornito i suoi micidiali droni, Erdo?an ha anche ospitato i primi tentativi di negoziato e svolto un ruolo cruciale di mediazione negli accordi sul commercio del grano ucraino. Ma ha anche sostanzialmente disapplicato le sanzioni contro il regime del Cremlino, aumentato notevolmente il volume degli affari con Mosca e ignorato le denunce sul fiorente mercato nero che di fatto consente alla Russia di commercializzare il grano rubato agli ucraini e di importare componenti essenziali per l’industria bellica, aggirando i divieti.
Le ragioni del rapporto costruito nel tempo con Vladimir Putin sono molteplici. Alcune di natura politica, legate ad esempio al rifiuto dell’Europa di assecondare l’ingresso di Ankara nell’Unione, portando così il paese posto a cavallo del Bosforo a condividere con la Russia un certo desiderio di rivalsa nei confronti del vecchio continente, frutto di una sorta di comune sindrome da rifiuto. Ma soprattutto di natura economica ed “energetica”. Proprio alla fine di febbraio scorso l’analista Francesco Siccardi ha pubblicato sul sito di Carnegie Europe, uno dei più prestigiosi think tank del mondo, un interessante approfondimento sull’argomento, nel quale rilevava come proprio la Turchia fosse – e sia tutt’ora – uno dei paesi più energivori del pianeta e come questo elemento abbia da sempre influito sulle sue strategie ed alleanze internazionali. In funzione di queste esigenze, Mosca, interessata a legare a sé un importante attore dello scacchiere internazionale e membro NATO, non solo è riuscita a proporsi come primo fornitore sia di petrolio che di gas, ma anche elaborato con Ankara l’ambizioso progetto di trasformazione della Turchia in una piattaforma per l’esportazione verso l’Europa di prodotti energetici.
Nelle intenzioni di Mosca questo avrebbe dovuto portare ad un accordo stabile e duraturo con Erdo?an, il quale tuttavia in questi ultimi mesi (complice probabilmente la constatazione delle scarse possibilità di una ripresa dei traffici di idrocarburi russi verso l’Europa nel breve e medio periodo) ha compiuto una serie di mosse, apparentemente non collegate a questo aspetto, e che hanno avuto poco risalto sulla stampa internazionale, sebbene dirompenti per le loro possibili conseguenze. Nelle scorse settimane il governo turco ha infatti ritirato la cittadinanza a Mahmoud Hussein, uno dei leader dei Fratelli Musulmani, la potente organizzazione islamista dalla cui costola è ad esempio nata Hamas. La decisione è stata assunta al culmine di almeno un triennio di progressiva presa di distanze da parte del Sultano e che lo scorso anno aveva anche portato alla chiusura dell’emittente Mekameleen, legata alla Fratellanza. La decisione potrebbe essere solo la prima di una serie di provvedimenti simili nei confronti di altri esponenti dell’organizzazione.
Una scelta forte, soprattutto alla luce del fatto che la Turchia era almeno dal 2013 la principale base operativa dei Fratelli Musulmani (che molti paesi considerano ufficialmente organizzazione terroristica). Dopo che il nuovo presidente egiziano Al Sisi aveva dichiarato l’intero gruppo fuorilegge, Erdo?an aveva infatti offerto ospitalità ai suoi leader, con la speranza di sfruttare le sue infinite ramificazioni per strappare all’Arabia Saudita la leadership del mondo islamico sunnita.
La portata di questo cambio di passo per le relazioni estere della Turchia sono evidenti già dal riavvicinamento proprio con Egitto e Arabia Saudita, sanciti con le visite di Erdo?an a Jedda lo scorso anno e al Cairo lo scorso febbraio. I ricuciti rapporti potrebbero testimoniare anche la volontà dello stesso Presidente di ri-orientare le politiche energetiche, attualmente legate alle forniture garantite da paesi come la Russia e l’Iran, oltre che dall’alleato Azerbaijan (non a caso supportato da Ankara nella contesa con l’Armenia per il Nagorno Karabakh).
Sempre il Carnegie Europe, in un articolo immediatamente precedente le elezioni amministrative turche a firma di Marc Pierini e Francesco Siccardi aveva avvertito dell’importanza della consultazione per le potenziali conseguenze sulla traiettoria che il paese avrebbe intrapreso nella politica internazionale proprio a partire dalle relazioni con la Russia. Difficile in questo senso immaginare un cambio di passo immediato, data anche la scarsa influenza del voto locale sugli equilibri governativi, ma di certo Vladimir Putin, che aveva finora trovato in Erdo?an un “quasi alleato”, potrebbe non avere più modo di dormire sonni tranquilli. Visto che, a meno che il partito di Erdogan APK non costruisca in fretta una nuova leadership, nei prossimi anni potrebbe ritrovare invece sul Mar Nero un avversario che di quel mare controlla gli accessi nel e dal Mediterraneo, oltre alla più grande tra le postazioni NATO, visto il faraonico ampliamento già iniziato della base di Costanza in Romania.
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