Una breve riflessione su ciò che il 9 maggio rappresenta in termini di eredità sovietica, e sul perché questa ricorrenza sia intrinsecamente pericolosa per i Paesi ex-URSS diversi dalla Russia.
Partiamo da un dato: durante la Seconda Guerra Mondiale la Russia ha perso il 12,7% della popolazione, mentre gli altri Stati ex-sovietici il 15,06% (12.650.000 / 83.990.000). La Russia ha contribuito alla sconfitta dei nazisti poco più degli altri in termini assoluti, a fronte di una popolazione notevolmente maggiore, ma meno degli altri in termini relativi.
La vittoria, insomma, è tanto dei russi quanto degli ucraini, dei bielorussi o degli armeni.

Il fatto che i russi si siano “appropriati” di questa ricorrenza è però sintomatico: festeggiare il 9 maggio vuol dire festeggiare non solo la sconfitta dei nazisti, ma anche l’affermazione dell’URSS, di cui i russi (ma non gli altri) si sentono eredi. E fra i due aspetti della celebrazione è proprio il secondo a prevalere nella narrazione putiniana, che cerca di diffondere nella popolazione sentimenti imperialistici e nostalgia per l’URSS (vedi foto), mentre la retorica anti-nazista, seppur onnipresente, è vuota e solo formale (com’è dimostrato dall’ormai consueto ricorso a compagnie mercenarie di chiara ispirazione nazista).




La retorica anti-nazista è però molto utile, oltre che per rafforzare in maniera propagandistica il supporto all’invasione dell’Ucraina, in chiave pro-sovietica. E va letta in questa chiave anche la riabilitazione di una figura come Stalin, uno dei peggiori criminali della Storia, che nella Russia putiniana è diventato la figura in assoluto più apprezzata dai russi.
Quella del 9 maggio, in sostanza, è una festa che celebra l’URSS e che quindi porta acqua al mulino dell’imperialismo russo e della sua narrazione, togliendola dal mulino della narrazione identitaria di quegli Stati che si sono battuti per ottenere l’indipendenza dall’URSS. L’idea, molto comune nell’immaginario collettivo russo, per la quale l’Ucraina sia tutto sommato il cortile di casa della Russia, è parte di uno storytelling che trova il proprio culmine esattamente nelle parate del 9 maggio.
Non è un caso che l’Ucraina, l’anno scorso, abbia deciso di celebrare la giornata della Vittoria sul Nazismo l’8 maggio anziché il 9: l’8 maggio è la data in cui le forze armate tedesche firmarono la resa a Berlino, resa che divenne effettiva alle 23:01 CET, ovvero le 00:01 del 9 maggio secondo il fuso orario di Mosca, che quindi celebra la ricorrenza il giorno successivo. (In realtà la resa agli Alleati venne firmata il 7 maggio a Reims, con un documento a cui Stalin chiese però di apportare delle modifiche). Dall’anno scorso, inoltre, la ricorrenza non si celebra più in Lettonia, per “evitare le distorsioni della storia della Seconda Guerra Mondiale spesso implicite nelle celebrazioni del Giorno della Vittoria”.
Insomma, è giusto che un ucraino, un georgiano o un lettone commemorino il sacrificio dei loro uomini e delle loro donne durante la Seconda Guerra Mondiale. Questa ricorrenza, però, contribuisce anche a perpetuare l’idea che l’Ucraina, la Georgia o la Lettonia abbiano un destino comune. Che è quello che fino al dicembre del 1991 si chiamava URSS, e che oggi avrebbe un nome diverso, ma lo stesso volto.
È possibile, dal punto di vista dei Paesi ex-URSS, tenere le due cose distinte? Da un lato celebrando la vittoria sui nazisti, dall’altro evitando che questa celebrazione, di fatto, diventi una celebrazione dell’URSS, e quindi della propria mancanza di indipendenza? Sì: e non solo è possibile, ma anche opportuno. Per tenere le due cose distinte non bisogna riscrivere la Storia, ma è sufficiente evidenziarne delle parti diverse da quelle evidenziate dai russi. È la strada che, come detto, ha deciso di intraprendere l’Ucraina nel 2023, e che in passato è stata intrapresa ad esempio dai Baltici e, fra gli Stati non URSS, dalla Polonia.

Da un punto di vista politico, sarebbe opportuno spingere affinché tutti gli Stati che celebrano la giornata della Vittoria il 9 maggio inizino a celebrarla l’8, in modo da marcare una distanza molto netta dall’imperialismo russo e dalle nostalgie sovietiche.
E chissà che un giorno tutti gli Stati ex Patto di Varsavia e post-sovietici non decidano di celebrare con maggiore enfasi il crollo dell’URSS, istituendo una giornata di festa unitaria e transnazionale che vada ad aggiungersi alle Feste di Indipendenza nazionali: potrebbe essere un modo per sbiadire ulteriormente, e forse in maniera definitiva, il colore rosso sangue della bandiera dell’URSS. Che di tanto in tanto continua a sventolare tra le strade della Russia. E sui carri armati con cui i russi hanno invaso l’Ucraina.

Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.
