Qualche anno fa, un giorno, il maggiore dei miei figli mi chiese a bruciapelo cosa ne pensassi delle posizioni sui trans di J.K. Rowling. Per capire la natura della sua domanda occorre presentare il contesto. Siamo in Uk, da un lato c’è un figlio gay, molto attivo nel centro LGBTQ+ della cittadina in cui viviamo, con amici trans che frequentano la nostra casa da tempo; dall’altro una madre di sinistra, sostenitrice dei diritti di tutti, indiscriminatamente. Nessuno certamente in casa nostra è un ultra-conservatore cristiano (infatti siamo tutti atei), né ci sono omofobi o sostenitori del Dio, Patria e Famiglia che tanto piace alla destra italiana o a personaggi locali come il tory Jacob Rees-Mogg con posizioni da Santa Inquisizione. In quel periodo eravamo tutti iscritti al partito laburista e tra me e mio figlio il più moderato era lui.
Il fatto che mi avesse posto la domanda è rilevante. Se per lui la mia risposta fosse stata scontata non me l’avrebbe posta, né lo avrebbe fatto se le sue convinzioni fossero radicate al punto da non poter essere messe in discussione da un’opinione lontana dalla sua. Mentre mi prendevo del tempo per valutare la risposta, ragionavo sulla questione. Ci muovevamo in quel raro territorio neutro nel quale erano possibili considerazioni senza che nessuno saltasse alla gola dell’altro in una rapida ed inconciliabile estremizzazione di posizioni: quella che – sui social e nella comunità in generale – ha reso Rowling oggetto di anatemi, boicottaggi e roghi di libri.
“Non lo so,” risposi. Ed era il pensiero più onesto che potessi offrire in quel momento. Ci dovevo pensare. La mia risposta lo incuriosì. Il fatto che non si mostrasse affatto irritato dal mio mancato salire sul carro dei fustigatori, confermava che la mia posizione per lui era importante. Mi trovavo dunque in uno di quei momenti in cui senti tutto il peso della genitorialità, quello in cui sai che non è tanto importante la risposta che dài (la quale può essere accolta o respinta) ma il modo in cui ragioni.
Gli spiegai che per essere in accordo o in disaccordo con Rowling avrei dovuto avere ben chiara la mia posizione sui trans – non certo l’accettazione o meno o il riconoscimento dei diritti (cose non in discussione) – ma se un trans potesse essere considerato a tutti gli effetti un uomo, una donna oppure se restava semplicemente un trans, verso il quale la società, in nome dell’accettazione, concordava di aderire, anche legalmente, ad una finzione. Ormoni e chirurgia sono sufficienti? Non lo sapevo, e la questione mi sembrava troppo complessa per poter essere risolta a suon di slogan o partiti presi.
Era una questione che necessitava una discussione aperta in un territorio neutro e quel giorno, per nostro merito o fortuna, io e mio figlio fummo capaci di mettere sul piatto considerazioni a favore e contro. Pensavamo all’amico Paul (nome fittizio), un ragazzo a tutti gli effetti, che conoscevo da anni e che mai e poi mai avrei considerato altro che un maschio, il quale però era nato femmina. Paul era felice, come qualcuno che ha ritrovato la strada di casa dopo essersi smarrito in un luogo ostile. Perché poi le grandi questioni filosofiche, psicologiche o ideologiche vanno sempre ricondotte alle persone. E lì, nel microcosmo di Paul, la questione era chiara e anche solo pensare di poter ricondurre quel ragazzo in un luogo neutro di “né uomo né donna ma trans” pareva un esercizio futile e crudele.
Il macrocosmo però neanche può essere ignorato perché nessun individuo è un’isola, e la società, nel complesso, deve tenere conto di tutti. Lo sport, naturalmente, è una delle questioni delicate perché lì emerge l’aspetto della “finzione”. Ormoni e terapie non bastano. Inevitabilmente chi è nato uomo manterrà delle caratteristiche fisiche diverse. Un atleta nato uomo non potrà mai essere un’atleta donna. Se il diritto di una categoria che ha scelto la chirurgia è affermato a dispetto di una categoria che al limite potrebbe solo ricorrere alla robotica per equiparare lo svantaggio si entra in un campo minato: dove ci si ferma? Chi è nata donna, ha uno svantaggio. Ecco allora affermarsi l’area grigia: nello sport il trans non può essere né un uomo né una donna, resta un trans. Certo, si potrebbero creare delle categorie a parte per consentire ai trans la partecipazione sportiva, ma questa risoluzione pratica non farebbe che affermare inequivocabilmente che il trans, appunto, non è né uomo né donna ma un trans.
Gli esempi si moltiplicano e sia io che mio figlio ci rendiamo conto che la questione non può essere liquidata facilmente e che piuttosto che procedere per esorcismi e per partiti presi verso Rowling si doveva avere almeno il coraggio di guardare alla questione contemporaneamente da entrambi i lati della barricata. Prendiamo un suo tweet di cui si discuteva molto in quei giorni. La scrittrice aveva ritwittato un editoriale in cui si parlava di “persone che hanno le mestruazioni”, evitando di utilizzare la parola “donne”. “Persone che hanno le mestruazioni”, aveva scritto. “Sono sicura che una volta esistesse una parola per quelle persone…” Poi, dopo la valanga di reazioni negative, aveva spiegato: “Se il sesso non è reale, la realtà vissuta dalle donne a livello globale viene cancellata. Conosco e amo le persone trans, ma cancellare il concetto di sesso rimuove la capacità di molti di discutere in modo significativo della propria vita. Non è odio dire la verità. L’idea che donne come me, che sono empatiche nei confronti delle persone trans da decenni, sentendosi affini perché sono vulnerabili allo stesso modo delle donne – cioè alla violenza maschile – ‘odiano’ le persone trans perché pensano che il sesso sia reale e ha conseguenze vissute: è una sciocchezza.” E poi ancora: “Rispetto il diritto di ogni persona trans di vivere in qualsiasi modo che le sembri autentico e confortevole. Marcerei con te se fossi discriminato perché trans. Allo stesso tempo, la mia vita è stata plasmata dal fatto di essere donna. Non credo che sia prova di odio dirlo”.
Dagli attacchi che ne erano seguiti, era apparso ovvio che quelle parole erano state fraintese oppure ignorate perché presto la discussione era stata spostata all’estremo opposto. Quello di Rowling era stato interpretato come un atto efferato di antagonismo verso trans mirato a lederne i diritti. Perfino Emma Watson e Daniel Radcliffe (Hermione e Harry Potter) e Stephen King erano insorti contro di lei.
Per chi vede la questione nel modo mostrato attraverso l’esempio dello sport (il trans non è né un uomo né una donna, resta un trans), sentire parlare di donne come “persone con utero” o “persone con mestruazioni” più che offensivo è surreale. Si entra in una modalità da psicosi collettiva che non solo trasforma una “finzione” sociale in una realtà paradossale ma crea una realtà che cancella interamente il concetto di donna perché se dal linguaggio elimini una parola, crei una realtà nella quale coloro a cui era riferita diventano altro. In breve, perché i trans siano donne, le donne in quanto tali devono sparire.
Per chi invece è fermamente convinto che la transizione trasformi l’individuo e che il passaggio da un sesso all’altro sia assoluto su tutti i fronti (anche nello sport, ovviamente, altrimenti tutto il castello crolla) quel non riconoscere il diritto del trans di essere riconosciuti al 100% come appartenenti al sesso acquisito rappresenta la più assoluta delle violazioni.
Non è una questione da poco, ma è una che – nel secondo caso – conduce presto a farne una questione morale e dogmatica, che non solo non ammette di essere contrastata (se non sei con, sei un nemico) ma non tollera neanche il dubbio, lo scambio di opinioni o qualsiasi dialogo sul tema. Non ammette, in sostanza, che le persone possano ragionare, valutare e raggiungere le proprie conclusioni. Se lo fai, diventi una TERF (trans exclusionary radical feminists – qualcuno da azzittire a tutti i costi). E questo, per una questione così complessa e piena di risvolti etici, biologici, morali, culturali e sociali (che non può in alcun modo essere risolta a suon di partiti presi) lancia un segnale di allarme.
Nel tempo – forse a rigor di logica o per una questione generazionale – mi sarei trovata in linea con molte osservazioni di Rowling ma allora mi ricordo che dissi a mio figlio che talvolta le conclusioni personali sono meno importanti dell’atteggiamento complessivo. Si può promuovere un’idea di tolleranza attraverso l’intolleranza?
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Grazie della riflessione e delle considerazioni personali, Alessandra.
Due anni fa sentii una interessantissima lezione alla Scuola di Liberalismo della Fondazione Luigi Einaudi sul tema gender, nella quale si distinguevano ben quattro tipi di gender differences: gender identity (man, woman, queer), gender appearance (masculine, feminine, androgynous), biological sex (male, female, intersex), sexual orientation (homosexual, heterosexual, bisexual).
Se qualcuno volesse approfondire, mi permetto di suggerire la visione, la lezione è disponibile su YouTube.
Riccardo
Interessante. Vorrei porre un mio dilemma, schematizzando: se si vuole, o qualcuno pretende, che i tans siano considerati “normali”, allora si rinuncia ad indagare sulle cause che possono essere all’origine, altrimenti si viene accusati di considerarli malati da curare, cosa che in effetti in un certo senso sono, infatti la transizione avviene tramite la medicina. Mi chiedo se sia giusto rinunciare moralisticamente a fare ricerca scientifica, ad esempio, si sa che un’alta concentrazione di ftalati (p-fas) nell’acqua provocano nei pesci l’inversione, e nei maschi umani sterilità e femminilizzazione (io vivo in Veneto vicino alla vasta zona colpita da questo inquinamento). Temo che per moralismo si rinunci a studiare e capire a fondo.
Un cordiale saluto Liliana Corrà @Lialacor
Uno dei grossi problemi negli USA, Canada e in Uk è che il rischio di accusa di transfobia e di pratiche di riorientamento (bandite) impediscono ai medici e ai professionisti di investigare le cause per poter distinguere i veri casi di disforia (dove la transizione aiuta i ragazzi a vivere meglio) da un’altra vasta gamma di problematiche (autismo, vittime di violenza fisica o psicologica o semplicemente persone che non conformandosi in tutto temono di appartenere all’altro sesso)
per le quali la transazione è non solo controindicativa ma diventa a suo tempo una forma di orientamento sessuale rovesciato in cui evitando di investigare su altre condizioni si propone la transizione come cura.
Il problema è che i medici che si oppongono vengono licenziati e le filosofe che contrastano le teorie di Judith Butler prima o poi sono costrette a lasciare le cattedre (come Kathleen Stock, Debrah Sox e altri).
Sarebbe molto meglio che la comunità LGBTQIAPK+ si impegnasse per un approccio scientifico senza pregiudizi, peraltro accusando chiunque di pregiudizi e fobie. Temo la loro aggressività, percepisco odio distruttivo nel loro impegno a favore di hamas, houthi, islamo-marxismo e ogni genere di perversione.