


Continua “Pensieri al Centro”, il dibattito sul nuovo progetto di centro liberal-democratico aperto dall’articolo di Alessandro Chelo.
Forza Italia, il centrodestra, i riformisti del PD e il nodo mai sciolto del corporativismo italiano: il cammino verso una vera evoluzione liberal-democratica resta possibile, ma solo a patto di non confondere il desiderio politico con la realtà dei rapporti di forza.
Ad impulso avrei voluto rispondere ad Alessandro Chelo nello spazio dei commenti al suo ultimo articolo. Poi ho riflettuto e ho chiesto a InOltre di concedermi uno spazio per sviluppare alcune argomentazioni in modo più articolato.
Se il fulcro del ragionamento di Chelo è Forza Italia, credo che una prima risposta venga proprio dalla storia di quel partito. L’alleanza con Bossi e Fini precluse fin dall’inizio il sogno di una rivoluzione liberale di stampo anglosassone.
Ne sono testimonianza le successive defezioni di personalità di grande levatura e di diversa provenienza culturale e politica: Saverio Vertone, Lucio Colletti, Antonio Martino, Giuliano Urbani, Piero Ostellino, Marcello Pera, Carlo Scognamiglio e molti altri. L’elenco potrebbe continuare a lungo.
Quanto all’ipotesi di un recupero in tal senso di Forza Italia, mi permetto di esprimere qualche dubbio basato su elementi che considero evidenti. Lo sdoganamento del MSI e il veteroanticomunismo, al quale Berlusconi non rinunciò mai, appartengono alla sua eredità politica e sono entrati stabilmente nel DNA del partito.
I recenti interventi pubblici e gli incontri riservati di Marina Berlusconi sembrano indicare che Forza Italia non sarebbe disponibile a restare in una maggioranza comprendente anche il movimento del generale Vannacci. Tuttavia, è difficile immaginare che il mondo Mediaset sia disposto ad affrontare una lunga traversata nel deserto lontano dalle stanze del potere.
Come ho già avuto modo di osservare altrove, ritengo più probabile che siano alcuni esponenti dell’area riformista del Partito Democratico ad abbandonare il partito, quando il campo largo sarà costretto a enunciare la propria linea in politica estera, sia nella fase di elaborazione del programma sia nel momento della sua presentazione agli elettori.
Vorrei infine soffermarmi su quello che considero il vero nodo irrisolto della vicenda italiana. Esiste infatti un lascito del fascismo che, tollerato, blandito e mai sconfitto nel lungo periodo del consociativismo tra DC e PCI, continua a condizionare la vita del Paese: il corporativismo.
È questo, più ancora delle appartenenze ideologiche dichiarate, l’ostacolo principale all’evoluzione dell’Italia in senso liberal-democratico. Ne sono esempi il valore legale del titolo di studio, la persistenza degli ordini professionali e i numerosi regimi di licenze, concessioni e autorizzazioni che continuano a limitare l’accesso alle professioni e alle attività economiche.
Ad esso si accompagna il suo fratellastro: l’assistenzialismo, altrettanto pernicioso, la cui influenza si è manifestata con particolare evidenza durante i governi Conte.
Se proprio dovessi immaginare uno scenario oggi improbabile ma non impossibile, direi che una conferma elettorale significativa di Futuro Nazionale potrebbe indurre Giorgia Meloni, una volta liberata dal vincolo del proprio tradizionale bacino elettorale, a spostare l’asse del centrodestra verso posizioni più centriste.
Ciò potrebbe accadere soprattutto se la crescita di Vannacci avvenisse a spese della Lega e fosse accompagnata da un buon risultato di Forza Italia e dell’area rappresentata da Calenda.
Si tratta però di un incastro complesso, nel quale troppe variabili dovrebbero allinearsi contemporaneamente. Inoltre, sulla scena agiscono ancora giocatori esperti e abili come Bettini, Renzi e Franceschini, che sembrano muoversi in una direzione diversa e dispongono ancora di carte importanti.
Ciò detto, tentar non nuoce. Mettiamoci pure in cammino, ma senza smarrire il senso della realtà.
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