

Con quest’articolo comincia la collaborazione di Raffaele Magaldi con InOltre. Milanese, vive nei Paesi Bassi dal 2011. Un’esperienza di due anni in Slovacchia lo ha portato a interessarsi alla storia del dissenso nel regime comunista cecoslovacco. Benvenuto Raffaele.
Le immagini degli studenti slovacchi che, in segno di protesta contro il premier Robert Fico, abbandonano in massa un incontro organizzato a Poprad stanno — giustamente — facendo il giro del mondo. Ma cosa è successo davvero? E come si è arrivati a questo punto?
Per capirlo, occorre fare un passo indietro. La settimana precedente, Fico avrebbe dovuto incontrare gli studenti della Spojená škola Dominika Tatarku a Poprad, città del nord del paese, ai piedi dei monti Tatra. La mattina del 7 novembre, giorno dell’evento, sul marciapiede davanti alla scuola compaiono scritte tracciate con gessetti colorati: messaggi critici verso il premier e il suo governo. La direttrice chiama la polizia per identificare l’autore della scritta più evidente (“Fico è un traditore”), mentre l’ufficio del premier comunica che l’incontro deve essere rinviato. Fico sostiene che la decisione sia dovuta a impegni di agenda; molti studenti ritengono invece che la visita sia stata cancellata per evitare di affrontare la protesta.
La nascita della “Rivoluzione di gesso”
Il giorno successivo accade qualcosa di imprevisto. In decine di città slovacche compaiono sui marciapiedi scritte simili, sempre con gessetti colorati. Nel giro di poche ore i social slovacchi ribattezzano il fenomeno “kriedová revolúcia”, la Rivoluzione di gesso. Tra i messaggi più diffusi:
• “Fico ha paura del gesso”
• “Vivi in modo che non sia un gessetto a spaventarti”
• “Andiamo nella DIREZIONE sbagliata” (giocando sul nome del partito Smer, “direzione”)
• “Stop all’impunità dei potenti”
• “L’amore e la verità vinceranno”
Quest’ultima frase è un omaggio a Václav Havel e alla Rivoluzione di velluto del 1989, di cui lunedì 17 novembre si celebra l’anniversario. È anche per questa coincidenza simbolica che si parla ormai di Rivoluzione di gesso.
I motivi della protesta
Le ragioni del malcontento sono molteplici. Qui le principali.
- La “konsolidácia”: austerità per i cittadini, privilegi per il governo.
Il governo ha introdotto un consolidamento fiscale che aumenta i costi per famiglie e imprese. Nel frattempo, però, premier e ministri hanno approvato per sé aumenti salariali e nuovi benefit. Secondo i media slovacchi, il salario di Fico è oggi circa sette-otto volte superiore alla media nazionale, e una legge approvata di recente gli garantirà un vitalizio di circa 4.000 euro mensili una volta terminato il mandato, in aggiunta alla futura pensione. - La cancellazione del 17 novembre come giorno festivo.
Pur rimanendo formalmente “festa nazionale”, il 17 novembre non sarà più un giorno non lavorativo. Una scelta che colpisce nel profondo un paese che proprio quel giorno ricorda la lotta contro la dittatura comunista. - Le riforme giudiziarie e la fine della Procura Speciale.
Il governo Fico, insediatosi nel 2024, ha rapidamente approvato una riforma penale molto discussa. Le modifiche includono:
• l’abolizione dell’Ufficio del Procuratore Speciale, responsabile delle indagini su corruzione e criminalità organizzata;
• la riduzione delle pene per vari reati economici e di corruzione;
• termini di prescrizione più brevi.
Secondo molti osservatori — slovacchi ed europei — queste riforme indeboliscono la capacità dello Stato di perseguire reati complessi e mettono a rischio lo stato di diritto.
Il confronto a Poprad: studenti in nero, chiavi e una bandiera ucraina
Arriviamo così a venerdì 14 novembre 2025. L’incontro con Fico non si tiene più nella scuola ma nella sede dell’amministrazione distrettuale (Okresný úrad).
Gli studenti si organizzano di conseguenza: si presentano vestiti di nero, alcuni portano gessetti, uno espone una bandiera ucraina.
Quando Fico inizia a criticare le iniziative del Parlamento Europeo a favore dell’Ucraina, gli studenti si alzano in piedi, fischiando e agitando mazzi di chiavi — lo stesso gesto usato dai manifestanti della Rivoluzione di velluto nel 1989.
Il premier perde la calma: “Se pensate di essere eroi, con le vostre maglie nere… Se vi piace tanto questa guerra, andate.”
Gli studenti accettano l’invito alla lettera e abbandonano la sala, tra il tintinnio delle chiavi.
Fico insiste: “Andateci voi, a combattere”, aggiungendo poi che nel confronto democratico bisogna “ascoltare le opinioni contrarie”.
Ma quanto è democratico un confronto in cui il primo ministro liquida il dissenso giovanile invitando i propri concittadini “ad andare in guerra”?
Il richiamo al 1989
Il parallelo con il 17 novembre 1989 non è retorico.
La Rivoluzione di velluto nacque da una manifestazione studentesca pacifica e si trasformò, in pochi giorni, in un movimento capace di abbattere un regime.
Il tintinnio delle chiavi è tornato oggi come simbolo di un limite superato, di una pazienza esaurita.
Una frattura politica e sociale ormai evidente
Gli ultimi sondaggi mostrano un calo significativo di consenso per i due partiti principali della coalizione di governo (Smer, di Fico, e Hlas, del Presidente della Repubblica Peter Pellegrini); la terza forza di governo, il partito nazionalista SNS, al momento appare molto lontano dal quorum del 5% necessario per entrare in parlamento.
Molte aziende e alcuni enti pubblici hanno già annunciato che tratteranno comunque il 17 novembre come giorno festivo.
La Rivoluzione di gesso non è solo una protesta studentesca. È la manifestazione visibile di una frattura profonda tra il governo e una larga parte della società slovacca.
La speranza è che la mobilitazione civica continui, mantenendo la pressione democratica affinché il governo scelga tra due strade: correggere il proprio corso o affrontare elezioni anticipate.
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Durante una mia vacanza a Praga nel Giugno del 1990 ho avuto la fortuna di vivere l’esplosione di speranze, gioie, creatività che debordava da ogni angolo della città. Per puro caso mi son trovato, con la mia famiglia, nello stesso locale dove è entrato Václav Havel. Ho un ricordo ancora ricco di commozione per quanto ho potuto vedere: un popolo che era uscito dalla cupa oppressione comunista e che aveva abbracciato la libertà individuale e di massa. Ci sono poi tornato in anni successivi ed ho visto crescere pian piano l’attuale deriva che mi colpisce profondamente. Grazie per questo bell’articolo.
Grazie per la bella testimonianza. Io ho conosciuto Cechia e Slovacchia già da separate, ma il rapporto che c’è tuttora tra i due popoli credo sia qualcosa di unico. Comunque, mi sento di poter dire che c’è motivo per sperare che la deriva che anche lei ha notato possa essere sconfitta. Le immagini delle piazze slovacche e ceche nel giorno in cui si ricorda la fine del comunismo -nonostante il tentativo di Robert Fico di cancellare la ricorrenza- sono molto forti e commoventi. Come diceva Havel: “la verità e l’amore devono prevalere sulla menzogna e sull’odio.”
Deliri degli anticomunisti? Mi sembra un giudizio assolutamente fuori luogo. Comunque…Il fatto che il comunismo sia stato “sconfitto” in Europa nel 1989 non significa che non esista più. Men che meno può significare che la memoria della liberazione da quel regime totalitario sia da archiviare; bisognerebbe poi conoscere un po’ meglio la realtà ceca e slovacca, dove nonostante tutto qualche comunista convinto c’è ancora -casualmente nel partito del premier Fico (https://www.noviny.sk/video/35655b2c-0576-43c7-8739-771d59a4126d/blahu-stihaju-pre-kosak-a-kladivo). In ogni caso: per me qualsiasi regime totalitario è stato e sarà sempre il male, non ho assolutamente nessuna “nostalgia” per nazismo, fascismo o altre forme di oppressione delle libertà individuali che ho sempre rigettato. La protesta dei giovani slovacchi di venerdì, e quella che le anticipo ci sarà domani nella commemorazione della Rivoluzione di velluto, merita solo rispetto.
I deliri degli antico unisti non li sopporto. Il comunismo non esiste più e chi lo combatte come voi ad esempio puzza tanto di nostalgico per il nazismo