

La risoluzione ONU sulla schiavitù riapre il tema delle responsabilità storiche e delle riparazioni, ma conferma gli interrogativi sulla neutralità dell’Assemblea Generale e sull’uso politico della memoria nel sistema internazionale.
La recente risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che definisce la tratta transatlantica degli africani “il più grave crimine contro l’umanità” è stata presentata come un atto di giustizia storica.
Ed è difficile contestare il merito storico della definizione: la schiavitù atlantica è stata una tragedia sistemica, prolungata, disumanizzante.
Ma fermarsi qui significa ignorare il punto più rilevante: queste risoluzioni non sono mai neutrali.
L’Assemblea Generale non è un tribunale della storia. È un’arena politica. E come tutte le arene politiche, riflette rapporti di forza, interessi e strategie.
Il fatto che una maggioranza numerica di Paesi – in gran parte appartenenti al cosiddetto Global South – converga su una determinata lettura del passato non la rende automaticamente una verità universale condivisa, ma una posizione politica legittimata dai numeri.
Il cuore del problema non è la memoria, ma l’uso della memoria.
Definire la schiavitù come “il più grave crimine contro l’umanità” non è solo un atto simbolico. È un atto che costruisce una gerarchia morale tra eventi storici, e che apre implicitamente la porta a rivendicazioni politiche ed economiche contemporanee, a partire dal tema delle riparazioni.
Non è un caso che la risoluzione inviti esplicitamente gli Stati a considerare scuse formali e contributi a fondi compensativi. Il passato viene così tradotto in leva negoziale sul presente.
Questa dinamica non è nuova.
L’ONU ha già prodotto in passato risoluzioni fortemente connotate politicamente, che col tempo si sono rivelate più espressione di equilibri contingenti che di principi universali.
Il caso più emblematico resta la United Nations General Assembly Resolution 3379, con cui nel 1975 il sionismo venne equiparato al razzismo.
Una decisione sostenuta da un blocco politico ben preciso, e successivamente abrogata nel 1991, quando gli equilibri internazionali erano mutati.
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Quel precedente dovrebbe indurre prudenza e scetticismo.
Non perché la storia della schiavitù sia discutibile – non lo è – ma perché il modo in cui viene codificata istituzionalmente risponde a logiche che vanno oltre la ricostruzione storica.
La stessa formulazione “gravest crime” introduce un elemento problematico: la competizione tra tragedie.
In un sistema internazionale segnato da genocidi, guerre mondiali e pulizie etniche, stabilire una graduatoria morale assoluta è un’operazione intrinsecamente politica, non oggettiva.
È qui che emerge la frattura tra blocchi.
Da un lato, molti Paesi africani e caraibici vedono nella risoluzione uno strumento per correggere squilibri storici ancora percepiti come attuali.
Dall’altro, diversi Paesi occidentali – tra voto contrario e astensione – temono le implicazioni di lungo periodo: precedenti giuridici, pressioni finanziarie, delegittimazione storica delle proprie istituzioni.
Ridurre questa tensione a uno scontro tra “giustizia” e “negazionismo” è una semplificazione comoda ma fuorviante.
Si tratta piuttosto di uno scontro tra due visioni del sistema internazionale: una che vede la storia come base per rinegoziare il presente, e un’altra che teme che questa rinegoziazione diventi potenzialmente illimitata.
In questo senso, il parallelo con alcune dinamiche culturali occidentali – dalla cancel culture alle politiche identitarie – non è semplicemente parziale: è quantomeno rivelatore.
Non perché esista necessariamente un coordinamento esplicito tra questi mondi, ma perché colpisce la convergenza sostanziale di linguaggi, categorie e obiettivi.
Che movimenti politici e culturali interni all’Occidente, spesso apertamente critici – quando non ostili – nei confronti della sua storia e delle sue istituzioni, si ritrovino a sostenere esattamente lo stesso impianto interpretativo promosso in sede ONU da una maggioranza di Paesi non occidentali, non può essere liquidato come una coincidenza irrilevante.
È, nel migliore dei casi, una convergenza spontanea. Nel peggiore, il segnale di una fragilità culturale interna che finisce per amplificare, legittimare e rafforzare una pressione politica esterna.
In ogni caso, il punto resta: ciò che appare come una battaglia culturale è in realtà una partita di potere.
E la sovrapposizione tra questi due livelli – interno ed esterno – è precisamente ciò che rende queste dinamiche più incisive e meno innocue di quanto si voglia ammettere.
La verità, meno consolatoria, è che l’ONU non è – e non è mai stata – un arbitro imparziale della storia.
È uno spazio in cui la storia viene continuamente reinterpretata, negoziata e talvolta strumentalizzata.
E ogni volta che una risoluzione viene presentata come “atto di giustizia universale”, vale la pena chiedersi non solo se sia giusta, ma anche a chi serve.

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In realtà, se la storia vogliamo raccontarla tutta, le razzie per catturare le persone da far deportare in Europa e soprattutto nelle Americhe, erano i capitribù locali che andavano a devastare le tribù vicine.
In realtà, come è stato già qui ricordato, gli acquirenti dei frutti delle razzie erano i grossisti arabi, che poi li rivendevano ai trafficanti bianchi.
In realtà – anche questo è già stato qui ricordato – i bianchi sono stati non solo i primi, ma anche gli unici ad arrivare a ripudiare lo schiavismo e ad abolirlo.
In realtà, se la storia vogliamo raccontarla proprio tutta, i bianchi schiavi di arabi e ottomani sono stati decisamente più numerosi dei negri schiavi dei bianchi, e non ho mai sentito di bianchi che si mettano a pretendere risarcimenti, perché noi abbiamo la dignità di non metterci a frignare per scatenare sensi di colpa nei propropropropronipoti dei responsabili del nostro sfruttamento per farci mantenere. E se posso, per l’ennesima volta, autocitarmi…
https://ilblogdibarbara.wordpress.com/2013/09/06/la-storia-dimenticata-dei-bianchi-ridotti-in-schiavitu/
Ottimo articolo. Un’analisi lucida che conferma come l’ONU rischi di trasformarsi da arbitro internazionale ad agenzia di marketing ideologico. È il paradosso della gestione Guterres: si processa il passato per evitare di guardare in faccia le autocrazie del presente. Con una leadership dalla bussola così selettiva, il “crimine storico” diventa l’arma di distrazione perfetta per coprire il silenzio complice verso i nuovi despoti che, oggi, siedono comodamente in Assemblea.
Se l’Occidente nel corso dei decenni ha analizzato e ammesso i crimini commessi in epoche passate, è stato possibile perché nelle democrazie il dibattito e la ricerca della verità sono alcune delle caratteristiche peculiari che le distinguono da Paesi retti da autocrazie e dittature dove invece la realtà dei fatti scomoda non può essere discussa e mostrata per motivi di sopravvivenza propria.
Se l’Onu fosse un’organizzazione internazionale coerente che dichiara di volere tutelare i diritti di tutti gli uomini, le minoranze, i diritti di libertà personale e di rappresentazione, non dovrebbe permettere a certi Paesi non democratici di votare su certe risoluzioni e temi.
Chissà perché nessuno ricorda mai che la tratta degli schiavi fu possibile soprattutto grazie ai \”fornitori\” arabi, i quali hanno sempre praticato la tratta per sé e per i committenti. E continuano a farlo con le donne prigioniere. E quando sì accusa Israele di imperialismo si omette di dire che gli Arabi hanno conquistato, colonizzato e convertito mezzo mondo, dal sud della Spagna a gran parte dell\’Africa e dell\’Asia sino all\’Indonesia. E continuano a farlo \”pacificamente\” con il beneplacito dei governi occidentali e della cancel culture. Nadia Mai
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