
Undicesima puntata del dialogo a distanza tra Enrico Marani e Alessandro Tedesco. Qui i precedenti articoli:
La liquefazione del pensiero: anatomia di una civiltà smarrita di Alessandro Tedesco
Menti in corto circuito di Enrico Marani
Il regno del simulacro. Dallo schermo al cortocircuito collettivo di Alessandro Tedesco
La libertà, una dimensione sublime tra desiderio, caos, paura e disprezzo di Enrico Marani
La Pre-Crimine algoritmica: viviamo già nel “Minority Report”? di Alessandro Tedesco
Niente è per sempre, dalla libertà al deserto è un attimo di Enrico Marani
L’inconsistente peso della Cultura di Alessandro Tedesco
Benvenuti nel diritto penale kafkiano: la colpa è sempre fuori discussione di Enrico Marani
Dialogo sulla Libertà: dalla “malattia autoimmune” alla gabbia d’acciaio di Alessandro Tedesco
Il mondo nuovo generato dalle mutazioni del linguaggio di Enrico Marani
Libertà di pensare
Tre parole che racchiudono l’antidoto al veleno della Neolingua e alla dittatura della burocrazia. Se 1984 finisce con la sconfitta di Winston Smith che “amava il Grande Fratello”, questo articolo termina esaltando invece la ribellione: la riconquista della mente e del pensiero.
Libero di pensare
Enrico Marani, nel suo ultimo intervento, ha citato l’assioma di Wittgenstein: “I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo”. Ha mostrato con lucidità come la ridefinizione di termini chiave sia una raffinata operazione di ingegneria politica volta a mascherare la realtà. Ma se Marani ha giustamente evidenziato come il potere cambi le parole per confonderci, io vorrei fare un passo ulteriore verso l’abisso e mostrare come il potere, oggi, stia lavorando per eliminare le parole per renderci inoffensivi.
Per capire la portata di ciò che sta accadendo, non possiamo non aprire 1984 di George Orwell. Lì, il meccanismo di controllo definitivo non è il teleschermo, ma la Neolingua. Il suo scopo non è creare nuovi termini, ma restringere il raggio del pensiero. Nel romanzo, il filologo Syme spiega: “Alla fine renderemo lo psicoreato letteralmente impossibile, perché non ci saranno parole per esprimerlo”. Se elimini la parola “libertà”, il concetto stesso cessa di esistere nella mente del cittadino. La Psicopolizia non deve usare la forza se il cervello del suddito è già una prigione costruita con un vocabolario ridotto all’osso.
Oggi assistiamo a quella che chiamo la “snackizzazione del linguaggio”. Non parlo solo del turpiloquio. Il vero nemico della complessità è lo slogan, il pensiero precotto. E cosa è il pensiero precotto se non l’uso di termini svuotati del loro significato storico e giuridico per diventare semplici clave? Parole come “genocidio”, “antisionista”, “fascista”, “comunista” non descrivono più il mondo: lo colpiscono. Non richiedono analisi: richiedono adesione. Sono snack avvelenati che lanciamo per chiudere il dibattito, non per aprirlo.
Il risultato di questa chirurgia sul corpo della lingua è una vulnerabilità cognitiva di massa. Ed è qui che torniamo a Popper e al richiamo atavico della “Società Chiusa”. La nostra fragilità ci spinge a cercare sicurezza nel gregge. Per ottenerla, accettiamo una “pragmatica di parte”: un codice linguistico che esiste solo per collocarci in uno schieramento. La lingua non serve più a capire: serve a riconoscerci.
Possiamo dire che questa dinamica ha creato una “nuova euristica” sociale. L’euristica è una scorciatoia mentale per risolvere problemi complessi risparmiando energie. Oggi è diventata un filtro binario di appartenenza. Di fronte a un discorso o a un post, il cervello non controlla più i fatti, ma scansiona parole-chiave come segnali tribali. Se ritrova il lessico della propria fazione: “È dei nostri, quindi ha ragione”. Se trova il contrario: “È un nemico, quindi mente”. Non ascoltiamo più cosa viene detto, ma come viene detto. È la sintassi di fazione a decidere se applaudire o aggredire.
Questa dinamica ci trascina in una guerra quotidiana, invisibile ma feroce, dove la potenza bellica non è data dalla qualità delle argomentazioni, ma dalla quantità semantica: la massa di slogan ripetuti, la saturazione dello spazio comunicativo con codici identitari. Il linguaggio non descrive più il mondo: lo performa. Plasma relazioni, lavori, reputazioni. Decide chi frequentare, chi odiare, chi assumere, chi escludere. E ci arruola in una guerra che non abbiamo dichiarato, armati di parole che non capiamo più.
Siamo davanti a un paradosso: nell’era dell’informazione infinita, la nostra capacità di comprenderla si sta atrofizzando. È qui che si gioca la partita decisiva per la nostra libertà. Il recupero della complessità linguistica — lettura lenta, studio, educazione alla sfumatura — non è un vezzo da accademici: è l’unico atto di ribellione radicale. È resistenza contro l’appiattimento che ci vuole sudditi di un algoritmo o di una fazione. Perché la libertà vera non è urlare slogan, ma pensare pensieri che non siano preconfezionati.
Riconquistare la complessità significa riconquistare il dubbio, la distinzione, il “tuttavia”. Significa rifiutare la logica binaria e tornare a navigare l’infinito spettro della realtà. Arricchire il vocabolario significa disarmare le parole-arma, spezzare l’automatismo della nuova euristica, sottrarsi all’arruolamento forzato nelle tribù. Se i limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo, allora ampliare il linguaggio è l’unico modo per abbattere le pareti della cella. Solo chi possiede le parole per descrivere la complessità è davvero libero: libero di non essere un ingranaggio, libero di non essere un bersaglio, libero di pensare.
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Sento riecheggiare continuamente “Where is the knowledge we have lost in information?” (T.S. Eliot, Choruses from the Rock)
Quando Eliot lo scrisse, in pochi vedevano i semi della rovina futura. Lui li vedeva.
Fra l’altro, la splendida traduzione di Montale è … troppo splendida. Traduce “knowledge” con “sapienza”, concetto che ha connotazione morale. Più filologico e meno poetico sarebbe tradurlo con “conoscenza”: in questo mare di informazione (ultimamente divenuto indistinguibile dalla dis-informazione) abbiamo perduto la conoscenza. Oltre che la sapienza. Oltre che il pensiero.
Per lavoro, correggo tesi di laurea: non starò qui a parlare della povertà di costruzione delle frasi, degli incredibili frequenti errori grammaticali o di sintassi. È proprio il vocabolario ad essere povero e limitato. Colpa del fatto che si legge poco. Colpa di un sistema scolastico che da decenni ha abdicato. Si arriva alla soglia della laurea con un armamentario di concetti che è meno della metà di quello che aveva la mia generazione. Terribile.