

La riconciliazione non può fondarsi sull’amnesia, ma neppure sull’uso politico del passato. La storia dei massacri di Volinia, ricostruita attraverso gli studi di Timothy Snyder e Grzegorz Motyka, mostra responsabilità, rimozioni e memorie contrapposte. E indica a Polonia e Ucraina una strada difficile ma possibile.
Nella prima parte abbiamo lasciato la questione aperta su un punto espresso dal presidente polacco Karol Nawrocki: la riconciliazione non è amnesia. Resta da stabilire quali siano i fatti che nessuno può permettersi di dimenticare.
Per ricostruirli ci siamo affidati al lavoro di Timothy Snyder, che di quelle terre è probabilmente il massimo studioso occidentale. Prima ancora di diventare l’autore di Bloodlands e una voce pubblica sulla guerra in corso, Snyder aveva dedicato anni di ricerca d’archivio proprio a questo angolo d’Europa, lavorando su fonti polacche, ucraine, russe, tedesche ed ebraiche.
Ne sono nati The Reconstruction of Nations, che ricostruisce la formazione delle nazioni polacca, ucraina, lituana e bielorussa dal 1569 a oggi e che abbiamo già citato per la parte sulla riconciliazione, e soprattutto il saggio The Causes of Ukrainian-Polish Ethnic Cleansing 1943, pubblicato nel 2003 sulla rivista di storia Past & Present.
È quest’ultimo, quaranta pagine dedicate esclusivamente al perché dei massacri, il testo che seguiremo qui. Il suo pregio, per chi voglia farsi un’idea onesta, è che non conforta nessuna delle due memorie nazionali.
Il punto di partenza è demografico. La Volinia fra le due guerre, parte della Seconda Repubblica polacca, era abitata per il 68 per cento da ucraini ortodossi, per il 17 da polacchi cattolici e per il 10 da ebrei.
Fra il 1928 e il 1938 vi si era svolto uno degli esperimenti di tolleranza più ambiziosi dell’Europa orientale, l’autonomia culturale e religiosa promossa dal voivoda Henryk Józewski, convinto che un’intesa polacco-ucraina fosse il fondamento dell’esistenza di entrambi i popoli. Molti sopravvissuti ai massacri, annota Snyder, ricordano un clima di buon vicinato nella Volinia prebellica.
Ciò che spezzò quel mondo fu quella che lo storico americano chiama la tripla occupazione. Quelle terre furono occupate dall’Unione Sovietica nel 1939, dalla Germania nel 1941 e di nuovo dall’Unione Sovietica dal 1944. Ogni occupante vi praticò spostamenti forzati di popolazione.
I sovietici deportarono in Siberia e in Kazakistan settantamila polacchi volinesi, il venti per cento dell’intera popolazione polacca della regione, decapitando le élite locali. Poi, nel 1941 e nel 1942, i tedeschi organizzarono lo sterminio degli ebrei volinesi, condotto non con i treni e le camere a gas, ma con marce brevi e fucilazioni nei boschi vicino casa. Perì il 98,5 per cento degli ebrei della regione.
Qui sta il nesso che Snyder porta alla luce e che il dibattito polacco e ucraino tende a rimuovere. La liquidazione dei ghetti fu un’operazione delle SS, ma venne eseguita da circa 1.400 poliziotti tedeschi e 12.000 poliziotti ausiliari ucraini.
Nel marzo del 1943, dopo la sconfitta tedesca a Stalingrado, quegli stessi uomini disertarono in massa dalla polizia tedesca e fornirono l’ossatura della neonata UPA. Portarono con sé le armi, l’addestramento e l’esperienza dell’uccisione coordinata di popolazioni designate. La lezione appresa venne applicata ai polacchi.
Una scissione dentro il nazionalismo ucraino
A questo punto occorre una precisazione che nel dibattito italiano manca quasi sempre e che è invece decisiva per attribuire correttamente le responsabilità.
L’Organizzazione dei nazionalisti ucraini (OUN) era nata nel 1929, con il programma di liberare il suolo ucraino da ogni occupante. Dopo che l’NKVD ne ebbe assassinato il capo nel 1938, una lotta di successione la spaccò in due: da una parte la fazione di Andrij Melnyk, più anziana e legata agli ambienti dell’emigrazione; dall’altra quella di Stepan Bandera, più giovane, radicata nell’Ucraina polacca e assai più radicale.
Furono i banderiani a proclamare a Lviv, nel giugno del 1941, uno Stato ucraino indipendente, e i tedeschi risposero imprigionando o uccidendo circa l’80 per cento della loro dirigenza. Bandera finì a Sachsenhausen, due suoi fratelli morirono ad Auschwitz, ed è la ragione per cui una parte della memoria ucraina lo considera ancora oggi una vittima del nazismo.
La divergenza divenne strategica dopo Stalingrado. I melnykiani scelsero di proseguire la collaborazione con la Germania e nella primavera del 1943 appoggiarono la formazione della divisione delle Waffen SS Galizien.
I banderiani trassero la conclusione opposta, che i tedeschi fossero ormai spacciati e che occorresse prepararsi all’occupazione sovietica costruendo un proprio esercito partigiano. Fu quella scelta a produrre l’UPA.
Su chi sia responsabile di ciò che seguì, Snyder è netto: la pulizia etnica dei polacchi fu opera esclusiva della fazione banderiana, non di quella di Melnyk né di altre organizzazioni politiche o religiose ucraine. La stessa fazione che, nella lotta per il predominio interno, uccise decine di migliaia di ucraini sospettati di simpatie per i rivali.
Il 1943, dai primi attacchi al Natale
Nell’aprile del 1943 il capo dei banderiani Mykola Lebed’, trentatré anni, propose di ripulire dell’intera popolazione polacca il territorio della rivoluzione. Nei primi giorni degli attacchi caddero circa settemila civili disarmati.
Nella notte fra l’11 e il 12 luglio l’UPA colpì 167 località, uccidendo forse diecimila persone, e quel giorno è entrato nella memoria polacca come domenica di sangue.
L’ultima ondata si abbatté il 25 dicembre, giorno in cui i polacchi di rito latino si trovavano riuniti nelle chiese di legno per il Natale. La data non fu casuale ed è uno dei dettagli più agghiaccianti dell’intera vicenda: gli ucraini di rito orientale seguivano il calendario giuliano e la differenza fra i due calendari liturgici permise di individuare con precisione chi fosse in chiesa quel giorno.
Snyder osserva l’ironia amara di una divergenza confessionale antica di secoli trasformata in strumento operativo. Nel complesso, i polacchi volinesi uccisi nel 1943 furono circa cinquantamila.
Snyder non tace la parte polacca e questo è il motivo per cui va letto da entrambe le sponde. Nel corso dello stesso anno, unità di autodifesa polacche, partigiani sovietici e poliziotti polacchi al servizio tedesco uccisero circa diecimila civili ucraini, un quinto delle vittime polacche. Un battaglione di polizia polacco, il 202°, fu impiegato nella pacificazione dei villaggi ucraini.
Ucraini in divisa tedesca pacificavano villaggi polacchi, polacchi in divisa tedesca pacificavano villaggi ucraini e quasi nessuno riusciva a leggere la propria esperienza se non in chiave nazionale, cioè come uno scontro fra popoli.
Allargando lo sguardo al 1947, Snyder conta circa 106.000 civili polacchi e ucraini uccisi e un milione e quattrocentomila superstiti privati della casa, con il 94 per cento dei polacchi rimosso dalle terre divenute Ucraina sovietica e il 95 per cento degli ucraini deportato dalle terre divenute Polonia comunista.
Una precisazione conclusiva smonta l’idea dell’odio ancestrale. Nella Bielorussia occidentale, poco più a nord, si verificò la stessa sequenza di eventi, con il crollo dello Stato polacco, le deportazioni sovietiche, l’Olocausto e la guerra partigiana. Non vi fu però alcuna pulizia etnica dei polacchi.
La differenza, conclude Snyder, sta nel nazionalismo organizzato, presente in Ucraina come movimento clandestino già prima del 1939 e assente in Bielorussia. Le cause vanno cercate nella storia recente e locale, non in una presunta indole dei popoli.
Pulizia etnica o genocidio: perché le parole contano
C’è un punto su cui Snyder ha costruito l’intero impianto del suo lavoro e che in Italia viene quasi sempre trascurato, sebbene sia decisivo per orientarsi nella disputa fra Varsavia e Kyiv.
Lo storico osserva che l’enormità della Soluzione finale, mentre spinge a studiare le altre violenze di massa del Novecento, rende ingannevoli i paragoni che suscita. Il lessico dell’Olocausto ha limiti propri: il termine “genocidio” indica l’intenzione giuridicamente accertabile di distruggere un gruppo in quanto tale.
Per le politiche violente che mirano a sgombrare un territorio dai nemici nazionali, senza però voler uccidere ogni uomo, donna e bambino, serve un termine diverso, e quel termine è pulizia etnica.
La distinzione riguarda lo scopo, non la gravità. Snyder è esplicito nel sottolineare che la pulizia etnica è assai più agevole dello sterminio integrale e serve altrettanto bene i programmi nazionalisti, perché a chi voglia costruire uno Stato etnicamente omogeneo «uccidere molti per rimuoverne i più è sufficiente» (killing many to remove most is sufficient).
Non siamo di fronte a una graduatoria delle colpe, dunque, ma a un’analisi dell’intento: l’obiettivo dei banderiani era un territorio senza polacchi in vista di un futuro Stato ucraino, e un polacco in fuga era, dal punto di vista degli esecutori, un risultato conseguito.
Questa lettura è in tensione dichiarata con la posizione polacca ufficiale, che dal 2016 qualifica quei fatti come ludobójstwo, genocidio, e che una legge approvata all’unanimità nel giugno 2025 ha confermato.
La tensione è reale e non va nascosta. Il punto è che si tratta di una controversia interna alla ricerca storica, non di una manovra per attenuare le responsabilità: nelle stesse pagine in cui propone la distinzione, Snyder documenta l’uccisione di decine di migliaia di civili inermi e l’ordine, in molte località, di non lasciare sopravvissuti.
Esiste poi una terza posizione, ed è quella del maggiore studioso polacco della materia. Grzegorz Motyka, membro del Consiglio dell’Istituto della memoria nazionale e autore di Od rzezi wo?y?skiej do akcji „Wis?a”, la monografia di riferimento sul conflitto polacco-ucraino fra il 1943 e il 1947, considera che la strage volinese soddisfi la definizione di genocidio.
Ha però intitolato il suo studio del 2016 Wo?y? ’43. Ludobójcza czystka, cioè “pulizia genocidaria”, tenendo insieme i due concetti invece di sceglierne uno. E ha aggiunto un avvertimento che vale per entrambe le sponde: pur potendosi chiamare genocidio, l’uso esclusivo di quel termine impedisce di cogliere la complessità del conflitto polacco-ucraino.
Motyka distingue con precisione anche il versante opposto. All’operazione Vistola del 1947, quando le autorità comuniste polacche deportarono oltre centoquarantamila ucraini disperdendoli nei territori occidentali, non applica la parola genocidio, ma quella di etnobójstwo, etnocidio, definendola un tentativo di snazionalizzazione forzata.
Sono due dimensioni diverse del crimine, spiega, che richiedono classificazioni giuridiche diverse, e la distinzione riesce più facile agli studiosi che a chi ha il diritto di non essere freddo davanti a quei fatti.
La sua posizione, va detto, gli è valsa attacchi da entrambe le parti: in Polonia dagli ambienti dell’esodo orientale, in Ucraina da chi rifiuta la qualifica di genocidio.
Chi voglia esprimere un giudizio su questa vicenda deve sapere che la scelta della parola è essa stessa uno dei fronti del contendere e che dietro ciascuna opzione ci sono argomenti seri.
Due memorie che si tengono in scacco
Sul modo in cui quei fatti sono ricordati, Snyder ha offerto la sintesi più efficace in un’intervista rilasciata all’agenzia polacca PAP e ripresa da Culture.pl, in cui descrive due memorie speculari.
Per i polacchi, gli ucraini sono anzitutto la Volinia, la Volinia è Bandera e Bandera è il fascista che uccise i polacchi. Per gli ucraini, l’UPA incarna l’eroismo della lotta contro l’occupante sovietico e per questo non possono ammettere che si trattasse di banditi.
Finché ciascuno resta chiuso nel proprio racconto, osserva lo storico, non c’è via d’uscita. Aggiunge un rilievo metodologico che vale come un avvertimento: chi pretende di spiegare la pulizia etnica volinese usando soltanto fonti polacche e ucraine, senza le tre occupazioni, non sta facendo storia.
E ricorda che la memoria trattiene l’ultima fase di un conflitto, ragione per cui gli ucraini ricordano soprattutto la resistenza antisovietica dell’UPA e non la pulizia etnica che la precedette.
Sulla disputa in corso Snyder è intervenuto direttamente alla fine di giugno, mentre la crisi era al culmine, con dichiarazioni pubbliche che le testate ucraine hanno ampiamente ripreso. Ha distribuito le critiche con equità.
A Varsavia ha obiettato che giudicare il decreto di Zelensky senza tenere conto dei quattro anni e mezzo di guerra che lo precedono è un errore e ha notato che, per certi politici polacchi, la guerra per la memoria risulta assai più comoda della guerra vera.
Ha ricordato che il conflitto russo-ucraino è ormai la guerra più lunga del secolo, più lunga della Prima guerra mondiale, e che produce emozioni difficili da comprendere per un occidentale.
Ha poi elencato ciò che il discorso polacco tende a dimenticare quando parla soltanto della pulizia etnica in Volinia: le migliaia di ucraini uccisi anche lì dai polacchi, le pacificazioni dei villaggi ucraini in Galizia negli anni Trenta, i reinsediamenti forzati e l’assenza di qualsiasi reazione ufficiale polacca durante l’Holodomor, quando Varsavia sapeva meglio di chiunque altro cosa stesse accadendo in Ucraina.
A Kyiv ha rivolto un rimprovero speculare. Gli ucraini pensano l’UPA attraverso la sua terza fase, quella della lotta contro l’Armata Rossa dopo il 1945, mentre i polacchi ricordano il 1943; l’errore, ha detto, sta nel dimenticare il resto della storia.
Sull’UPA si possono dire molte cose, ha aggiunto, ma converrebbe concentrarsi sulla guerra di adesso e considerare quella la fonte principale dei simboli, della memoria e delle narrazioni nazionali ucraine.
La guerra in corso è moralmente più semplice, perché si può vincere politicamente, mentre una guerra per la memoria non si vince mai, dato che la memoria è straordinariamente complessa.
E ha aggiunto un criterio che vale come regola di metodo per chiunque affronti questa materia: bisogna partire dalla guerra in corso e solo dopo passare alla memoria, perché chi salta il primo passaggio finisce per giudicare un’Ucraina immaginaria.
Una questione che va oltre Polonia e Ucraina
Qui si arriva al punto che rende questa vicenda istruttiva ben oltre i confini dei due Paesi coinvolti.
Il 15 luglio Snyder ha cominciato a pubblicare gratuitamente le dieci lezioni di un corso tenuto all’Università di Toronto, intitolato Hitler and Stalin Today. La prima si chiama “Che cos’è la storia?” e nella presentazione lo storico scrive qualcosa che vale esattamente per il caso volinese.
Parliamo spesso di storia, osserva, ma trattiamo il passato con negligenza; e quando scegliamo di non sapere che cosa è accaduto prima, stiamo anche scegliendo di non influire su ciò che accadrà dopo.
Senza quella cura ci si ritrova in un presente eterno, privati di ogni immaginazione del futuro e nutriti di menzogne su un passato in cui saremmo stati innocenti. La storia, conclude, è una ricerca di conoscenza condotta con strumenti precisi, un processo che umanizza e che consente di chiamare le cose con il loro nome.
È esattamente ciò che manca quando un decreto presidenziale intitola un reparto a una formazione responsabile di massacri e quando la risposta consiste nel togliere una decorazione a un capo di Stato sotto attacco. In entrambi i casi la storia viene usata come simbolo, cioè come arma, invece che come conoscenza.
Per un lettore italiano, che in questa vicenda non ha né antenati assassinati né eroi nazionali da difendere, la questione non è accademica. Nei prossimi anni l’Unione europea dovrà decidere sull’adesione ucraina e in quella decisione il nodo della memoria volinese peserà, perché Varsavia lo porrà.
Farsi un’opinione motivata significa allora sapere alcune cose precise: che i massacri del 1943 furono reali, documentati e di enorme portata; che furono opera di una fazione determinata e non dell’intero popolo ucraino; che vi furono ucraini che salvarono polacchi rischiando la vita; che i polacchi risposero con violenze proprie e che lo Stato comunista polacco deportò in massa gli ucraini nel 1947; e che l’insieme di questi fatti fu reso possibile dalla distruzione degli Stati legittimi a opera di Hitler e Stalin.
Chi conosce questi elementi può giudicare. Chi ne conosce solo metà, quale che sia la metà, finirà per ripetere l’argomento di una delle due propagande e, con ogni probabilità, quello di una terza.
Il fronte che nessuno dei due sta vincendo
Nessuno dei due protagonisti esce indenne da questa vicenda. La scelta di Zelensky di intitolare un reparto agli eroi dell’UPA, in piena guerra e mentre la Polonia resta il principale corridoio logistico degli aiuti occidentali, appariva evitabile.
Toccava la ferita più sensibile dell’opinione pubblica polacca e consegnava un argomento alla propaganda russa, con un guadagno simbolico interno modesto rispetto al costo diplomatico.
Anche perché, come lo stesso Snyder ha fatto notare, l’Ucraina non ha alcun bisogno dell’UPA per giustificare la guerra che sta combattendo oggi: quella guerra le fornisce già, da sola, tutti gli eroi di cui ha bisogno.
La risposta di Nawrocki ha però oltrepassato la misura. Revocare la più alta onorificenza dello Stato a un presidente sotto attacco, in una forma quasi senza precedenti e alla vigilia di un vertice sulla ricostruzione, ha spostato il confronto dal terreno della memoria a quello dello scontro personale, esponendo Varsavia all’obiezione sollevata dal suo stesso ministro degli Esteri, e cioè che altri insigniti assai più discutibili conservano tuttora la medaglia.
Va detto che entrambe le posizioni hanno i loro difensori con argomenti seri. Per i sostenitori di Nawrocki la fermezza era dovuta proprio perché in gioco è la verità storica e cedere su un simbolo nazionale avrebbe normalizzato la glorificazione di una formazione responsabile di stragi.
Per i sostenitori di Zelensky, all’opposto, un popolo aggredito ha il diritto di scegliere i propri eroi senza che un alleato gli imponga una memoria e subordinare il sostegno militare a un giudizio sul passato è a sua volta una forma di pressione politica.
Resta, sopra le due posizioni, la lezione di chi quella riconciliazione l’aveva costruita. Giedroyc e Wojty?a, da versanti opposti e per ragioni diverse, avevano indicato la stessa strada: accettare la verità storica per intero e rifiutare di trasformarla in arma.
Nawrocki ha ragione quando dice che la riconciliazione non è amnesia. L’amnesia, però, non è l’unico modo di sbagliare con il passato, perché lo si può conoscere benissimo e adoperarlo ugualmente come strumento contundente.
Nelle settimane peggiori di giugno Snyder ha riassunto il rischio in una formula asciutta: sul campo di battaglia la Russia sta perdendo, mentre a Varsavia e a Kyiv sta vincendo la guerra della memoria.
La via di Lviv
Quella formula, però, non è la fotografia di oggi, ed è la cosa più importante da dire. Nel giro di poche settimane i due Paesi hanno ritrovato la strada senza che nessuno dei due rinunciasse a ciò che ritiene vero.
Tusk e Sikorski hanno rimesso in circolazione le parole di Lviv, Nawrocki e Zelensky si sono parlati ad Ankara e hanno riconosciuto insieme che la minaccia principale resta la Russia, Varsavia ha annunciato il Muro della Memoria con i nomi delle vittime identificate, Kyiv ha autorizzato nuove esumazioni e promesso l’apertura degli archivi.
Nessuno ha ceduto sul merito storico e proprio qui sta il punto: la riconciliazione di cui parlavano Giedroyc e Wojty?a non ha mai chiesto di rinunciare alla verità, ma di smettere di adoperarla per ferire.
Resta da vedere se alle parole seguiranno i fatti e, per fortuna, qui esiste un criterio semplice. Gli archivi che Zelensky ha promesso di aprire contengono documenti che nessuno storico ha ancora letto e le autorizzazioni annunciate riguardano fosse comuni che aspettano da ottant’anni.
Motyka, che di quelle vicende sa più di chiunque, lo ha detto con la sobrietà dello studioso: le dichiarazioni non bastano e soltanto quando gli archeologi saranno effettivamente al lavoro sopra quelle tombe si potrà parlare di una svolta. È una soglia bassa e verificabile e, nel giro di pochi mesi, ci dirà se questa volta si fa sul serio.
Se accadrà, il merito non andrà a una formula diplomatica improvvisata nell’emergenza, ma a una strada aperta molto tempo prima.
È quella che Giovanni Paolo II indicò a Lviv nel 2001, chiedendo che la purificazione della memoria storica disponesse i due popoli a costruire insieme “un futuro di reciproco rispetto, di fraterna collaborazione e di autentica solidarietà”.
Che venticinque anni dopo, nel mezzo della crisi più grave dall’inizio dell’invasione russa, siano stati due governi in difficoltà ad andare a ricercare proprio quelle parole dice quanto poco fossero retorica e quanto restino, per polacchi e ucraini, l’unico progetto praticabile.
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