

Ogni estate il linguaggio dell’informazione trasforma il caldo in emergenza. Ma l’espressione “temperatura percepita”, applicando un valore oggettivo a un’esperienza soggettiva, rivela un cortocircuito più ampio: la crescente confusione tra realtà misurabile e percezione indotta.
Ogni estate, con la puntualità di un orologio, il sistema dell’informazione decide che la meteorologia non è più sufficiente a descrivere la realtà. Il semplice bollettino cede il passo a una narrazione emergenziale, in cui il lessico si carica di una pesantezza apocalittica.
Le nostre città non sono più semplicemente calde, diventano un “forno”; il clima non è più estivo, ma “rovente”. Questa costante drammatizzazione del linguaggio risponde a logiche di ingaggio e di allarme che sembrano del tutto fuori luogo per descrivere la fisiologica alternanza delle stagioni.
Ma il vero capolavoro della comunicazione climatica contemporanea, l’apice di questa distorsione semantica, si raggiunge con un concetto tanto diffuso quanto concettualmente fumoso: la “temperatura percepita”.
Fermiamoci ad analizzare l’espressione. La percezione è, per sua stessa definizione ontologica, il regno dell’assoluta soggettività. Come si può, dunque, affiancare un dato matematico e oggettivo a un’esperienza puramente individuale?
Il cortocircuito logico è evidente. Prendiamo la quotidianità: per me 38 gradi possono essere sopportabilissimi, una normale giornata estiva. Al contrario, per mia moglie, gli stessi 38 gradi potrebbero risultare fisicamente insopportabili, restituendole la sensazione di trovarsi in un ambiente a 45 gradi.
Come si risolve, allora, questa discrepanza nei bollettini meteo? Qual è il criterio che decide la percezione umana? Si fa forse una media matematica della soggettività? Si prende un campione di individui, si calcola quanto ciascuno stia tollerando il calore e si divide il risultato per trovare lo standard della sofferenza termica nazionale?
L’idea stessa di quantificare oggettivamente un’impressione soggettiva è un ossimoro che svuota di senso sia la misurazione scientifica sia l’esperienza umana.
Se accettiamo questo scivolamento logico, se sdoganiamo l’idea che la realtà meteorologica possa essere sostituita dalla sua percezione mediata, allora si aprono scenari affascinanti e surreali.
Seguendo lo stesso principio, potremmo tranquillamente introdurre nei telegiornali la “temperatura immaginata”. Potrei svegliarmi in una giornata con una temperatura effettiva di 45 gradi, decidere con la forza del pensiero di immaginarne 25 e uscire di casa sereno, scardinato dalla realtà fisica grazie al potere della mia suggestione.
Questa spettacolarizzazione della “percezione” climatica non è, infatti, un fenomeno isolato. Al contrario, si inserisce perfettamente nel processo costante di banalizzazione dei termini che invadono il nostro vocabolario quotidiano.
Il cortocircuito dell’informazione meteo ci pone davanti a un quesito che travalica il semplice bollettino estivo: in un’epoca in cui anche il termometro viene piegato alle leggi della computazione statistica e dell’emotività, come si fa a stabilire quale sia il confine tra la realtà oggettiva e la nostra percezione indotta?
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La “temperatura percepita” è il trionfo semiotico del nostro tempo, un’epoca in cui prendiamo un modello meteorologico ragionevole e lo vendiamo come esperienza interiore collettiva. È lo stesso meccanismo per cui una percezione soggettiva di genere diventa realtà giuridica, mentre 38 °C oggettivi si trasformano in una “percezione nazionale di inferno”.
Alla fine stiamo trasformando ogni cosa in narrazione, dal termometro al corpo, dal sesso al clima. La realtà resiste, ma i media e le istituzioni preferiscono gestire la nostra impressione di essa. Lei ha ragione su un punto profondo, ovvero che nel momento in cui accettiamo che la “percezione” sia quantificabile e standardizzabile, abbiamo già abdicato alla distinzione tra ciò che è e ciò che ci viene fatto sentire. E a quel punto il potere narrativo vince sempre sul termometro.
Mi viene in mente un articolo di diversi decenni fa che commentava l’imbarbarimento del linguaggio sportivo, del calcio in particolare, fatto interamente di bombardamenti e cannoneggiamenti, «poi si ripiega: “Scontri a Beirut”». In campo meteorologico, analogamente, abbiamo da qualche anno i nubifragi trasformati in bombe d’acqua, e naturalmente tutti gli eventi sono sistematicamente estremi, il freddo è sempre polare, il caldo equatoriale, le piogge torrenziali e i chicchi di grandine mai più piccoli delle palle da tennis (e considerando che quelli grandi come piselli dell’altro ieri sono stati sufficienti a devastarmi tutte le piante del balcone, non oso neppure immaginare cosa siano capaci di fare le palle da tennis). In compenso quest’anno, almeno finora, ci sono stati risparmiati gli oceani in ebollizione – cioè, dato che l’acqua salata bolle a temperature superiori a quella dell’acqua dolce, suppongo intorno ai 104-105 gradi.
I media tendono in generale ad amplificare ed esagerare un concetto per ragioni di vendita e visibilità, ma bisogna considerare che il clima è oggettivamente non più lo stesso di quello di qualche decennio fa e le cause di questo sono note come evidenziato prima di tutti dalla comunità scientifica attraverso studi e ricerche.
D’altra parte, se c’è chi, uomo, si percepisce donna, o viceversa (e si sta progressivamente affermando l’idea che tale percezione abbia una rilevanza, anche giuridica), la percezione soggettiva di qualche grado in più o in meno è cosa da nulla …
Concordo sul fenomeno (quello decisamente oggettivo) della ormai costante distorsione del linguaggio, fonte di bias cognitivi enormi. Fra l’altro, tema oggetto di un semi-bellissimo saggio di Gianrico Carofiglio (“La manomissione delle parole” … bellissimo per la prima metà, perché da un certo punto in avanti abdica al proprio dichiarato intento per divenire soltanto un manifesto contro Berlusconi, uno dei mantra che hanno riempito in modo totalizzante il discorso della sinistra per venti anni, contribuendo al vuoto di idee che vediamo ora)