


Se l’Europa sospendesse gli aiuti militari e l’Ucraina fosse costretta ad accettare le condizioni russe, le ostilità non finirebbero necessariamente. Nei territori occupati potrebbe svilupparsi una guerriglia contro le forze di Mosca, con rappresaglie sanguinose. A guidarla rischierebbero di essere i gruppi nazionalisti di estrema destra, già addestrati e organizzati. La resa farebbe tacere i cannoni sul fronte, ma non porterebbe la pace promessa dai “pacifisti arrendevoli”.
Di fronte alla tragedia ucraina noi italiani riusciamo a stupire il mondo. Il “dibattito” sulla natura e la legittimità della resistenza ucraina a cui danno vita alcuni intellettuali di casa nostra è surreale: nel giro di poche ore, ad esempio, un anziano e insigne filologo classico ci avverte corrucciato che “il paragone Resistenza-Kiev gronda di bugie e propaganda” (nientemeno!), dopo che un’anziana scrittrice e saggista ci aveva spiegato che la resistenza ucraina dovrebbe cessare immediatamente, perché è una lotta senza speranza (da 55 mesi!) e soprattutto si ostina a non accogliere richieste russe a suo avviso “ragionevolissime”.
Piuttosto sconcertante: e intanto attendiamo con una certa ansia la lezione di un popolarissimo professore che ci spiegherà, con la sua abituale e invidiabile allegria, tutte le differenze tra gli eroici gappisti del 1944 e gli ucraini che ogni tanto fanno saltare per aria qualche ufficiale russo in Crimea o nel Donbas occupato, e che lui definirà forse nazi-partigiani, o sicari della NATO, o chissà con quale altro sprezzante epiteto. Tutto abbastanza triste.
Quindi passiamo oltre. Non ho intenzione di discutere un punto che, dopo 4 anni e 7 mesi di guerra d’aggressione russa, dovrebbe risultare evidente a tutti, a prescindere dall’orientamento politico: Putin ha sbagliato a fare i conti sia con la capacità di combattere dell’Ucraina, sia con la volontà dei Paesi europei (e non solo) di sostenerla.
Non voglio nemmeno insistere sul dovere morale, per chi si dichiara a favore della pace e della giustizia, di fare tutto il possibile per fornire aiuto al governo di Kyiv, impegnato allo stremo per tener fede al patto che qualsiasi governo ha con il suo popolo, ovvero garantire la sicurezza e difendere la libertà. Se non lo si è capito ancora, o si finge di non averlo capito, non lo si capirà mai.
Voglio invece affrontare un altro problema, un argomento spesso utilizzato da chi insiste che sarebbe meglio smettere di finanziare lo sforzo bellico ucraino. Queste persone ci ripetono che se smettessimo di inviare armi a Kyiv, allora la guerra, con tutti i suoi orrori, finalmente finirebbe in pochi giorni.
Voglio credere che almeno alcuni di questi “pacifisti arrendevoli”, che vedono nella sconfitta dell’Ucraina il male minore, siano sinceri: ovvero siano talmente sconvolti, nel loro intimo, dalla violenza del conflitto in corso, da “sentire” che “qualsiasi cosa, anche una pace ingiusta, sia meglio di veder morire i civili sotto gli attacchi dei missili e dei droni russi”.
Poi (immagino stiano pensando) ci sarà tempo e modo di raddrizzare le ingiustizie peggiori, ristabilire un po’ di libertà per gli ucraini sconfitti e (parzialmente) occupati dai russi.
In fondo anche Orwell diceva che the quickest way of ending a war is to lose it, “il modo più rapido per mettere fine a una guerra è perderla”, e se la cessazione delle ostilità è l’imperativo morale assoluto, allora qualsiasi guerra va persa immediatamente, poi si vedrà quel che può accadere agli sconfitti.
Bene: vorrei disilludere i “pacifisti arrendevoli” sinceri (degli altri non mi curo, sono partigiani conclamati di Putin, quindi sarebbe tempo perso). Per spiegare loro che se l’Europa e altri paesi amici sospendessero gli aiuti all’Ucraina, e se l’Ucraina fosse quindi costretta nel giro di qualche mese a firmare una pace iniqua, cedendo una parte importante del suo territorio alla Russia, smobilitando le proprie forze armate, impegnandosi a non entrare nell’UE, e chissà che altro – le “ragionevolissime richieste russe” a cui accennavo sopra, insomma – non avremmo la pace, nemmeno una pace ingiusta, ma l’inizio di una nuova fase di guerra.
Perché la storia ci insegna che in tutte le regioni occupate dai russi si formerebbero (o si rinforzerebbero) gruppi di partigiani finanziati e riforniti da tutti i nemici di Mosca, a cominciare dal superstite governo dell’Ucraina occidentale, che appena raggiunto un adeguato livello di organizzazione e addestramento si metterebbero con entusiasmo a far saltare ponti e depositi di armi, assaltare piccoli presidi isolati, assassinare “collaborazionisti”, tagliare la gola ai soldati russi sorpresi da soli in libera uscita.
La solita vecchia storia della guerriglia contro uno straniero che occupa la patria: crudelissima, inevitabilmente capace di scatenare rappresaglie sanguinose e seminare odio destinato a durare per generazioni.
Aggiungo un particolare che dovrebbe far riflettere i “pacifisti arrendevoli”, soprattutto di una parte politica, se sinceramente preoccupati del futuro dell’Ucraina e dell’Europa intera. In uno scenario del genere – che, da studioso della guerriglia, sono certo sia più che probabile – sarebbero i peggiori elementi a prendere la guida militare della guerra partigiana: i nazionalisti di estrema destra, per capirci, sia perché già addestrati e inquadrati, sia perché più ferocemente motivati a combattere i russi.
Ci troveremmo, in altre parole, con un paese diviso, in parte in preda a una guerriglia sanguinosa, e per di più con l’inquietante prospettiva di vedere, un domani, gruppi di ultranazionalisti ucraini “legittimati” dalla lotta patriottica condotta a buon fine. Qualcosa di cui l’Europa non ha proprio bisogno.
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La sua interessantissima analisi ha il grande merito di squarciare un’ ipocrisia tutta occidentale, ossia l’ idea che la fine di una guerra convenzionale coincida con l’inizio della pace. Chi pensa che costringere Kyiv alla resa disinneschi il conflitto non fa i conti con la realtà della storia. In Colombia, per esempio, pur nelle debite differenze di contesto, l’ ideologia marxista iniziale divenne rapidamente un paravento per un’ economia di guerra e per una violenza endemica in cui i leader più spietati e radicali presero il sopravvento, esattamente come il suo articolo paventa per l’estrema destra ucraina. Se l’Europa abbandona Kyiv, non otterrà il pacifismo, bensì una vera e propria “colombizzazione” nel cuore del continente europeo, un conflitto a bassa intensità ma permanente, fatto di guerriglia, economia di guerra e violenza diffusa, caratterizzata da una zona d’ombra fatta di imboscate, autobombe, spietate rappresaglie russe e reti di finanziamento clandestino globali. La pace dei pacifisti arrendevoli rischia di essere il via libera a una guerra ancora più sporca, infinita e incontrollabile, poiché la storia non perdona le anime belle che rifiutano di vedere il mondo per quello che è.