

Ogni volta che Israele passa all’azione, da qualche parte nel mondo parte un corteo. Puntuale, sincronizzato, fotogenico. Le bandiere verdi, rosse e nere riempiono le piazze d’Europa, gli slogan gridano “genocidio”, e la narrativa si riaccende come un riflesso condizionato. Non importa cosa accada a Gaza – un attacco di Hamas, un raid di risposta, un’intercettazione in mare – la sequenza è sempre la stessa: azione militare, indignazione globale, marcia di solidarietà. La domanda non è più perché accada, ma chi lo fa accadere.
Il detonatore: la flottiglia di ottobre
Tutto è riesploso tra il 2 e il 3 ottobre 2025, quando Israele ha intercettato l’ultima barca della flottiglia “Global Sumud” diretta verso Gaza. Una scena perfetta per le telecamere: motovedette, megafoni, arresti, bandiere umanitarie. In meno di 24 ore, l’Europa ha risposto con blocchi stradali, scioperi, scontri e manifestazioni simultanee in più di cento città. Non serve un genio dell’intelligence per capire che questa reazione non nasce dal basso: era pronta da giorni, forse da settimane.
I collettivi studenteschi avevano già i manifesti, i sindacati gli slogan, le pagine social gli orari delle concentrazioni. Tutto sincronizzato. E guarda caso, proprio mentre Israele intensificava l’assedio su Gaza City.
Il calendario delle coincidenze
Tra settembre e inizio ottobre, l’andamento è stato matematico. Quando l’esercito israeliano ha ampliato la sua offensiva urbana, le piazze hanno ricominciato a riempirsi. Quando la guerra si è “spenta” mediaticamente, i cortei si sono dissolti. Poi la flottiglia: il “casus belli” perfetto, utile a rilanciare una narrativa in stallo.
Il meccanismo funziona così:
- Evento visibile (raid, operazione, intercettazione).
- Amplificazione mediatica (immagini forti, headline emotive).
- Mobilitazione immediata (reti di ONG, sindacati, associazioni, influencer).
- Polarizzazione politica (parlamenti, talk show, social network).
Uno schema ricorrente che ha trasformato la guerra in un reality permanente, dove il fronte è solo il pretesto: il vero obiettivo è mantenere viva l’indignazione contro Israele.
Il denaro dell’indignazione
Dietro ogni megafono, c’è un bilancio. Lo dice chi studia i flussi delle ONG e dei network di “solidarietà” attivi dal 2023: fondi provenienti da fondazioni arabe, donazioni indirette tramite crowdfunding e coperture universitarie. Il tutto legale, ma opaco. Non serve evocare complotti: basta seguire le tracce del denaro. Le stesse organizzazioni che da anni finanziano conferenze “per la pace” e campagne contro l’“apartheid israeliana” sono quelle che oggi stampano volantini, pagano trasferte, organizzano eventi “per Gaza”.
E mentre in Nigeria oltre 50.000 cristiani sono stati uccisi da milizie jihadiste senza che nessuno marciasse per loro, le capitali europee si trasformano in teatri di indignazione selettiva. Perché una strage vale meno di un hashtag?
Il motore ideologico
Dietro la logistica, c’è un’ideologia raffinata: quella che ha ribaltato i ruoli e trasformato Israele nel cattivo universale. Un progetto costruito negli anni, a colpi di slogan accademici, influencer, conferenze ONU, e quella catena invisibile che lega giornalisti, attivisti e politici in una narrativa prefabbricata. Il linguaggio è lo stesso ovunque: “resistenza”, “colonialismo”, “apartheid”. Ogni parola serve a spostare il peso morale, fino a far dimenticare chi ha iniziato la guerra e chi continua a nascondersi tra i civili.
La macchina comunicativa è così efficiente da funzionare senza regia apparente. Ma ogni picco di protesta coincide con un’operazione israeliana: segno che qualcuno, da qualche parte, sa come trasformare una battaglia militare in una battaglia d’immagine.
Le piazze come specchio del conflitto
Chi osserva da vicino lo vede chiaramente: le piazze occidentali non raccontano Gaza, la usano. Ogni bandiera, ogni striscione, ogni grido di “liberate la Palestina” è una parte di un copione globale in cui l’Occidente recita il ruolo del colpevole e Israele quello dell’imputato. Il risultato? La propaganda di Hamas non ha più bisogno di televisione: basta TikTok, un megafono e qualche migliaio di studenti convinti di lottare per la libertà.
Nel frattempo, a Gaza, i clan si sparano tra loro, Hamas reprime chi protesta, e i civili muoiono anche lontano dai bombardamenti. Ma queste notizie non fanno tendenza.
Il punto cieco dell’Occidente
Nessuno contesta il diritto di manifestare. Ma il tempismo, la simultaneità, e la selettività dell’indignazione dovrebbero far riflettere. Perché i cortei scattano solo quando Israele reagisce? Perché nessuno si muove quando i jihadisti massacrano cristiani in Africa? Perché l’odio anti-israeliano riesce ancora a unire sinistra radicale, islam politico e pseudo-pacifisti sotto la stessa bandiera?
La risposta non è complessa: è una battaglia per il racconto, non per la giustizia. E in questo racconto, Israele deve restare il cattivo, qualunque cosa accada.
Guardando le immagini dei cortei del 3 ottobre, c’è una sensazione inquietante: sembra tutto già visto. Gli stessi cartelli, gli stessi slogan, le stesse lacrime da copione. Solo che, stavolta, mentre le piazze urlavano, i clan di Gaza si uccidevano tra loro. Nessun microfono, nessun drone, nessuna diretta. Perché quando la verità non serve alla causa, viene lasciata a morire in silenzio.
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Se Israele consentisse a dei veri giornalisti internazionali di documentare quello che succede, forse avremmo una informazione più corretta e non si cadrebbe nella trappola descritta nell’articolo.
Se hamas consentisse ai giornalisti di raccontare quello che succede, non c’è il minimo dubbio che Israele permetterebbe loro di entrare. E, soprattutto, che i giornalisti, almeno quelli onesti e non ideologizzati, sarebbero disposti ad andarci e raccontare quello che effettivamente vedono succedere. Purtroppo tutto questo non è mai stato possibile, non solo da quando esiste hamas, ma da quando è stata instaurata l’Autorità Nazionale Palestinese – citofonare Riccardo Cristiano per informazioni.