

Dall’archetipo del cattivo alla sua assoluzione psicologica: storia di un capovolgimento culturale
Negli ultimi vent’anni, cinema, narrativa YA, serie TV, e persino certa saggistica giornalistica, hanno compiuto una trasformazione silenziosa ma radicale, che ha gradualmente cancellato il “male” come categoria autonoma, sostituendola con una psicologia da “origin story” fondata sul trauma che funge da chiave di assoluzione universale.
Il “villain” non è più colui che sceglie di commettere un’azione malvagia, ma qualcuno che ha subito un qualche dolore, abbandono, umiliazione — che diventa il suo “lasciapassare morale”. Da Maleficent a Joker, passando per Wicked e le infinite varianti Disney in cui ogni antagonista diventa una vittima incompresa, l’immaginario collettivo ha implementato una formula semplice:
responsabilità individuale – trauma = innocenza.

Questo schema narrativo, che affonda le sue radici nel postcolonialismo e nella psicoanalisi (Fanon, Said, Spivak, Bhabha), è oggi talmente interiorizzato da filtrare nella cronaca, nella politica, nelle rappresentazioni del crimine. Il risultato è un’inversione etica che sembra scritta in automatico: la lente dell’empatia non è più uno strumento, ma un obbligo — e anziché chiarire, distorce.
Un caso recente raccontato dalla rivista The New Yorker rende la deriva quasi didascalica. La giornalista descrive la deportazione di un giamaicano residente negli Stati Uniti presentandola come un’esperienza “simile alla schiavitù” a causa delle manette e del volo ICE. Nella narrazione l’intero peso emotivo grava sul gesto dello Stato: l’immagine dell’uomo incatenato diventa la chiave interpretativa assoluta. Sullo sfondo, impercettibile, resta il contesto reale — condanne multiple per reati violenti, fra cui rapina armata e omicidio, e la revoca (legale) della green card.
In un altro pezzo recente, questa volta sul New York Times, la vittima di un furto d’identità — travolta da conseguenze economiche e burocratiche — e l’immigrato che gliela aveva rubata vengono raccontati come due figure speculari, entrambe “vittime” di un sistema più grande di loro.
Non si tratta di articoli isolati. Un segmento crescente della stampa e TV di riferimento adotta regolarmente un frame analogo quando si occupa di furti, aggressioni, stupri, episodi di violenza urbana in generale, trasformando vicende sordide e tragiche in narrazioni edificanti. In Italia resta esemplare il caso Ramy: in poche ore un episodio ancora opaco fu trasformato in una “fiaba civica”, con un “eroe” funzionale al dibattito pubblico più che alla realtà dei fatti.
Si descrive il contesto socioeconomico disagiato, si evocano traumi familiari o difficoltà strutturali, si implica che ogni gesto sia la conseguenza di un tessuto di dolore. La responsabilità individuale diventa quasi imbarazzante da evocare.
Lo stesso schema governa una parte crescente della produzione documentaristica, in cui il racconto dei serial killer passa attraverso l’infanzia negata, le mancanze affettive, la povertà originaria. Il male sembra essere un esito inevitabile, più sociologico che morale: il personaggio non agisce, semplicemente “accade”. La vittima vera e propria è relegata sullo sfondo come un elemento disturbante, mentre l’autore del reato diventa il centro emotivo della narrazione.
Anche nella narrativa contemporanea l’attenzione si concentra quasi sempre sull’origine interiore dei personaggi, sulle fratture che li hanno preceduti, più che sulle conseguenze delle loro azioni. Il romanzo si piega verso l’introspezione, come se ogni comportamento non fosse altro che il prolungamento di una ferita iniziale. È una forma di psicologismo che attenua il peso del gesto e amplifica quello del vissuto, fino a trasformare la trama in un percorso di derivazioni più che di scelte.
La trasformazione del “villain” in creatura ferita è diventata in sintesi la grammatica morale dominante: una grammatica simmetrica, in cui chi viene inserito a priori nella categoria degli “oppressi” viene trattato come privo di libero arbitrio, mentre chi viene visto come “oppressore” sembra possederne un surplus sovrumano ed è sempre giudicato per le proprie azioni.
Si tratta quindi di una visione profondamente gerarchica travestita da egualitaria — in cui gli “oppressi” sono estremamente infantilizzati, percepiti come primitivi, incapaci di intendere e di volere: una forma sottile e rovesciata, ma non per questo meno grave, di razzismo.
Il rifiuto del libero arbitrio riflette inoltre una visione profondamente nichilistica e pessimista del genere umano: un individuo che non può scegliere se sbagliare non può neppure cambiare, crescere, riscattarsi. È un mondo dove veniamo mossi come pedine, dove l’individuo non è più un soggetto, ma un esito. È una visione che tarpa le ali soprattutto a coloro che vorrebbe difendere, perché nega la possibilità stessa di una libertà morale. È quasi un ritorno involontario a categorie ottocentesche, presentate paradossalmente come progressiste.
Il risultato è un ecosistema culturale in cui criminali violenti vengono raccontati come figure tragiche, mentre le vittime reali — quelle che non hanno mai avuto diritto a una “origin story” — scompaiono dal quadro. È una forma di empatia selettiva che, nel tentativo di denunciare un’ingiustizia strutturale, finisce per produrre un’ingiustizia narrativa: una società che si emoziona per tutto, tranne il dolore di chi subisce il male.
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Forse non c’entra, ma mi viene spontaneo un parallelo: alle poetiche immagini dei cartoni di 70 anni fa (Bamby ecc) abbiamo sostituito le figure di mostri e mostriciattoli rendendole accettabili sino a diventare i nuovi idoli dell’infanzia.
Questa educazione al “brutto” mi sembra emblematica della deriva della coscienza universale.