

“Non chiamateci populisti, estrema destra o nazionalisti: siamo le forze del popolo contro le élite globaliste liberali”.
Non ha usato proprio queste parole, ma Alexander Dugin, filosofo russo vicino all’establishment del Cremlino, ha recentemente richiamato le posizioni dello storico e antropologo Emmanuel Todd, per delineare il profilo di quanti, Dugin compreso, tifano per il collasso dell’ordine liberale e per il “mondo multipolare”. Che altro non è se non il ritorno alla logica delle sfere d’influenza, in cui ciascuna potenza, media o grande, detta legge, con buona pace dell’autodeterminazione dei popoli e del diritto.
Dugin è il profeta di una nuova guerra tra popoli e oligarchie, tra identità e globalizzazione, tra l’ordine spirituale portato da Russia, Cina, dagli USA di Trump, e il disfacimento morale dell’Occidente: un conflitto che starebbe per giungere al momento del redde rationem.
Il filosofo russo cita Todd come fonte a conferma della propria visione.
A questo punto, due domande ci sembrano centrali: quanto di Todd c’è davvero in questo tentativo di appropriazione e, soprattutto, quanto di Dugin c’è già dentro di noi, nelle nostre élite culturali e politiche, nella destra e persino in quella sinistra che si proclama solo “critica” dell’ordine liberale?
Emmanuel Todd, nel suo fortunato pamphlet La sconfitta dell’Occidente, descrive un’Europa stanca, incapace di coesione, spiritualmente inaridita, preda del nichilismo dopo la “vaporizzazione” della religione e delle strutture morali che per secoli avevano retto la civiltà occidentale.
Eppure la sua analisi, tanto spietata verso l’Occidente, appare stranamente indulgente verso quei regimi che nel frattempo bombardano i bambini, deportano adolescenti in campi di rieducazione, reprimono dissidenti, incarcerano giornalisti, soffocano ogni libertà politica.
Nel marzo 2022, a Bucha, le truppe russe lasciarono dietro di sé centinaia di civili uccisi, molti con le mani legate, in uno degli episodi più efferati di quella che allora era ancora un’invasione relativamente giovane.
Il 1° febbraio 2025 un missile Kh-22 ha colpito un edificio residenziale a Poltava, lontano dal fronte, uccidendo quindici civili, inclusi due bambini.
Il 4-5 aprile a Kryvyi Rih, città natale del presidente ucraino Volodymyr Zelenskyj, un altro missile russo si è abbattuto su una zona residenziale, colpendo anche un parco giochi e uccidendo circa venti persone, di cui nove bambini.
Il 13 aprile, mentre la gente partecipava alla messa della Domenica delle Palme, Sumy è stata bersagliata con missili balistici e munizioni a grappolo: trentacinque i morti, oltre cento i feriti, tra cui molti bambini.
In tutto aprile 2025, l’Ufficio dell’Alto Commissario ONU per i diritti umani ha registrato 209 civili uccisi e 1.146 feriti, con almeno diciannove bambini tra le vittime e settantotto tra i feriti: un mese particolarmente sanguinoso, che conferma come le operazioni militari russe abbiano deliberatamente colpito centri abitati, scuole, chiese, ospedali, trasformando in obiettivi militari i luoghi della vita quotidiana.
Si tratta solo di pochi esempi delle atrocità compiute dall’esercito di Putin.
Di fronte a questi fatti, le parole di Todd si fanno esitanti: l’invasione dell’Ucraina diventa una “reazione” all’espansione della NATO, le repressioni interne sono spiegate come “difesa della sovranità”, i crimini di guerra restano ai margini.
Come se non fossero anch’essi segni di un collasso morale ben più grave di quello imputato alle società liberali, i cui governi discutono e dibattono prima di rispondere a uno solo dei droni russi che invadono i cieli NATO.
L’Occidente, per Todd, sarebbe il regno del nichilismo. Ma chi bombarda le chiese la Domenica delle Palme, chi colpisce i parchi giochi, chi rapisce i bambini, che nome merita?
Eppure, quando si ascoltano certi intellettuali nostrani, il ritornello è simile: l’Europa decadente, l’America imperialista, la NATO aggressiva.
Si invoca la pace, ma sempre a spese dell’aggredito, come se la resa fosse un atto di saggezza, e non la vittoria di un principio secondo cui la forza decide ciò che è giusto.
Qui emerge la questione più inquietante: quanto di Dugin c’è già tra noi?
Non solo nella destra italiana, tra slogan sovranisti e nostalgie identitarie della Lega o di figure come Roberto Vannacci, ma anche in una parte della sinistra che non si definisce estrema, e che pure condivide un lessico sorprendentemente simile.
Parole come “élite globaliste”, “decadenza morale dell’Occidente”, “recupero della sovranità”, “tradizione contro nichilismo” attraversano oggi articoli, convegni, dichiarazioni di politici e opinionisti che pure si collocano fuori dalla destra radicale.
È un linguaggio che unisce reazionari e progressisti, populisti di destra e critici di sinistra, settori del cristianesimo conservatore e intellettuali laici: tutti a ripetere che l’ordine liberale è finito, che l’Occidente è corrotto, che occorre tornare a un principio spirituale perduto.
Ma se questo principio deve incarnarsi in chi bombarda civili, in chi benedice la guerra come il patriarca Kirill, in chi parla di pace per spartirsi l’Ucraina come Donald Trump, allora non siamo di fronte a un’alternativa morale, ma al trionfo di quel nichilismo che si dice di combattere.
Tentare di controbattere a queste obiezioni citando il mattatoio di Gaza serve solo a confermarle: la mobilitazione di massa per i palestinesi si registra nelle democrazie europee, non nelle vie di Mosca, dove i russi onesti sono ridotti al silenzio, ovviamente ignorati dai nostri attivisti.
E ricordiamolo: una cattiva coscienza è sempre meglio di una falsa coscienza.
La crisi spirituale dell’Occidente è, secondo me, reale.
Ma non si esce da una crisi morale abbracciando regimi che calpestano ogni morale; non si salva la civiltà cedendo alla legge del più forte.
Dugin, che usa Todd per la sua propaganda, ci costringe a guardarci allo specchio: quanto della sua retorica vive ormai nei nostri discorsi, nei nostri giornali, nelle nostre università, nei nostri parlamenti?
La risposta non riguarda solo la politica estera o l’Ucraina: riguarda la capacità stessa dell’Europa di nominare il bene e il male senza timori ideologici, di non confondere la stanchezza con la saggezza, la pace con la sottomissione, la critica con la resa morale.
Se l’Occidente è in crisi, che almeno non perda anche la voce per dire la verità: perché smettere di chiamare le cose col loro nome, smettere di distinguere ovunque tra aggressori e aggrediti, tra vittime e carnefici, sarebbe già la sua sconfitta definitiva.
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Chi parla sempre di decadenza o di crisi spirituale dell’Occidente lo fa solo perché teme di perdere il consenso e quindi il potere nel paese o nei paesi che governa con la forza o ne è un suo esponente privilegiato. Non avrebbe più appigli per indurre gli elettori o, per quanto riguarda la Russia e altri regimi, i sudditi a seguirli, data la limitatezza e la scarsezza dei loro argomenti e delle loro proposte.
In Occidente vigono ancora lo stato di diritto, la libertà di scelta e di espressione e questi sono i maggiori nemici e pericoli per gli autocrati e gli aspiranti tali nello stesso Occidente, alimentati da patetici e ipocriti filosofi del nulla se non del denaro facile.