

A quattro anni dall’invasione russa, questo Speciale raccoglie analisi, testimonianze e riflessioni su una guerra che ha cambiato l’Europa e messo alla prova l’Occidente. Non solo cronaca di distruzione e resistenza, ma interrogativo politico sul futuro dell’ordine europeo, sui limiti della prudenza e sulla responsabilità delle scelte. Perché l’Ucraina non è un fronte lontano: è il banco di prova della nostra idea di libertà.
Nel loro Perché l’Ucraina combatte (Linkiesta Books, 2024), Michele Chiaruzzi e Sofia Ventura hanno scritto, a ragione, che quella che si sta combattendo in Ucraina è la “prima guerra d’Europa”.
Non significa che si tratti della prima guerra combattuta sul suolo continentale dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e l’avvio del processo di unificazione europea – c’è stato il precedente cruento e genocidario dell’aggressione serba alle repubbliche e ai territori autonomi della ex Jugoslavia, dopo la dissoluzione dell’esperimento titino – e neppure, per le stesse ragioni, la prima motivata dalle pretese di un nazionalismo egemone contro nazionalità diverse e refrattarie ad accettarne il dominio.
La guerra all’Ucraina è la prima guerra d’Europa perché è la prima ad avere come posta in gioco non solo la “riconquista” dell’Ucraina da parte della Russia, ma la dissoluzione della costruzione europea, dopo la sua espansione, parallela a quella della Nato, nei territori dell’est post-sovietico.
Non mancavano gli indizi e le prove, molto precedenti il 24 febbraio 2022, sul disegno russo di sovvertimento dell’ordine politico europeo, anche dopo l’avvio della guerra su vasta scala (quella su scala, per così dire, ridotta era iniziata nel 2014 con l’occupazione di parte del Donbas e l’annessione della Crimea). Eppure in Italia l’invasione dell’Ucraina è stata per lo più considerata, a destra come a sinistra, un incidente increscioso e una funesta conseguenza del cortocircuito negoziale tra la Russia e il mondo euro-atlantico, non lo svolgimento coerente di un piano di cui dal Cremlino, fin dall’inizio degli anni 2000, si sono iniziati a tirare i fili economici, ideologici e strategici, a partire da un programma di guerra ibrida volto a infiltrare tutte le democrazie occidentali e coronato da un clamoroso successo.
Mentre si può dire che nei principali Paesi europei (Germania, Francia, Polonia e Regno Unito post Brexit) le classi politiche di governo, malgrado la minaccia di forze sovraniste e, per ciò stesso, filo-russe potenzialmente soverchianti, sembrano avere compreso che quella ucraina è solo la trincea più avanzata di una guerra che minaccia tutta l’Europa, in Italia la gran parte delle forze politiche continua a immaginare un’exit strategy che consenta, grazie al doloroso ma necessario sacrificio ucraino, un ritorno allo status quo ante e a rapporti russo-europei depurati dagli equivoci e dalle tossine di una guerra “evitabile”.
Però la guerra non era evitabile, proprio perché era parte necessaria di un disegno di restaurazione imperiale che Putin non ha mai nascosto di perseguire.
Quattro anni dopo l’inizio della guerra, in Italia sia la destra sia la sinistra continuano a confidare (o a fingere di confidare) in un negoziato che Putin interpreta come la semplice capitolazione di un’Ucraina dimezzata territorialmente e disarmata politicamente dai suoi stessi alleati; che Trump, da proxy del Cremlino, prova in ogni modo ad allineare alle richieste russe; e che la Commissione Ue e i Paesi cosiddetti volenterosi provano, fino a oggi riuscendoci anche se a fatica, a contrastare mettendo mano al portafoglio per sostenere la resistenza ucraina.
Il problema non è solo che in Italia ci sono partiti dichiaratamente filo-russi, come la Lega e il M5S, ma soprattutto che non ci sono quasi partiti filo-ucraini, cioè anti-russi con la stessa logica per cui nel 1940 difendere la libertà e la democrazia significava essere filo-inglesi e anti-tedeschi.
Nel quarto anniversario dell’invasione, saranno in Ucraina Carlo Calenda e una delegazione di Azione (tra cui i parlamentari Ettore Rosato e Federica Onori e la vicesegretaria Francesca Scarpato), la vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno, i parlamentari Ivan Scalfarotto (Italia Viva) e Benedetto Della Vedova (Più Europa) e una trentina di militanti di Europa Radicale, guidati dal presidente Igor Boni e dalla Tesoriera Federica Valcauda
Di tutti gli altri neanche l’ombra, e neppure a distanza, poiché c’è da scommettere che, pur escludendo leghisti, pentastellati e pacifisti rosso-verdi, anche da parte degli altri si sentiranno solo chiacchiere per la pace, non impegni concreti a favore dell’Ucraina; impegni che sono la condizione necessaria – e neppure sufficiente – per togliere dalla testa di Putin di poter giungere al proprio obiettivo minimo, cioè ottenere in regalo dalla pace quel che neppure quattro anni di guerra e 1,2 milioni di soldati morti gli hanno consentito di conquistare.
Si può vincere o si può perdere, ma non si può tornare al mondo di prima. Ci si potrebbe interrogare a lungo sulle ragioni per cui in Italia latita così gravemente la consapevolezza e la responsabilità per questa prima guerra d’Europa e la maggioranza degli elettori se ne dichiari più stanca che atterrita, come per un disturbo molesto della routine e non per una minaccia esistenziale. Questo però porterebbe forse a conclusioni psicopolitiche tanto desolanti quanto potenzialmente arbitrarie.
Ma senza arrivare al “perché” è sufficiente fermarsi al “che” per concludere, senza azzardare diagnosi più profonde, che se gli italiani così poco comprendono o ammettono quel che sta succedendo, oltre a rappresentare un problema per l’Europa e per l’Ucraina, rappresenta un grosso problema anche per sé stessi.

Il Club InOltre nasce per creare una community tra chi InOltre lo scrive, chi lo legge e chi lo sostiene. È il desiderio di creare punti di incontro digitali e, quando possibile, anche fisici – dove scambiarsi idee, discutere, conoscersi da vicino.
Un Club che unisce tutti quelli che contribuiscono alla buona riuscita d’InOltre e al suo successo.
InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desideri contribuire con un piccolo supporto, puoi farlo effettuando un bonifico come di seguito specificato oppure cliccando sui pulsanti che vedi, scegliendo l’opzione che più preferisci. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.
Grazie per il vostro supporto!
Bonifico bancario intestato a Inoltre Ente del Terzo Settore con Causale: donazione/erogazione liberale a favore di Inoltre ETS.
Codice Iban: IT55A0306909606100000404908



Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.
