
Quinto articolo del dialogo a distanza tra Enrico Marani e Alessandro Tedesco. Qui i precedenti articoli:
La liquefazione del pensiero: anatomia di una civiltà smarrita di Alessandro Tedesco
Menti in corto circuito di Enrico Marani
Il regno del simulacro. Dallo schermo al cortocircuito collettivo di Alessandro Tedesco
La libertà, una dimensione sublime tra desiderio, caos, paura e disprezzo di Enrico Marani
Questo articolo nasce da una collisione di idee. Da una parte, il dialogo stimolante con Enrico Marani e quel magma di contributi su X che suggerisce l’esistenza di un’intelligenza collettiva. Dall’altra, l’innesco: un commento affilato come un bisturi di un lettore su InOltreNews. Una riflessione che ha acceso un’insegna al neon: Philip K. Dick.
Sicuramente, anche se non siete appassionati di letteratura cyberpunk o distopica, vi sarà passato davanti agli occhi il film The Minority Report di Steven Spielberg, dove Tom Cruise interpreta il capo della sezione Pre-Crimine, un’unità di polizia che arresta i criminali prima che commettano il reato. Questo sistema quasi perfetto si basa sulle visioni di tre “Precog”, individui dotati di preveggenza che permettono di anticipare gli omicidi con infallibile certezza.
Il film, adrenalinico e visivamente straordinario, poggia su un dilemma etico devastante, ereditato direttamente dal genio letterario di Philip K. Dick. La domanda che Dick ci pone è lancinante: se il futuro è già determinato e un sistema può prevedere le tue azioni, sei ancora colpevole? Se vieni arrestato per un crimine che non hai ancora commesso in, ti è stata tolta la possibilità di scegliere diversamente all’ultimo istante? In breve: che fine fa il libero arbitrio?
Il pensiero di Schopenhauer sul libero arbitrio ci spiega perfettamente il punto: lui distingueva la libertà di agire (sociale) da quella di volere (individuale), concludendo che “possiamo fare ciò che vogliamo, ma non volere ciò che vogliamo”. L’algoritmo sfrutta proprio questo: ci lascia l’illusione di agire liberamente, mentre ingegnerizza il “volere” che guida quell’azione.
Per decenni, questa è sembrata un’affascinante speculazione filosofica. Oggi, non più.
Non abbiamo i Precog che fluttuano in una vasca, ma abbiamo qualcosa di infinitamente più pervasivo e potente: gli algoritmi. L’utopia (o distopia) di Philip K. Dick si sta realizzando in una forma nuova e imprevista. Le architetture digitali che mediano le nostre vite non si limitano, come i Precog, a prevedere passivamente il nostro comportamento. Fanno qualcosa di molto più incisivo: lo inducono.
Siamo entrati nell’era della pre-determinazione comportamentale.
Il condizionamento a cui siamo sottoposti non è più solo quello sociale o culturale. È un condizionamento che opera a un livello più profondo, quasi neurologico. Assistiamo quotidianamente alle conseguenze: gesti estremi compiuti per rispondere a sfide virali insensate, la cui diffusione è scientificamente ottimizzata per raggiungere i soggetti più suggestionabili; ondate di angoscia e depressione legate alla ricerca spasmodica di validazione digitale.
È qui che emerge, come evidenziato nell’articolo di Enrico Marani, la chiave psicologica per comprendere l’efficacia di questo sistema: la libertà non è un bene universalmente desiderato, ma un peso che molti preferiscono cedere in cambio di sicurezza, ordine e certezza.
Questo ragionamento è cruciale. L’algoritmo non è solo un “Precog” esterno che impone un destino (la visione di Dick). È, soprattutto, la moderna incarnazione di quell’autorità “paterna” e “messianica” che, come analizzato da Marani citando pensatori come Erich Fromm, l’essere umano cerca attivamente per “fuggire dalla libertà” e dalla responsabilità che essa comporta.
Di fronte a questo scenario, il pilastro su cui abbiamo fondato la nostra intera civiltà giuridica e morale – la responsabilità personale – inizia a mostrare crepe profonde.
Se un individuo fragile viene incanalato da un algoritmo in una spirale di contenuti nichilisti fino a compiere un atto di autolesionismo, la sua è stata un’azione interamente libera? Se un giovane viene esposto a migliaia di ore di propaganda radicalizzante fino a spingerlo alla violenza, dove finisce la sua colpa e dove inizia quella dell’architettura che lo ha formato?
Stiamo vivendo in un Minority Report al contrario. Non abbiamo un sistema che ci ferma prima del crimine, ma un sistema che ci spinge attivamente verso il comportamento che ha calcolato come più probabile.
In questo nuovo mondo, la linea che separa la scelta personale dalla manipolazione programmata è diventata pericolosamente sottile: se la tua volontà non è più tua, la tua colpa lo è ancora? Philip K. Dick ci aveva avvertiti: il pericolo non è un futuro dominato dai Precog, ma un presente in cui smettiamo di scegliere.
Eppure, proprio in quella consapevolezza si nasconde la via d’uscita.
Finché possiamo interrogarci sulla nostra libertà, non l’abbiamo ancora perduta.
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