
Nei suoi “Discorsi politici” pubblicati nel 1752, contenenti un saggio sul debito pubblico, l’empirista scozzese David Hume ebbe a scrivere:
“Una di queste due cose deve succedere: o la nazione distruggerà il debito pubblico o il debito pubblico distruggerà la nazione.”
Altri tempi, e Hume era intransigente.
Oggi, dopo le profonde trasformazioni dei sistemi economici moderni e la smisurata espansione del welfare state, rimane vero che il debito pubblico può “mangiarsi” un paese, ma nessuno si sogna di puntare al suo azzeramento.
Tra gli economisti c’è una certa concordia nel ritenere un rapporto debito/Pil del 60 per cento un buon obiettivo di lungo periodo – verso il quale tendere, senza necessariamente raggiungerlo – che non sacrifica la crescita di un paese. Il Fondo monetario internazionale considera, ad esempio, come livello di guardia la soglia dell’85 per cento.
Su un altro aspetto, però, Hume aveva visto lungo, e stavolta continua ad avere pienamente ragione:
“… è molto allettante per un ministro ricorrere a tale espediente, [il debito pubblico, per l’appunto], perché ciò gli consente di fare bella figura durante la sua amministrazione, senza sovraccaricare i cittadini di tasse. Per questa ragione, praticamente ogni governo abuserà della pratica di contrarre debiti”.
Sembra scritto oggi e, in particolare, per il caso italiano.
La classe politica italiana è trasversalmente affetta da una straordinaria propensione all’indebitamento che ha favorito politiche economiche dissennate. Se a ciò si sommano i fattori contingenti, come la crisi mondiale del 2008-2009 e la più recente pandemia, si può capire perché il nostro debito pubblico abbia sforato la soglia dei 3.000 miliardi di euro, in rapporto al Pil circa il 136 per cento. Valori tra i più alti al mondo.
Il motivo della misura del debito – che contabilmente è la somma dei deficit di bilancio passati – rispetto al Prodotto interno lordo sta nel fatto che la ricchezza prodotta dal paese in un anno (Pil), rappresenta il livello delle risorse che lo stato può tassare per rimborsare il debito in scadenza e pagare gli interessi.
Più alto è il Pil, maggiori sono le possibilità di far fronte a un certo debito. E questo è anche il motivo per cui quando si parla di riduzione del debito ci si riferisce alla sua riduzione rispetto al Pil. Ciò significa che si vuole soddisfare la condizione di sostenibilità di lungo periodo del debito: fare in modo che esso cresca, in termini nominali, meno rapidamente del Pil.
Avere un debito pubblico pari al 136 per cento del Pil significa, quindi, che occorre quasi una volta e mezzo la ricchezza prodotta in un anno per coprire l’intero debito, e che ciascun italiano che nasce ha sulla capoccia circa 50 mila euro di debito pubblico – chiariremo meglio il significato di tale concetto.
Da un punto di vista finanziario e dei vincoli di contabilità pubblica occorre, poi, considerare l’impatto restrittivo dell’onere del servizio al debito sulla spesa pubblica. In altri termini, il governo deve reperire ogni anno circa 80 miliardi di euro (alcune stime prevedono 88 miliardi per il 2025) solo per far fronte al pagamento degli interessi sui titoli di stato emessi e non ancora rimborsati. Giusto per farsi un’idea, si tratta di una somma pari al valore di quattro manovre finanziarie da 20 miliardi di euro.
Ecco, quando partono le lamentazioni sull’indisponibilità delle risorse da destinare alla scuola, alla sanità e agli investimenti, invece di limitarsi a invocare, sic et simpliciter, una maggiore spesa pubblica – cosa di cui sono capaci tutti, occorrerebbe partire proprio da qui, magari provando solo a immaginare la via d’uscita della crescita economica e, quindi, dell’incremento del Pil: il denominatore del rapporto che spiega la forza e la credibilità di un paese, in quanto descrive l’entità dei suoi spazi fiscali di manovra.
Il recente palesarsi, nei conti pubblici italiani, dell’avanzo primario – la differenza attiva tra le entrate e le uscite di bilancio, al netto del pagamento degli interessi sul debito, che serve a contenere l’espansione del rapporto debito/Pil e che a prima vista potrebbe essere inteso come mero sintomo di virtù finanziaria, sorge proprio dalla necessità di reperire risorse per pagare gli interessi, sottraendole ad altre forme di spesa pubblica. Più alto è il livello di interessi da pagare e maggiore deve essere l’avanzo primario per riuscire a ridurre il debito.
La necessaria operazione di risanamento dei conti operata dal governo Meloni negli ultimi due anni è stata possibile grazie a un forte incremento della pressione fiscale – cui deve sommarsi il blocco dei crediti edilizi e altri interventi sulla spesa.
Il governo, a fronte di una spesa pubblica che oramai staziona stabilmente attorno al 50 per cento del Pil – avete capito bene: lo stato intermedia la metà della ricchezza prodotta, ha raggiunto gli obiettivi di finanza pubblica, tirandosi fuori dalla procedura d’infrazione della Commissione europea, aperta nel 2024, in virtù del contenimento del deficit sotto il 3 per cento del Pil per il 2026. Ciò è avvenuto, però, grazie ad un incremento di un punto e mezzo della pressione fiscale nel 2024, pari al 42,5 per cento del Pil, e nel Dpfp (Documento programmatico di finanza pubblica) è prevista più alta ancora, al 42,8 per cento nel 2025 e nel 2026.
Tale inasprimento è stato per lo più dovuto all’aumento dell’occupazione dei lavoratori dipendenti, tassata maggiormente rispetto ad altre componenti del Pil, e dall’effetto del fiscal drag, l’odiosa tassa occulta derivante dall’aumento nominale dei redditi, innescato dall’inflazione, soggetti così ad aliquote fiscali maggiori, che ha colpito in particolare i redditi medi e alti.
La presidente Meloni e il ministro Giorgetti hanno sottolineato che l’aumento della pressione fiscale è, in realtà, un fatto positivo perché è la diretta conseguenza dell’aumento dell’occupazione; ma le cose non stanno così.
Probabilmente non è chiaro (?) che la pressione fiscale è espressa dal rapporto tra le entrate e il Pil; dunque, l’incremento reddituale prodotto dal maggior numero degli occupati, che però rientra nel Pil, fa aumentare anche il denominatore del rapporto.
La crescita della pressione fiscale è da imputare, pertanto, alla circostanza che i redditi da lavoro dipendente sono tassati di più all’interno di un sistema fiscale iniquo e mal strutturato.
Con gli spot dei BTP, il MEF punta all’autarchia del debito
Nel corso delle ultime due edizioni del Festival di Sanremo, in corrispondenza del picco di ascolti, sono stati mandati in onda degli spot pubblicitari quantomeno inusuali: non sfavillanti réclame di servizi o beni di consumo, ma la promozione di strumenti finanziari emessi dallo Stato italiano denominati BTP (Buoni poliennali del tesoro).
Di recente è andata in onda un’altra campagna istituzionale per la sottoscrizione del “BTP Valore”, riservata ai piccoli risparmiatori, il cui spot pubblicitario è un’accozzaglia dei peggiori stereotipi a carattere sessuale che culmina in un allusivo “ … e vanno su senza lacca!”. Non fraintendete: il riferimento non è alle deludenti performance del povero partner della non più giovane signora alle prese con il volume della sua messa in piega, ma ai sorprendenti rendimenti del BTP Valore.
Ebbene sì: sulla TV pubblica il governo, con uno stile comunicativo discutibile, invita gli italiani a prestare i propri risparmi allo Stato. Peraltro, senza che il MEF abbia pagato un centesimo alla Rai che, essendo azienda pubblica, ha l’obbligo di mandare in onda gratuitamente le campagne governative, pur nel rispetto di certi limiti.
Considerato che nel 2025 il debito da vendere è di 250 miliardi di euro circa (quasi 400 miliardi nel 2024), si può capire la stringente esigenza finanziaria del MEF, che non esita a far leva sui rendimenti più alti e sulla storica propensione al risparmio dei BOT people.
Allora tutto bene? Beh, non proprio.
La domanda è: perché il governo ha la frenesia di collocare la maggior quota possibile di debito in mano ai piccoli risparmiatori italiani, riducendo quella degli investitori istituzionali e di quelli stranieri?
L’obiettivo è una maggiore indipendenza:
1) dalle banche e dalle istituzioni finanziarie italiane che, avendo in portafoglio una rilevante quota del debito (quasi un terzo del totale), nel timore di una svalutazione dello stesso, che impatterebbe negativamente sui loro attivi di bilancio, potrebbero condizionare la politica economica del governo che è loro debitore;
2) dagli investitori stranieri, la cui fiducia verso l’Italia è, in particolar modo, appesa al filo dello “spread” – la differenza tra il tasso di interesse dei Bund tedeschi a 10 anni e i BTP italiani di pari scadenza, che misura la maggiore probabilità di insolvenza che i prestatori assegnano all’Italia rispetto alla Germania.
In altri termini, il governo Meloni vuole avere le mani libere rispetto all’attività svolta sui mercati del debito dai cosiddetti “bond vigilantes”: investitori istituzionali e banche, per l’appunto, che hanno il potere di influenzare le politiche economiche dei governi. Se disapprovano, ad esempio, determinate politiche fiscali – in genere espansive, che causano un aumento del debito, potrebbero, infatti, vendere massicciamente le obbligazioni di quel paese, facendone abbassare il prezzo di mercato, salire i rendimenti e rendere, così, più oneroso il servizio del debito.
La crisi del debito nel 2011, quando lo spread superò i 500 punti, arrivò persino a determinare il dimissionamento del governo Berlusconi – di cui Giorgia Meloni era giovane ministra, subito soppiantato dal rigore dei tecnici di Mario Monti.
Vista la diffusa cultura e l’inveterata prassi del debito cui è dedita la nostra classe politica, il volersi sottrarre alla “vigilanza” del mercato non è una grande idea. Se l’Italia non è un paese alla deriva finanziaria, diretto concorrente dell’Argentina di qualche anno addietro, è, probabilmente, perché ha dovuto onorare gli impegni derivanti dai due più forti vincoli esterni: l’Europa e i mercati finanziari.
La presidente del Consiglio, costretta dalle catene governative a saltare dal ruolo di madrina dell’antieuropeismo a quello di prudente custode dei parametri dell’Unione monetaria, essendo obbligata a onorare il Patto di stabilità, vuole conservare un pezzo di indipendenza sottraendosi alla famelica azione degli “speculatori” di borsa (George Soros vi dice qualcosa?), per rifugiarsi nel patriottismo dei risparmiatori italiani.
Saranno loro a dover tenere duro alla prossima crisi: gli unici capaci per amor patrio di non vendere i propri BTP, a costo di veder svanire il frutto del risparmio di una vita. Se poi acquistano i titoli e non li vendono non per patriottismo, ma perché ignari dell’ambaradan, pazienza: l’obiettivo è parimenti raggiunto.
Il deficit di informazione finanziaria
Certo che questi eroi meritano di più. Oltre al premio derivante dal fatto che le emissioni di titoli rivolte al pubblico retail prevedono in genere tassi di interesse superiori rispetto alle altre – che comportano un aggravio di spesa pubblica per il pagamento degli interessi, i risparmiatori italiani avrebbero diritto ad un’informazione finanziaria precisa e puntuale.
Al di là dei dati essenziali sulla durata e sul rendimento, la pubblicità dovrebbe essere improntata a una comunicazione chiara – in conformità con i principi della direttiva Mifid 2 – che dia risalto all’inevitabile rischio legato a qualunque investimento, titoli di stato compresi.
Da questo punto di vista le obbligazioni italiane scontano – per quanto detto prima – un certo rischio emittente, tanto che Standard&Poor’s (una delle agenzie internazionali) assegna loro un rating pari a BBB+. Quello dei titoli greci è BBB. I titoli tedeschi hanno AAA, che equivale al massimo della capacità di pagare gli interessi e rimborsare il capitale.
La tripla B è considerata il livello minimo degli investment grade, cioè un impiego relativamente sicuro anche per gli investitori istituzionali. Al di sotto si trovano le obbligazioni high yield – note anche come junk bond (obbligazioni spazzatura), con un livello di rischio elevato. E, più alto è il rischio, maggiore è il tasso d’interesse che l’obbligazione deve pagare.
Senza conferire valore oracolare alle valutazioni delle agenzie, quali Standard&Poor’s, Moody’s e FitchRatings, e senza impiccarsi al segnetto più o meno, dovrebbe essere intuitivo comprendere che un paese che non cresce da 30 anni, il cui debito, invece, è in continua espansione, non può offrire le stesse garanzie di solvibilità di altri stati capaci di percorsi più virtuosi.
Considerata la scarsa cultura finanziaria, quanti risparmiatori italiani hanno contezza di ciò? Quanti sono quelli che hanno scaricato la scheda informativa dal sito del MEF per verificare il profilo di rischio dell’emittente?
Il rendimento appetibile dei Btp Valore – così come di qualunque strumento finanziario, oltre che suadente richiamo, dovrebbe fungere da indizio per la verifica dei suoi motivi. Il mercato finanziario non regala nulla.
Se proprio non si riesce a comunicare il rischio emittente negli spot pubblicitari, si potrebbe affiancare ad essi una campagna istituzionale di informazione finanziaria centrata su un imprescindibile disclaimer:
“Cari risparmiatori, sappiate che il debito pubblico deve essere rimborsato dalle tasse. E se non lo ripagano i contribuenti, lo ripagheranno i sottoscrittori. Tertium non datur!”
E in un paese che sembra aver rinunziato alla crescita prima o poi è facile che si palesi lo spettro della seconda ipotesi.
L’elevato debito pubblico comprime il Pil
Quando si parla di debito pubblico, c’è un enorme costo nascosto che difficilmente viene a galla, e che riguarda il futuro del paese, perché può pregiudicare l’avvenire delle prossime generazioni.
Non si tratta tanto del discorso morale per cui è senz’altro deplorevole lasciare in eredità i debiti ai nostri figli. Essendo il debito nelle mani degli italiani per circa due terzi, significa che assieme ai debiti lasciamo anche i crediti di chi ha in portafoglio i titoli di stato.
Accadrà, insomma, che i residenti futuri saranno tassati per pagare gli interessi e restituire il capitale ad altri residenti. Un trasferimento interno di ricchezza come quello in atto oggi.
Il costo “nascosto” è di natura strettamente economica e coinvolge il tema della responsabilità delle scelte politiche, perché riguarda, ancora una volta, il cruciale tema della crescita.
Si è già fatto riferimento all’esigenza contabile di generare un avanzo primario più alto attraverso un maggior livello di tassazione che, inevitabilmente, penalizzerà la crescita per via dell’impatto negativo sui consumi o sulle attività produttive.
L’altro forte limite di un debito pubblico elevato è la maggiore difficoltà delle imprese a finanziarsi a causa del maggior drenaggio dei risparmi presenti nell’economia da parte del debito pubblico.
I tassi di interesse tenderanno a salire, e tassi più alti scoraggeranno a loro volta gli investimenti produttivi.
Il collocamento sul mercato dei titoli pubblici – soprattutto se pompato dai governi che li presentano ai privati come la Shangri-La delle opportunità d’investimento, è sempre in concorrenza con la raccolta di capitali operata dai privati, e genera un meccanismo distorsivo noto in economia come “crowding out”: il debito pubblico si insinua sempre più nei portafogli dei risparmiatori a scapito del debito privato che dovrebbe finanziare direttamente gli investimenti delle imprese.
Si giunge così al paradosso che lo stato distoglie risorse dagli investimenti privati – risorse che dovrebbero affluire, soprattutto, ai settori dei servizi avanzati ad alta produttività, che favorirebbero la crescita, per finanziare una spesa pubblica in continua espansione, che non giova alla crescita, e può, invece, avere un effetto deprimente che alla lunga impoverisce tutti.
Ci sarebbe da formulare un altro disclaimer; ma questo lo lasciamo alla creatività del lettore.
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Nell’ultima parte si fa riferimento giustamente al fenomeno dello spiazzamento della raccolta pubblica a scapito di quella dei privati, distorcendo e ostacolando la possibilità di questi ultimi di fare investimenti per l’innovazione e la ricerca.
Ma è chiaro che agli eletti e ai governanti non interessa; loro hanno avuto un mandato elettorale e intendono portarlo a termine, anche facendo danni. Limitatamente, ma facendoli. Anche qui, ideologia e fede nei dogmi elevati a programma di governo.
Poi sulla questione del debito in mano ai risparmiatori domestici rispetto a quelli esteri, non è detto che la situazione possa essere differente in caso di crisi finanziaria sul debito pubblico. Può accadere comunque un default su certi pagamenti e l’Italia non potrebbe “rimediare” usando la politica monetaria non essendo più direttamente responsabile.
C’è un caso non troppo distante nel tempo che spiega come il rischio di default non si potrebbe comunque evitare anche nel caso di un debito pubblico maggiormente in mano domestica: nella crisi dei primi anni 90 la maggioranza dei possessori di debito pubblico italiano era domestica e la politica monetaria era ancora sotto gestione diretta italiana, sebbene la Banca d’Italia avesse già ottenuto una certa autonomia dal Ministero del Tesoro e l’Italia dovesse impegnarsi a restare nei parametri decisi nel Sistema Monetario Europeo. Una crisi finanziaria avvenne comunque.