

Arresti arbitrari, condanne pesanti e pressioni sistemiche: la condizione dei convertiti al cristianesimo in Iran resta segnata da repressione e marginalizzazione. Tra propaganda esterna e realtà interna, emerge un quadro di diritti limitati e libertà religiosa fortemente condizionata.
Il 14 marzo, l’iraniano convertitosi al cristianesimo Mohammad Nikbakht è stato arrestato nella sua città, Isfahan (nella zona centrale dell’Iran), e condotto nel carcere di Dastgerd, senza che venissero fornite motivazioni ufficiali per il suo arresto.
Da allora, secondo l’organizzazione “Hengaw”, che monitora le violazioni dei diritti umani in Iran, si trova in un “limbo legale” e rimane sotto custodia.
Un fenomeno diffuso
Il caso di Nikbakht rappresenta un fenomeno più ampio: se in Iran vengono riconosciute ufficialmente come legittime le minoranze religiose di lunga data — e in particolare zoroastriani, ebrei e cristiani (questi ultimi perlopiù appartenenti alla comunità armena) — a subire una dura repressione da parte delle autorità sono quegli iraniani che hanno abbandonato l’Islam per convertirsi ad altre religioni.
Oltre alla minoranza Baha’i, che secondo l’associazione HRA nel 2023 subiva l’85% di tutte le discriminazioni su base religiosa nel Paese, questa politica colpisce anche gli iraniani che si convertono al cristianesimo, ai quali non viene riconosciuto lo stesso status dei cristiani armeni.
Secondo l’istituto di ricerca GAMAAN, nel 2020 i cristiani risultavano essere complessivamente circa l’1,5 per cento di tutta la popolazione iraniana.
Convertiti incarcerati
Come riporta il sito di Hengaw, nel dicembre 2025 cinque iraniani diventati cristiani tramite conversione sono stati condannati a un totale di 55 anni di prigione, con l’accusa di aver allestito una chiesa nascosta a Teheran.
Un mese prima, Morteza Faqanpour-Sasi (che dopo la conversione ha adottato il nome Calvin) è stato arrestato e condannato a scontare otto anni e undici mesi nel carcere di Evin.
In precedenza, aveva già ricevuto una prima pena di sette anni e sei mesi con l’accusa di aver svolto “attività educative e di proselitismo contrarie all’Islam”, ai quali sono stati aggiunti altri 17 mesi poiché accusato di aver “insultato Khamenei”.
Alcuni detenuti cristiani hanno subito torture e fustigazioni durante la loro prigionia.
È successo a Ghazal Marzban Joorashari, arrestata nel novembre 2024 e rinchiusa nella prigione di Evin in quanto giudicata colpevole di “propaganda contro lo Stato” e “apparizione in pubblico senza osservare l’obbligo dello hijab”.
Prima ancora, nel giugno 2023 risulta aver subito almeno 50 frustate a Evin il detenuto Zaman Fadaii.
In precedenza, per il reato di apostasia nei confronti dell’Islam si poteva rischiare anche la pena di morte.
È quello che è successo a Hossein Soodmand, proveniente da una famiglia sciita e convertitosi al cristianesimo dopo aver fatto amicizia con degli iraniani di origine armena.
Divenuto un pastore protestante, già nel 1989, dopo la morte di Khomeini, vide la sua chiesa venire chiusa dalle autorità.
Secondo il sito “Article 18”, Soodmand venne più volte arrestato e rilasciato dopo pochi giorni, finché non venne giustiziato il 3 dicembre 1990 con l’accusa di apostasia.





Diritti negati
Le autorità iraniane non si fanno problemi a maltrattare i cristiani convertiti nemmeno se si tratta di persone anziane in condizioni precarie: nell’aprile 2024 risultava essere ancora rinchiusa a Evin l’allora sessantenne Mina Khajavi Ghomi, alla quale, nonostante presentasse problemi di salute, i suoi carcerieri hanno negato sia cure mediche sia la possibilità di rilascio.
Le pratiche con le quali il regime cerca di rendere la vita difficile ai cristiani non si limitano all’arresto e all’incarcerazione, ma, a seconda dei casi, possono manifestarsi anche in altre modalità.
Nel marzo 2019, Hamideh Afsharpour è fuggita in Svezia dopo che, un anno prima, era stata incarcerata per sei giorni.
Nell’autunno 2020, suo padre Ebrahim, che in precedenza aveva pagato la cauzione per il rilascio della figlia, è stato portato in questura dalle autorità, che hanno minacciato di confiscargli la casa se non avesse convinto Hamideh a tornare in Iran.
I cristiani di origine iraniana che dall’estero tornano nel loro Paese d’origine possono finire in prigione.
È successo a Elissa Shahverdyan e al marito armeno Hakop Gochumyan, arrestati nell’estate 2023 mentre erano in visita in Iran per andare a trovare i parenti.
La Shahverdyan è stata rilasciata dopo 66 giorni, mentre il marito è stato condannato a 10 anni di carcere e, nell’ottobre 2025, risultava essere ancora detenuto, secondo “Premier Christianity”.
La famiglia di lei aveva lasciato l’Iran tempo addietro per sfuggire alle persecuzioni anticristiane ed era emigrata in Armenia.
Una ripulita all’immagine
Il regime iraniano non è l’unico ad applicare il reato di apostasia.
Secondo l’ultimo “Freedom of Thought Report” pubblicato dall’associazione “Humanists International”, nel 2025, oltre all’Iran, i Paesi in cui era previsto questo reato — talvolta punibile anche con la morte — erano i seguenti: Afghanistan, Arabia Saudita, Brunei, Malaysia, Maldive, Mauritania, Qatar e Yemen.
Per trasmettere all’estero un’immagine di tolleranza nei confronti dei cristiani, in netto contrasto con la realtà vissuta da questi ultimi in Iran, nel novembre 2025 è stata allestita un’immagine di Maria nella stazione della metropolitana di Teheran.
Fred Petrossian, giornalista iraniano-armeno residente a Bruxelles, ha spiegato in quell’occasione a “Radio Free Europe” che la nuova stazione della metropolitana è stata realizzata principalmente per ripulire l’immagine dell’Iran sulla scena internazionale.
“È per dire all’Occidente e al mondo esterno che ‘vedete, siamo tolleranti, onoriamo il cristianesimo e altre minoranze religiose’”.
Una narrazione che non regge alla prova dei fatti.

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