

La propaganda antisraeliana presenta spesso Israele come uno Stato ostile ai cristiani. Ma alcuni dati, dal Libano alla storia del terrorismo palestinese, raccontano un quadro molto diverso: più complesso, meno comodo per la narrazione dominante e lontano dall’idea di una persecuzione strutturale.
Uno dei luoghi comuni più diffusi nella propaganda antisraeliana odierna è che Israele perseguiti i cristiani.
Una narrazione che è stata rafforzata da alcuni episodi di cronaca, dai danni alla chiesa a Gaza durante i bombardamenti alle restrizioni inizialmente imposte al cardinale Pierbattista Pizzaballa, passando per le croci vandalizzate da alcuni soldati dell’IDF in Libano.
I media internazionali hanno puntato i riflettori su casi isolati, creando la falsa percezione che vi sia una strategia strutturale da parte dello Stato ebraico per perseguitare i cristiani.
Una percezione che, tuttavia, è smentita da alcuni fatti.
L’opinione dei cristiani in Libano
Dal 28 aprile al 5 maggio, l’emittente libanese “Al Jadeed” ha condotto un sondaggio per capire come la popolazione del Paese dei Cedri vede la prospettiva di un eventuale accordo di pace con Israele e il ruolo di Hezbollah.
Suddividendo i risultati in base all’orientamento religioso, è emerso che il 77% dei cristiani maroniti e il 72% dei cristiani ortodossi era favorevole a un trattato di pace con lo Stato ebraico. L’unico gruppo ancora più favorevole erano i drusi, con l’84% favorevole a un accordo di pace.
Facendo una distinzione tra la pace e la normalizzazione delle relazioni diplomatiche, quest’ultima era vista favorevolmente dal 58% dei maroniti e dal 49% dei cristiani ortodossi.
Inoltre, il 72,3% dei maroniti e il 69,5% degli ortodossi sosteneva contatti diretti tra il primo ministro libanese Nawaf Salam e il suo omologo israeliano Benjamin Netanyahu.
Netto anche il giudizio dei cristiani libanesi su Hezbollah: l’89% degli ortodossi e l’87% dei maroniti si è detto favorevole a disarmare l’organizzazione sciita.
Vittime cristiane del terrorismo
Passando dall’attualità alla storia, spesso viene dimenticato che tra le vittime dei terroristi palestinesi e dei loro alleati ci sono stati anche diversi cristiani.
Il 30 maggio 1972, tre membri dell’Armata Rossa Giapponese, un’organizzazione terroristica di matrice comunista che collaborava con il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, lanciarono un attacco all’aeroporto di Lod (oggi aeroporto Ben Gurion), in Israele, sparando con mitragliatrici e lanciando granate contro le persone presenti nell’area del ritiro bagagli, provocando 26 morti e decine di feriti.
Di quei 26 morti, 17 erano pellegrini cristiani giunti da Porto Rico.
Nonostante l’efferatezza del gesto, ancora oggi in Occidente c’è chi prova a dipingere quei terroristi giapponesi come “combattenti per la libertà”.
Ad aprile, l’eurodeputata francese di origine palestinese Rima Hassan è stata fermata a Parigi per apologia del terrorismo. Il motivo è che aveva condiviso in un tweet una citazione di Kozo Okamoto, l’unico dei tre attentatori rimasto in vita.
Anche il leader delle Brigate Martiri di Al-Aqsa, Marwan Barghouti, condannato all’ergastolo in Israele e per il quale si sono mobilitati numerosi politici di sinistra ed esponenti del mondo dello spettacolo chiedendone la liberazione, è stato giudicato responsabile della morte di civili innocenti di fede cristiana.
In particolare, egli è ritenuto il mandante dell’omicidio del monaco greco ortodosso Tsibouktsakis Germanus, avvenuto a Gerusalemme il 12 giugno 2001.
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