

Ottant’anni di guerre periferiche e l’equilibrio di potenza che ha evitato quella globale
Al contrario di quanto sostenuto da molti, negli ultimi ottant’anni non abbiamo vissuto in un’epoca di pace fondata sul diritto internazionale. Come sempre nella storia, un’epoca di pace si regge sull’equilibrio della forza.
Dal 1945 a oggi il mondo ha conosciuto circa 300 conflitti armati, di cui almeno 120 classificabili come guerre maggiori. Le guerre tra Stati sovrani sono state una trentina; il resto si è manifestato sotto forma di guerre civili, conflitti coloniali, guerre per procura, interventi regionali permanenti. La guerra non è mai scomparsa: è stata distribuita, periferizzata, resa compatibile con la stabilità dei grandi centri di potere, spesso nel disinteresse dei mass media e quindi fuori dalla percezione delle opinioni pubbliche.
Alcuni conflitti sono entrati stabilmente nella memoria collettiva: la guerra di Corea, il Vietnam, le guerre arabo-israeliane, l’Afghanistan sovietico e poi occidentale, le guerre del Golfo, l’ex Jugoslavia, l’Iraq, la Siria, fino al ritorno della guerra convenzionale in Europa con l’Ucraina aggredita dalla Russia.
In questo scenario, il ruolo dell’Organizzazione delle Nazioni Unite è stato spesso frainteso e sopravvalutato: talvolta utilizzato come foglia di fico per giustificare interventi, talvolta invocato per bloccare l’azione di un avversario.
L’ONU non è mai riuscita a essere un garante della pace in senso stretto, ma piuttosto uno strumento di gestione dei rapporti di forza esistenti. Non a caso, dalla sua fondazione a oggi, esiste una sola guerra combattuta formalmente sotto la sua egida: la guerra di Corea. Tutti gli altri interventi sono stati missioni di osservazione, contenimento o stabilizzazione, quasi sempre successive ad accordi politici raggiunti al di fuori della sua cornice istituzionale: Avenue Kléber per il Vietnam, Camp David per il conflitto arabo-israeliano, solo per citare i casi più noti.
Questa realtà è inscritta nella struttura stessa del Consiglio di Sicurezza, composto dalle potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale, a cui si è aggiunta la Cina con la sostituzione di Taiwan nel 1971. Il meccanismo del diritto di veto rende evidente la natura politica, non giuridica, dell’ordine internazionale: nessuna decisione strategica può essere presa contro gli interessi vitali di una grande potenza. Il veto non è un’anomalia, è il sistema.
La cosiddetta “pace lunga” del secondo Novecento non è nata da un consenso morale globale, ma dalla consapevolezza condivisa dei limiti. La Guerra fredda non è stata assenza di conflitto, bensì una sua regolazione rigida, fondata sul riconoscimento delle sfere di influenza, che ha consentito interventi armati sui paesi recalcitranti di entrambi i blocchi, e soprattutto sulla deterrenza nucleare.
Oggi quell’equilibrio sta cedendo.
Gli Stati Uniti, la Russia e la Cina sono tornate a una politica di potenza che richiama da vicino la logica imperiale dei secoli passati: pressione militare, controllo delle aree strategiche, uso selettivo del diritto, riscrittura dei confini come opzione concreta. Per ideologia, per presunta necessità geopolitica e tenuta sociopolitica interna.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: la guerra in Ucraina; il conflitto israelo-palestinese riacceso su scala regionale; le operazioni militari legate al programma nucleare iraniano; il recentissimo intervento degli USA in Venezuela, la crescente militarizzazione del Mar Cinese Meridionale, che ha spinto il Giappone a rivedere i propri vincoli strategici dettati dalla costituzione, decidendo di riarmarsi; le guerre permanenti in Africa; la destabilizzazione del Medio Oriente attraverso attori legati all’Iran. Crisi diverse, ma tutte figlie dello stesso vuoto di regolazione condivisa.
Se una nuova guerra globale non è ancora esplosa, la ragione non risiede nell’efficacia del diritto internazionale, bensì nel ricatto nucleare. Nella consapevolezza che uno scontro diretto tra grandi potenze non sarebbe una guerra come le altre, ma un evento irreversibile. La deterrenza continua a funzionare, ma in modo sempre più instabile e pericoloso.
In questo quadro si inserisce anche la cattiva coscienza del pacifismo occidentale. Gran parte della sinistra e del mondo cattolico continua a leggere i conflitti esclusivamente attraverso una lente morale, rifiutando la dimensione dei rapporti di forza e degli interessi economici e geopolitici che, da sempre, determinano le scelte politiche e militari. Questo pacifismo, spesso sincero nelle intenzioni, finisce per essere strutturalmente asimmetrico: condanna l’Occidente perché è l’unico spazio dove la critica è possibile, mentre assolve o ignora le autocrazie, dove libertà e giustizia sociale raramente trovano cittadinanza.
Su questa fragilità si innesta una propaganda sistematica, finanziata e amplificata dall’asse delle autocrazie — Russia, Cina, Iran e altri attori revisionisti — che non mira alla pace, ma all’indebolimento dell’Occidente come soggetto politico, culturale e militare.
Gli ultimi ottant’anni consegnano così una lezione scomoda ma costante: la pace non nasce dal diritto, se non quando il diritto è sostenuto da un equilibrio di forza credibile. Quando quell’equilibrio si dissolve, le regole restano, ma cessano di essere vincolanti.
E oggi, per la prima volta dal 1945, nessuno è davvero certo di dove passi il limite oltre il quale il sistema potrebbe non reggere più.
PS
Volutamente l’Europa è assente da questa trattazione perché l’articolo assolutamente da leggere di Donatello D’Andrea di martedì 6 è non solo brillante, ma veramente esaustivo sull’assenza del vecchio continente in balia di forze preponderanti e delle sue insanabili divisioni.

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Il rispetto del diritto nazionale e il potere della giustizia vengono esercitati e stabiliti perché lo Stato può contare sulle forze dell’ordine, che attraverso le armi e la coercizione nei casi necessari possono procedere a riportare appunto l’ordine e il valore della legge per tutti gli individui.
In campo internazionale questa questione non può avvenire, perché ogni attore segue leggi proprie diverse che non combaciano con quelle degli altri e nessuno riesce davvero a far rispettare certi diritti internazionali in teoria firmati ma in pratica sorvolabili.
Ecco che allora la forza militare di ogni attore e il compromesso possono stabilire un certo ordine regionale, in base al caso e alle questioni che interessano gli attori coinvolti.