

Tre donne corrono nella notte, inseguite dalla stessa minaccia: due vengono uccise dai mariti, la terza sopravvive e racconta. Un romanzo ibrido, a metà tra memoria personale e cronaca, intreccia tre storie di violenza, manipolazione e dominio, restituendo voce alle vittime e interrogando le parole con cui ancora oggi raccontiamo i femminicidi.
Se mi lasci, ti ammazzo. Una donna corre, mentre il vestito rosso che usa per dormire volteggia nella notte. Una macchina la insegue, i fari la illuminano.
Se mi lasci, ti ammazzo. Un’altra donna corre nella notte, anche lei inseguita da un’automobile, che la investe violentemente e la spinge in un fosso.
Se mi lasci, ti ammazzo. La terza donna corre a piedi in una sera di maggio. Un uomo la insegue, le spara alle gambe e poi le dà fuoco.
Due sono morte, una si è salvata. L’unica ancora in vita è quella che ha scritto questo romanzo, La notte nel cuore, edito in Italia da Einaudi con la traduzione di Cinzia Poli.
Natacha Appanah è una sopravvissuta. Per anni non si è resa conto del terribile trauma che aveva vissuto. Almeno fino a quando la sua storia personale si è intrecciata con quella di altre due donne, uccise dai mariti a distanza di anni.
Appanah, nel frattempo diventata scrittrice e giornalista, decide di intrecciare le loro tre storie, diverse ma simili. La notte nel cuore nasce così, dalla necessità di raccontare la propria vicenda e quella delle altre due donne.
È un libro ibrido, a metà strada tra romanzo e cronaca. Anche se ultimamente a qualcuno dà fastidio il termine, ci troviamo di fronte a un tentato femminicidio e a due femminicidi.
Perché quando una donna viene uccisa in quanto donna, per l’affermazione di un dominio e di una forza patriarcale, non esiste altra definizione possibile.
Nel maggio 2021 Appanah apprende dai giornali che, a pochi chilometri da dove abita, Chahinez Daoud è stata uccisa dall’ex marito, che l’ha inseguita, le ha sparato alle gambe e poi le ha dato fuoco.
Questa vicenda risveglia in Appanah una memoria sopita e dolorosa: la morte della cugina Emma, uccisa a Mauritius dal marito nel 2000. E riapre un’ulteriore ferita personale alla quale è giunto il momento di dare voce.
Dai diciassette ai venticinque anni Appanah ha intrattenuto una relazione tossica con un uomo molto più grande di lei. Uno scrittore affermato e noto a Mauritius, che per anni l’ha sottoposta a violenza fisica, verbale e psicologica.
Quest’uomo l’ha sedotta e manipolata, l’ha allontanata dalla famiglia e l’ha totalmente asservita. Fino alla fase finale di questo vortice di violenza, dal quale Appanah si è miracolosamente salvata.
Da anni Appanah si occupa, quasi inconsapevolmente, di violenza di genere. Ma questo libro rappresenta una svolta definitiva, che la conduce alle origini di un dolore personale e collettivo.
Una donna dà voce a due donne che non possono più parlare, si rivolge con dolcezza alla sé stessa ventenne e mostra come ancora oggi i giornalisti non sempre abbiano le parole adatte per affrontare questi temi, finendo per spostare l’attenzione altrove.
La notte nel cuore, scritto con una prosa ricercata e poetica, è una lettura indispensabile, soprattutto oggi che tutto viene messo in discussione.

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L’omicidio di una persona che sia di sesso femminile o maschile è pur sempre omicidio.
Però si può stabilire quale causa o motivazione ha accompagnato l’omicidio e nella maggior parte degli omicidi di donne si può definire che le motivazioni siano riferibili a problemi familiari con parenti di sesso maschile e relazioni non stabili o concluse male con compagni che non accettano la dignità e il rispetto delle compagne o ex, perché pensano di avere un diritto superiore di decisione nei loro confronti negando così a loro l’autonomia.
Quindi ad essere colpita specificatamente è la donna, non in quanto generalmente essere umano per svariati motivi non legati sempre a relazioni intime ma direttamente per il suo ruolo e la sua figura in una relazione presente o passata con un uomo.
Statisticamente è l’esatto contrario: quando con questa controversa (giustamente controversa) legge sul cosiddetto femminicidio si è stati finalmente costretti a distinguere fra donne uccise e donne uccise in quanto donne, è stato dimostrato che queste ultime sono poco più di un terzo del totale.
Questo è il prefetto di Padova Francesco Messina nel 2024 con i dati del 2023
https://va.media.tumblr.com/tumblr_s4lncoDmTX1qzl9vf.mp4
In alcuni casi non si può parlare magari strettamente di femminicidio inteso in un’ambiente esclusivamente familiare (pensiamo a donne aggredite e uccise in luoghi aperti o in locali perché rifiutano un approccio intimo con uno sconosciuto o un conoscente), dipende da come vengono analizzati i casi dalle autorità. Però alla fine consultando qualche fonte ufficiale, sembra che il quadro della situazione lasci pochi dubbi a riguardo.
https://www.istat.it/wp-content/uploads/2025/11/Report_Le-vittime-di-omicidio_Anno-2024.pdf
https://www.interno.gov.it/sites/default/files/2025-01/report_omicidi_al_31_12_2024.pdf
Evidentemente ogni statistica prende in considerazione elementi diversi.
Ognuno può sbagliare, anche se all’Istat e al Ministero dell’Interno penso ci sia personale competente per arrivare a fare certi rapporti, nonostante magari una certa pressione politica che potrebbe influire sui risultati ottenuti. Stessa cosa si potrebbe dire però per le autorità locali a questo punto.
Senza analisi serie e prove non si può stabilire nulla.
“La parola femminicidio non indica il sesso della morta. Indica il motivo per cui è stata uccisa. Una donna uccisa durante una rapina in banca non è un femminicidio. Sono femminicidi le donne uccise perché si rifiutavano di comportarsi secondo le aspettative che gli uomini hanno delle donne. Dire omicidio ci dice solo che qualcuno è morto. Dire femminicidio ci dice anche il perché”. Michela Murgia
Quindi se Filippo Turetta avesse avuto un altro orientamento sessuale e al posto di una fidanzata avesse avuto un fidanzato, siamo sicuri al 100% che avrebbe avuto tutt’altra personalità, che nei confronti del fidanzato maschio non sarebbe stato controllante, ossessivo, ricattatorio, anzi probabilmente avrebbe scelto un compagno dalla personalità forte in grado di lascialo al primo tentativo vessatorio, ossia siamo sicuri al 100% che Turetta l’ha uccisa unicamente perché era una donna anziché un uomo e non perché lui era caratterialmente un predatore e lei era caratterialmente una personalità debole incapace di sfuggirgli, giusto?
Quanto alla Murgia come fonte di saggezza, per favore, lasciamola stare. Senza contare che ai numeri stratosferici (peraltro i più bassi d’Europa e in costante calo da diversi anni) che vengono normalmente sparati si arriva proprio contando come “femminicidi” anche le donne uccise da altre donne, o per questioni di eredità o altro del genere.
PS: omicidio non ci dice che qualcuno è morto: ci dice che qualcuno è stato ucciso. Almeno il significato delle parole rispettiamolo, per favore.
Ci sono stati casi di donne che hanno lasciato o provato a lasciare il compagno e hanno subìto la stessa sorte, quindi non si può affermare con certezza che se fosse stata più forte quella donna sarebbe andata diversamente.
Se Turetta avesse avuto un compagno maschio sarebbe magari andata in un altro modo, perché di fronte a un uomo non avrebbe potuto avere le stesse possibilità di successo di poter abusare e compiere l’omicidio, e forse ci avrebbe pensato due volte prima di farlo.
Ma è proprio questo il punto: la donna generalmente è fisicamente meno forte dell’uomo, farebbe fatica a contrastare la forza e la violenza del medesimo e per questo motivo l’uomo ha una forte leva di pressione non solo fisica ma anche psicologica per imporre le proprie volontà. E’ anche questo il motivo per cui molte donne non denunciano casi di abuso e violenza familiare per evitare conseguenze spesso fatali.
Questo fa sì che questi omicidi si possano classificare come di genere, perché intesi da parte degli autori a colpire con successo e precisamente un soggetto generalmente non in grado di reagire e contrastare la forza e la conseguente violenza.
In nessuna parte del mio commento ho parlato di forza fisica! Ho parlato unicamente di personalità forti e personalità deboli. Il soggetto – uomo o donna – con personalità forte se ne va al primo schiaffo, o magari anche già al primo “Sta’ zitta cretina” e tutte quelle che lo hanno fatto sono qui a raccontarlo. Le personalità deboli sono quelle dei: “Non so cosa gli sia capitato, di solito non è così” e “Lui comunque mi ama, questo è sicuro” e “Devo evitare di provocarlo”. Chiaro che se reagisco così gli sto chiaramente dimostrando che va bene così, gli sto insegnando come trattarmi, e lui inevitabilmente continua ad alzare il livello. Se poi arriva il momento in cui dopo anni di maltrattamenti e violenze sopportati dico adesso basta, è perfettamente prevedibile che non sia in grado di capire questo “improvviso voltafaccia” e reagisca, e infatti tutte quelle che vengono uccise dai propri compagni, tutte senza eccezione, hanno alle spalle anni di violenze sopportate, magari di denunce fatte e poi ritirate eccetera. È di questa, e solo di questa debolezza che ho parlato, e in questo campo non ci sono sostanziali differenze fra uomini e donne.
Può essere che abbia ragione che più una relazione non sana si prolunga, più la situazione tende a peggiorare e a degenerare al momento di un tentativo di rottura, specie se la donna all’inizio della relazione ha preferito subire piuttosto che reagire nell’immediato.
Ci sono casi però dove una relazione si è sviluppata normalmente e poi magari è degenerata a un certo punto, quando accadono delle situazioni dove l’uomo crede di essere stato ferito nell’orgoglio o altre puerili questioni.
Le situazioni non sono tutte uguali e vanno verificate ogni volta.
Si può soltanto dire che nella maggior parte delle volte è la donna a subire violenze e venire uccisa in quelle relazioni problematiche dove l’uomo esercita una forte pressione intimidatoria, perché non vede la sua compagna come pari soggetto con cui condividere le esperienze della vita, ma solo come un oggetto da dominare e sfruttare.
La questione terminologica è molto semplice: l’uccisione di un essere umano si chiama omicidio; rifiutare di chiamare con questo nome l’uccisione di una donna significa, né più né meno, negare che la donna appartenga alla specie umana.
A parte questo, femmina non è sinonimo di donna: il termine indica qualunque essere vivente di sesso femminile; nel caso specifico, dato che si sta parlando di uccisione, limitiamo il campo al regno animale, quindi femminicidio è l’uccisione di mucche pecore capre cavalle asine gatte, occasionalmente anche di donne, uccise peraltro in numero infinitesimale rispetto alle appartenenti alle altre specie. Se vogliamo invece parlare dell’uccisione di un esemplare femmina della specie umana, il termine corretto è muliericidio, o ginicidio, ma a questo punto non si capisce perché non dovremmo avere anche il viricidio o andricidio.
A parte anche questo, per ogni reato il CP prevede circostanze attenuanti e aggravanti. Fra queste ultime, in caso di omicidio, il rapporto di parentela (compreso l’ex coniuge), quello di dipendenza, la crudeltà, la concomitanza con altri reati quali precedente persecuzione o minacce, condizione, permanente o transitoria, di diminuita capacità di difendersi, crudeltà eccetera, che comportano un aggravio della pena. C’è qualcosa, fra le circostanze che accompagnano l’uccisione di una donna – in qualunque situazione o condizione – che non sia contemplata fra le aggravanti previste dalla legge? Se qualcuno trova che manchi qualcosa, si batta per farlo aggiungere, ma lasci perdere il delirio di inventare un reato fantasma, per non parlare del delirio – oltre alla palese incostituzionalità – di far dipendere la natura di un reato e la gravità della relativa pena, da ciò che la vittima ha tra le gambe.