Iscriviti a nostri canali e alla nostra newsletter
Diamo il benvenuto ad Alfonso Lanzieri che esordisce su InOltre e lo ringraziamo per il suo magnifico contributo.
Nel panorama europeo, la classe politica italiana, purtroppo, non brilla certo per il solido sostegno all’Ucraina, che combatte da più di due anni e mezzo contro un invasore spietato, l’esercito russo. Sul tema, i nostri politici, salvo alcune rimarchevoli eccezioni, si sono fatti notare soprattutto per affermazioni perlomeno ambigue, contraddittorie, timide, neutraliste, se non esplicitamente vicine alle ragioni, anzi ai pretesti di Mosca. Certo, l’Italia risulta comunque nell’elenco degli Stati che forniscono assistenza militare a Kyiv, ma nella somma degli aiuti il nostro apporto è non solo piccolo, ma continuamente soggetto a critiche, minacce di revoche, precisazioni bizantine, che hanno tutto il sapore del tatticismo elettorale o geopolitico, quando non della simpatia semi confessata per Putin. Il sospetto, insomma, è che il posizionamento italiano accanto all’Ucraina sia dovuto più alla costrizione del vincolo esterno euroatlantico, che all’interna convinzione di ministri e deputati di maggioranza e opposizione. Tale sospetto è stato rafforzato dal voto dei parlamentari italiani in Europa, lo scorso 19 settembre, alla risoluzione del parlamento UE sull’Ucraina, contenente un paragrafo controverso in cui si chiede la rimozione delle restrizioni all’uso delle armi inviate a Kyiv, per consentire agli ucraini di colpire obiettivi militari in territorio russo. Su questo punto, gli italiani hanno votato sostanzialmente contro. Anche il Partito Democratico – nonostante qualche suo illustre e stimabile membro abbia provato a presentare uno scenario diverso ex post – ha mostrato una sostanziale ritrosia, al di là delle già segnalate lodevoli eccezioni.
Naturalmente, lo abbiamo imparato bene dal 24 febbraio 2022, chi si oppone agli aiuti militari a Kyiv o a un loro utilizzo meno vincolato, dice di farlo per favorire la pace, come se combattere la tirannia non rientrasse negli obblighi cui talvolta si è costretti proprio per riportare la pace e la giustizia.
A tal proposito, può essere istruttivo osservare che il voto europeo “pacifista” del 19 settembre scorso, è capitato in una data tristemente significativa. In questo giorno ma del 1943, infatti, si è consumato il primo eccidio nazista in Italia, a Boves, provincia di Cuneo. Furono assassinate ventitré persone, per punire un’azione partigiana di qualche giorno precedente. Chi si opponeva a quel dispotismo, pagando con la vita, era “bellicista” (termine preso dal gergo dei fautori dell’appeasement con Putin) oppure costretto dalle circostanze della storia – che nessuno di noi può scegliersi completamente – provava a ricacciare il terrore da dov’era venuto? Certo, abbiamo il dovere di “resistere alla crudeltà del mondo”, per usare un’efficace espressione di Edgar Morin, ma non sempre lo si può fare senza perdere la nostra tranquillità o la buona coscienza, anzi forse quasi mai.
Su tale sfondo, appare utile tornare a quanto racconta Tucidide nella sua cronaca della guerra del Peloponneso. A un certo punto, lo storico riporta il dialogo tra gli abitanti dell’isola di Melo (coloni spartani) e i più forti ateniesi, nel quale i secondi mettono in chiaro la propria superiorità militare per spingere gli interlocutori a sottomettersi e uscire dalla neutralità che avevano scelto di fronte alla guerra in corso. “Bisogna che da una parte e dall’altra – dichiarano gli emissari ateniesi – si faccia risolutamente ciò che è nella possibilità di ciascuno e che risulta da un’esatta valutazione della realtà. Poiché voi sapete bene quanto noi che nei ragionamenti umani, si tiene conto della giustizia quando la necessità incombe con pari forze su ambo le parti; in caso diverso, i più forti esercitano il loro potere e i più deboli vi si adattano”. In altre parole, dicono gli ateniesi, è inutile fare raffinati ragionamenti su cosa sia giusto o sbagliato sul piano dei principi: o capitolate volontariamente, garantendovi così un trattamento gentile, oppure capitolerete lo stesso, ma con dolore. Orbene, quando il fronte pacifista invoca una resa ucraina al fine di “salvare quante più vite possibili”, non fa altro, in fondo, che riagganciarsi a questo antico realismo militare, che altro non è se non logica della potenza. Quest’ultima, in aggiunta, esclude fin dal principio ogni soppesamento valoriale: ha ragione chi è più forte. Ed è interessante rilevare ancora l’insegnamento del grande filologo Werner Jaeger, secondo il quale, in questo dialogo, Tucidide si mostrerebbe influenzato dal metodo della sofistica, fondato proprio sulla convinzione – devo semplificare, mi scuso – che sia la forza retorica a verificare (far vero) un principio anziché viceversa. Insomma, l’accettazione passiva della logica della potenza rischia di sposare una visione intrinsecamente se non immorale perlomeno amorale, anche quando portata avanti con le migliori intenzioni. Tutto ciò significa, sul piano strettamente concreto dell’attualità, che senza pareggiare militarmente le forze in campo in Ucraina, difficilmente avremo una pace giusta, a meno che non scenda dal cielo da sola.
Oltre al brano di Tucidide, però, il comportamento della nostra classe politica dal febbraio 2022, mi ha fatto pensare anche a un altro testo, di natura molto diversa da quello citato e più vicino a noi, I promessi sposi, e a un personaggio in particolare: Don Abbondio. Mi sembra strano che nessuno, stando alle mie conoscenze, abbia ancora proposto un paragone tra il pavido sacerdote del romanzo manzoniano e i nostri politici sul dossier Ucraina. Probabilmente qualche lettore avrà già intuito che il mio riferimento punta al Don Abbondio letto da Leonardo Sciascia, nella sua disperata interpretazione della storia di Renzo e Lucia.
Secondo Sciascia, il vero trionfatore dei Promessi sposi è proprio il curato. L’esigenza di difendere il suo ristretto e tranquillo usbergo sociale, lo porta alla connivenza col sistema di potere vigente, facendosi volontario e malleabile collaboratore di piccole grandi ingiustizie, capace di sgusciare come un anguilla dinanzi a qualsiasi scelta di campo che potrebbe compromettere la tregua perenne in cui aspira a vivere. Appoggiandosi su un testo di Angelandrea Zottoli, del 1933, Il sistema di don Abbondio – nel quale il maestro di Racalmuto trovò conferma della sua prospettiva sull’opera di Manzoni – per Sciascia il curato apprende e fa sua la logica che “una feroce forza il mondo possiede e che loco a gentile, ad innocente opra non v’è: non resta che far torto o patirlo” (sono versi di un’altra opera manzoniana, l’Adelchi). Il curato, “vaso di terracotta costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro”, fa cioè propria la supremazia della logica della forza, che abbiamo incontrato prima in Tucidide. Conformandosi a tale visione del mondo, il curato alla fine la spunta su tutto e tutti: sulle richieste dei due fidanzati, sul proprio diretto superiore ecclesiastico, sulla peste. Don Abbondio non sfoggia una esplicita e convinta adesione al prepotente di turno, cionondimeno si allinea alle ingiunzioni del signorotto e si defila quando c’è da dare una mano alle vittime, pur potendolo o dovendolo fare.
“Don Abbondio – scrive Sciascia – è forte, è il più forte di tutti, è colui che effettualmente vince, è colui per il quale veramente il lieto fine del romanzo è un lieto fine. Il suo sistema è un sistema di servitù volontaria: non semplicemente accettato, ma scelto e perseguito da una posizione di forza, da una posizione di indipendenza, qual era quella di un prete nella Lombardia spagnola del secolo XVII. Un sistema perfetto, tetragono, inattaccabile. Tutto vi si spezza contro. (…) Ed è dietro questa sua apoteosi, in funzione della sua apoteosi, che Manzoni delinea – accorato, ansioso, ammonitore – un disperato ritratto delle cose d’Italia: l’Italia delle grida, l’Italia dei padri provinciali e dei conte-zio, l’Italia dei Ferrer italiani dal doppio linguaggio, l’Italia della mafia, degli azzeccagarbugli, degli sbirri che portan rispetto ai prepotenti, delle coscienze che facilmente si acquietano”. Si spiegherebbe così, evidenzia lo scrittore siciliano, la partenza finale di Renzo e Lucia. Perché se ne vanno, nonostante non ci sia più Don Rodrigo, passato a miglior vita? Perché pur cambiando i protagonisti, il sistema di potere di cui sono stati vittime permane intatto.
Se Don Abbondio è il ritratto di una parte della coscienza italiana, i nostri tentennamenti sull’Ucraina si possono spiegare pure attraverso il suo profilo, quello di un’umanità devota per impotenza, alla ricerca del “posto fisso” nella storia, attendista non perché prudente ma perché cinica. Un’umanità che, se incalzata nelle sue inconsistenze, si rifugia strategicamente nella categoria della “complessità” (quante volte l’abbiamo sentita in questi ultimi 31 mesi), riecheggiando così ancora una volta il curato manzoniano, che messo alle strette da Renzo inizia a cantilenare “errore, conditio, votum, cognato, crimen, cultus disparità” ecc., per mostrare al giovane che no, non è così semplice riconoscere il diritto al proprio legittimo detentore, la faccenda è “complessa”, la pace anzitutto, e perché no, magari si può risolvere tutto con una serie di lunghe chiacchierate tra i fidanzati e Don Rodrigo, insomma un negoziato.
InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desiderate contribuire con un piccolo supporto, potete farlo cliccando sui pulsanti che vedete, scegliendo l’opzione che più preferite. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.


Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Grazie Lanzeri, per aver tradotto il pensiero di molti comuni cittadini!!! Purtroppo è tutto vero!!
Caro Samuele Marinozzi, se sono riuscito a dare voce a sensibilità e pensieri diffusi mi fa piacere. Grazie tanto per la lettura e il feedback.