Nota introduttiva
Questo articolo vorrebbe essere il punto di partenza di una potenziale serie che si propone di esaminare gli sviluppi attuali e prevedibili futuri della minaccia militare russa all’Occidente, con l’obiettivo di trovare una risposta equilibrata ad una domanda non più eludibile: quanto tempo ci resta e quali sono le condizioni che potrebbero portare ad uno scontro generalizzato tra la Russia e l’Occidente inteso come NATO?
Ebbene, riteniamo che tale risposta sia nelle variabili di una complicata equazione che con questo articolo iniziamo ad affrontare.

Lo stato attuale
Partiamo da una certezza.
Ora come ora l’esercito russo non è in grado di minacciare nessuno in termini convenzionali.
L’esercito largamente professionista (ma non professionale) che Mosca aveva alla vigilia dell’invasione non esiste più, triturato nelle battaglie in Ucraina. Quei mezzi relativamente moderni di cui disponeva sono rottami anneriti dalle fiamme, che l’industria non è in grado di reintegrare se non in minima parte con rimpiazzi di pari livello, lasciando tutto il resto ovvero fino all’80%, al ricondizionamento dei mezzi antiquati prelevati dai depositi. (1)
Gli stessi grandi depositi siberiani sono stati svuotati dei mezzi migliori e ad oggi contengono in gran parte anticaglie degli anni ’60-70 riattabili solo dopo lunghi lavori e dalle problematiche capacità di sopravvivenza su un campo di battaglia moderno di fronte ad un avversario quantomeno simmetrico.
La classe ufficiali, in particolare quelli inferiori, reduce dalle esperienze nel Caucaso, Donbas e Siria è stata spazzata via ed i sostituti sono novellini appena usciti dalle accademie dopo corsi accelerati, spediti al fronte allo sbaraglio: e lo dimostra il trend di mortalità in aumento soprattutto tra i sottotenenti.
La stessa qualità del personale di truppa è mediamente scadente, largamente formata da riservisti di mezza età, galeotti reclutati nelle carceri e volontari attratti dalla paga, recuperati nelle fasce del disagio, integrati da una minoranza di veterani patriottardi, sovente teste calde, da mercenari raccattati qua e là spesso stranieri (indiani, nepalesi, africani) e da miliziani ceceni di pessima reputazione ed assai dubbie capacità.
Dunque, l’esercito russo che combatte oggi in Ucraina è totalmente diverso da quello pre-febbraio 2022 e non può rappresentare tecnicamente una minaccia, nello stato in cui si trova attualmente.
Tutto questo lo si deve alla resistenza ucraina che sta togliendo all’Occidente molte castagne dal fuoco, semplificando l’equazione di forza tra la Russia e la NATO in un clamoroso ribaltamento del “teorema Johnson”, che ora vede i “ragazzi ucraini” fare da sé ciò che i “ragazzi occidentali” non vogliono fare.

Ben diverso sarebbe stato il discorso, se nel febbraio 2022 l’Ucraina si fosse arresa quasi senza combattere (tranne per pochi reparti ultranazionalisti), come auspicato nei whishful thinking del Cremlino: in quel caso un esercito russo intatto, rafforzato da quello bielorusso e da quello ucraino “rieducato” e russificato, si sarebbe riaffacciato in piena potenza alle frontiere di una NATO in piena crisi esistenziale per lo shock ucraino.
A quel punto, magari durante il quadriennio di una nuova amministrazione USA non ostile il rischio di un conflitto tra la Russia ed una parte della NATO sarebbe stato elevatissimo, praticamente inevitabile nel giro di due o tre anni, vale a dire nel 2025 circa.
È dunque grazie alla palude ucraina che la Russia non è al momento classificabile come minaccia acuta nei confronti della NATO, bensì come minaccia cronica: vale a dire potenziale laddove l’accrescimento del fattore rischio dipenderà in larga misura dal tempo che impiegherà il regime russo a ricostruire le proprie forze armate riportandole ad un livello almeno pari a quello precedente l’invasione, nonché dal fatto che questo tempo potrà essere allungato oppure accorciato sulla base della risposta dei paesi NATO a riarmarsi a loro volta migliorando la propria capacità di deterrenza.

Economia di guerra
Da una certezza ad un’altra.
La Russia si sta ristrutturando per sostenere un conflitto a lungo termine con l’Occidente. Questo è un dato di fatto confermato dalla conversione progressiva del paese all’economia di guerra o meglio all’economia adattata ala guerra, con risorse crescenti destinate allo sforzo bellico pari a 110mld USD nel 2023 corrispondenti al 5,9% del PIL ed al 16% della spesa pubblica totale (2), ma ancora inferiori a quelle del 2024, stimate tra i 120 ed i 160mld USD: numeri che danno una dimensione alla caparbietà di Mosca nel voler sostenere la guerra, costata 211mld USD tra la primavera 2022 e la primavera 2024.
Rapportato ad una economia di seconda fascia come quella russa, si tratta di uno sforzo massiccio che dimostra come le priorità strategiche del regime siano il finanziamento della guerra rispetto ad ogni altra necessità del paese e la ricostruzione delle proprie forze armate, anche a costo di investire cifre considerevoli per attrarre volontari col miraggio del denaro, non potendo ancora dichiarare per ragioni politiche la mobilitazione generale: infatti in uno stato in cui uno stipendio medio mensile si aggira secondo Rosstat sui 750 USD (70.000 RUB), ne vengono offerti oltre 200.000 per un contratto militare di ferma volontaria, cui si aggiungono mix variabili di bonus alla firma erogati in parte dal governo centrale tramite il budget MoD ed in parte dai governi regionali ed autorità locali, tratti dai più diversi capitoli di spesa, sovente a scapito di attività sociali e necessità urgenti della gestione amministrativa ordinaria (viabilità, fognature, riscaldamento ecc.).
Per sostenere questo sforzo il regime ha dovuto imporre, nel 2024 tasse “patriottiche” una-tantum alle imprese (3) con cui sono stati racimolati circa 5mld USD.
Analogamente, è stata pesantemente ritoccata la tassa sugli utili d’impresa (dal 20 al 25%) mentre quella sul reddito delle persone fisiche è aumentata mediamente del 14% sui vari scaglioni, con un beneficio per l’erario nel 2023 di rispettivamente 89 e 6 mld USD.
Grazie anche a questa stretta fiscale è stato possibile per il regime aumentare gli effettivi dell’esercito che ad inizio 2024 aveva raggiunto i 470.000 uomini al fronte in Ucraina (4). Ricordiamo come l’invasione fosse stata iniziata con una forza di 190.000 uomini nel febbraio 2022, poi saliti a 360.000 ad inizio 2023 e quindi passati a 410.000 nel giugno successivo.
Tenendo conto delle perdite (circa 500.000 tra KIA, MIA e WIA non recuperabili), si tratta di uno sforzo notevole anche se lontano dall’obiettivo di 1,5m dichiarato da Shoigu, ottenuto senza formale mobilitazione generale, pur se con forzature e metodi che ne hanno di fatto imposta una surrettizia.
Il risultato è stato il ritorno ad un esercito di massa rispetto a quello di (assai relativa) qualità di inizio conflitto, paradossalmente più costoso a causa del costo dei volontari di guerra nettamente superiore a quello degli stipendi dei militari di firma erogati fino al 2022.
Notevole è stato anche lo sforzo per portare il comparto industriale alla produzione di guerra col risultato apparente di 1.500 MBT e 2.500 mezzi blindati (5) consegnati ai reparti nel 2023 al netto di strozzature ed impedimenti lungo la catena logistica: cifre notevoli ma che nascondono un problema importante.
Nello specifico, nel dicembre 2023 Shoigu diede l’annuncio di ben 1.530 carri consegnati quell’anno ai reparti, omettendo tuttavia di specificare che per almeno l’80%, ovvero fino a 1.180÷1.280 mezzi (6) si era trattato di vecchi mezzi recuperati dai depositi siberiani, in massima parte T72 rimessi in condizioni di funzionamento e portati allo standard B3 con qualche miglioria.
Tale valutazione, ricavata dal costante monitoraggio satellitare dei depositi di stoccaggio, progressivamente svuotati, consente quindi di estrapolare il numero della produzione ex-novo, vale a tra i 250 ed i 350 mezzi (1.530-1.180), attribuibili alla famiglie T90 ed in parte T80.
Anche in questo caso tuttavia occorre spacchettare il dato tra i T90M di effettiva nuova produzione ed i T90A convertiti allo standard M, che come previsto da un programma industriale risalente al 2019 tuttora in corso, prevedeva il rapporto di di 1:3 tra mezzi nuovi e mezzi convertiti. Ciò starebbe a significare una produzione ex-novo annua di 60÷80 T90M oltre ad una conversione di 180÷270 T90A.
Tali cifre corrispondono ai numeri estrapolati dalle effettive consegne ai reparti dei T90M nel periodo antecedente il febbraio 2022, che suggerivano un ritmo produttivo massimo di 40 mezzi/anno, poi aumentati a 60-70 dalla produzione accelerata di guerra nel 2023-24, con un picco potenziale ipotizzabile superiore a 90 nel 2025 quando l’industria dovrebbe raggiungere il massimo consentito dalle linee produttive attualmente in servizio ed in riattivazione.

Lo stesso ragionamento è applicabile anche ai mezzi blindati, i cui 2.500 esemplari consegnati ai reparti nel 2023 sono stati massicciamente attinti dai depositi di BMP-2, BTR-80, MTLB ed altre tipologie obsolete. Ad esempio nel caso del BMP-3, ovvero il più recente IFV in servizio, secondo una accurata analisi della Jamestown Foundation (7), nel 2023 ne sarebbero usciti 463 dalla fabbrica KMZ, dei quali tuttavia solo 200 di nuova produzione e per il resto di revisione e riparazione di mezzi danneggiati in Ucraina. Dal che se ne ricava un tasso di produzione annua insufficiente a coprire le perdite che attualmente (10/24) ammontano a 565 mezzi e comunque del tutto inadeguato alla progettata espansione dei ranghi, nonostante gli ampliamenti della KMZ in termini di forza lavoro e macchine utensili.
Da tutto ciò ne deriva il problema cui abbiamo accennato e cioè: ad avere consentito fino ad ora ai russi di coprire il tasso di perdite in Ucraina mantenendo più o meno invariato il numero dei carri e veicoli blindati al fronte non è stata la produzione ex-novo da fabbrica, bensì il ripristino di quelli prelevati dai depositi: che però sono in via di rapido esaurimento a partire dai mezzi migliori rigenerabili con un minore numero di ore-lavoro e di risorse materiali.
È ovvio che una volta esauriti i mezzi celermente riattivabili, rimarranno quelli via via più obsoleti ed in cattive condizioni per i quali occorreranno tempi-lavoro sempre più lunghi e risorse sempre maggiori, cannibalizzazione compresa: la quale porterà ad un ancora più veloce svuotamento dei depositi all’interno di una spirale negativa.
La conseguenza diretta di tutto ciò sarà una inevitabile diminuzione dei numeri consegnati ai reparti, inversamente proporzionale alle condizioni dei mezzi disponibili in stock ossia: più saranno obsoleti i carri recuperati dai depositi, minore sarà il numero di quelli consegnati ai reparti, fino ad arrivare alla diminuzione di quelli effettivamente schierati in Ucraina: una diminuzione che, come abbiamo visto, non può essere al momento compensata da produzioni ex-novo per via di limiti tecnici e strutturali su cui le sanzioni mordono in maniera significativa.
Ad esempio il T72b3, ovvero la versione più evoluta della famiglia, dipende dall’Occidente per alcune componenti importanti (ottiche in particolare): e per quanto sia stato finora possibile aggirare l’embargo con triangolazioni, scorte preesistenti o componentistica alternativa di bassa qualità, nazionale o cinese, il fabbisogno continua a rimanere superiore alle disponibilità. Il risultato sarà di dover rinunciare a certa componentistica e quindi a certe capacità operative, pagando lo scotto di fare scendere in campo mezzi migliorati sulla carta ma in realtà privi di elementi importanti per la sopravvivenza su un campo di battaglia estremamente usurante come quello ucraino.
Dobbiamo quindi aspettarci nel prossimo futuro una saturazione delle capacità di resilienza da parte del complesso militare-industriale russo?
La risposta, interlocutoria, è no. Mosca ha già dimostrato sia una notevole impermeabilità alle sanzioni finora (malamente) applicate, sia una capacità di assorbimento degli shock economici e militari, sia pure pagati a carissimo prezzo in termini di valore, sangue e mezzi e non vi sono segnali visibili di un cambiamento di attitudine in questo senso.
La presa del regime sulla società russa ed il controllo totale delle risorse strategiche interne costituiscono un eccellente paracadute, come nel caso dell’industria militare che appartenendo interamente allo Stato ha potuto riconvertirsi all’economia di guerra sulla base di un semplice decreto presidenziale, bypassando quelle obiezioni politiche ed economiche imprescindibili invece in regime di libero mercato: ragione per la quale l’industria militare russa continuerà senza dubbio a perseguire, all’interno di una bolla drogata dalla guerra, il duplice obiettivo di ripianare le perdite in Ucraina e di espandere la macchina militare, sia pure su livelli rozzamente quantitativi e sempre meno qualitativi in quella che si è oramai delineata come una guerra di resistenza ed usura.
Ne consegue che non sarà dal comparto militare-industriale, bensì da altre variabili, che potrebbe partire il collasso del sistema russo.

Conclusione
Ci siamo soffermati a lungo sugli MBT perché è un problema che la Russia sta già affrontando ed affronterà in misura sempre maggiore nei prossimi mesi nonostante la conversione in economia di guerra del comparto produttivo, il cui apice dovrebbe essere raggiunto nel 2025-26.
La capacità di sostenere la guerra in Ucraina e relative perdite ed allo stesso tempo aumentare (pur senza migliorare) le dimensioni dell’apparato militare russo come anticipato da Shoigu nel 2023 rappresentano due dei (numerosi) termini di una complicata equazione, cui il sistema-Russia sarà chiamato a rispondere nei prossimi 3÷5÷7 anni ed il cui risultato risponderà alla domanda di apertura: quanto tempo ci resta prima che la Russia torni a rappresentare una minaccia realistica verso l’Occidente e la NATO?
Perché di una cosa si può oramai stare certi: a prescindere dai tempi più o meno lunghi che a loro volta dipendono dai valori impostati nell’equazione generale, lo scontro finale tra Russia e NATO non è più una questione di se, bensì brutalmente di come e dovea avverrà in un futuro da definire.
Note
(1) Jack Watling e Nick Reynolds, Russian Military Objectives and Capacity in Ukraine Through 2024. RUSI 13 febbraio 2024.
(2) Global military spending surges amid war, rising tensions and insecurity. SIPRI,
22 aprile 2024.
(3) Ekaterina Kurbangaleeva. Russia Turns to Tax Hikes, Other Measures to Fund Its War. Carnegie Endowment for International Peace, 7 giugno 2024.
(4) Watling, Reynolds, Op.Cit.
(5) Ibid.
(6) Michael Gjerstad. Russian T-90M production: less than meets the eye. IISS, 11 giugno 2024.
(7) Pavel Luzin, Russia’s Kurganmashzavod Factory Data Shows the Limits of BMP-3 Production Rates. Eurasia Daily Monitor Volume 21 Issue 110, 22 luglio 2024.
InOltre è completamente gratuito ed è il frutto della competenza e della passione di molte persone che lavorano senza fini di lucro. Se desiderate contribuire con un piccolo supporto, potete farlo cliccando sui pulsanti che vedete, scegliendo l’opzione che più preferite. Le donazioni verranno utilizzate per i costi di mantenimento del sito e per altre attività editoriali.


Scopri di più da InOltre
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Il mio timore è che, nei prossimi 2-3 anni, vuoi per la crisi socio-economica che potrebbe derivare dalla War Economy, vuoi l’incapacità dell’industria bellica russa nel garantire i volumi richiesti e dalla guerra e dalla crescita delle forze armate, la Russia possa diventare dipendente/succube delle forniture di ciccioKim ma soprattutto del pandaGigiping e quindi un proxy cinese!! La tocco piano….