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Introduzione
Nell’equazione generale, che si va delineando dopo due anni e mezzo di guerra in Ucraina, lo scontro finale tra Russia e NATO non è più una questione di se, bensì brutalmente di come e dove avverrà in un futuro da definire.
Così si chiudeva l’articolo precedente, nel quale avevamo provato a tracciare i termini di una rinnovata minaccia russa all’Occidente nel quadro più generale dell’invasione dell’Ucraina e relative conseguenze sull’efficienza della macchina militare di Mosca.
Proviamo ora ad andare più a fondo relativamente ai tempi di concretizzazione della minaccia, che a seconda dei punti di vista avrà un periodo di latenza più o meno lungo.

Quale tipo di minaccia?
Partiamo innanzitutto dal concetto di “minaccia”, che non deve intendersi necessariamente solo come una invasione su vasta scala su modello ucraino di qualche parte del territorio NATO, bensì come un insieme di azioni aggressive intese ad assicurare alla Russia un vantaggio strategico tale da cambiare in modo (semi) permanente la postura geopolitica tra est ed ovest e delle quali la componente strettamente bellica può essere più o meno decisiva. Parliamo ad esempio di uno sfaldamento anche parziale della NATO ottenuto con metodi non militari, oppure di un ritiro degli USA dal continente europeo che ne depotenzi la deterrenza rendendo l’Art. 5 inefficace e quindi di fatto non applicabile. Oppure di una perdurante crisi sistemica che sfinisca l’Europa rendendola incapace di resistere alle pressioni ed alle lusinghe di Mosca.
Tre esempi per tre scenari possibili se non plausibili, in cui la forza militare da parte del Cremlino può anche non essere esercitata cineticamente bensì inserita all’interno di un quadro più complesso di intimidazioni, pressioni e lusinghe variamente orientate a seconda delle situazioni contingenti.
La minaccia è dunque l’esercizio di un potere ostile mutevole ed adattabile alle circostanze, nelle quali quella militare è solo una delle opzioni disponibili.
In questi termini e tenendo conto del fatto che Mosca si considera in uno stato di conflitto esistenziale con l’Occidente (pur se non ancora degenerato in guerra aperta), si arriva facilmente alla conclusione che questo tipo di minaccia sia già realtà di oggi: ovvero, ribaltando la prospettiva, l’Occidente si trova attualmente in uno stato di guerra non cinetica con la Russia, salvo il fatto che nelle capitali occidentali, a differenza di Mosca, questa realtà oggettiva non viene ancora accettata.
Da questa realtà ne deriva la ragionevole certezza di un prossimo futuro in cui ci ritroveremo ad assistere al moltiplicarsi delle attività ostili di Mosca contro l’Occidente, che potranno assumere varie forme più o meno intrusive, fino a sfiorare lo scontro diretto, pur rimanendo sotto la soglia: il tutto in preparazione alla resa dei conti finale che potrà avvenire nel momento in cui, secondo Mosca, dovessero realizzarsi le condizioni geopolitiche più favorevoli per sé, ovvero di maggiore vulnerabilità per la NATO senza che queste coincidano necessariamente con la massima preparazione militare da parte russa.
In altre parole sarebbe un errore ritenere che Mosca debba per forza attendere di aver completare la propria ricostruzione militare prima di avventurarsi in un’azione diretta contro l’Occidente, ma c’è da aspettarsi che scelga invece di cogliere eventuali occasioni favorevoli che dovessero presentarsi prima di avere rimesso completamente a punto la propria macchina bellica.
Soffermarsi sulle sole tabelle statistiche e sui ritmi di produzione delle fabbriche russe potrebbe rivelarsi quindi un grave errore da parte di un Occidente persuaso di avere tempi che invece non ha.

Senso di urgenza
A proposito dei tempi le valutazioni divergono (1): dagli 8-10 anni previsti da analisti USA ad inizio 2023 fino ai 2-4 indicati come sufficienti da fonti polacche ed estoni. Più ampia, tra i 6 e i 10 anni la finestra stimata nel novembre 2023 dal think-tank tedesco DGAP (2), mentre Zelensky, esattamente un anno fa, è arrivato ad ipotizzare il 2028, qualora il fronte ucraino venisse congelato attraverso un accordo di sospensione delle ostilità, dando così a Mosca la possibilità di concentrare tutti i suoi sforzi sulla ricostruzione, senza più avere il problema delle perdite (3).
Al di là delle (relative) differenze sui tempi, due sono i punti di concordanza tra le varie teorie, vale a dire 1) la determinazione del Cremlino nel voler perseguire i propri obiettivi strategici a qualsiasi costo e 2) che sarà la Russia a scegliere il momento ed il luogo sulla base delle proprie valutazioni.
ll primo punto è quasi una certezza, ossia il ritorno della Russia allo status ed alle frontiere imperial-sovietiche: quindi con la riannessione (de facto, de jure o comunque la si voglia intendere) degli stati distaccatisi dall’URSS nel 1991, oltre al ripristino di una sfera di influenza sull’Europa orientale o almeno di una fascia-cuscinetto neutrale, che implicherebbe l’uscita dalla NATO dei paesi ex-Patto di Varsavia.
Lungo questa linea si muove dichiaratamente la leadership russa che ha un punto di forza (e contemporaneamente di debolezza) nella struttura autoritaria del potere, che le conferisce rapidità decisionale ed imprevedibilità non concepibili nelle democrazie. Decisioni di estrema gravità possono infatti essere prese da Putin praticamente senza contraddittorio (si ricordi l’umiliazione di Naryshkin del 22/2/22) ed anche sulla base dei suoi personalissimi umori e percezioni, indipendentemente dalla realtà dei fatti. Ad esempio, la consapevolezza del tempo che passa e dell’età che avanza e la fretta di lasciare la propria impronta nella Storia, potrebbero indurlo ad anticipare forzatamente la data della resa dei conti con l’Occidente, come in parte avvenuto per l’invasione dell’Ucraina, ispirata da valutazioni distorte, poi rivelatesi decisamente fallaci.
Sotto questo punto di vista, l’autocrazia russa è chiaramente in vantaggio su un Occidente politicamente ondivago e psicologicamente più debole, anche a causa di una opinione pubblica in larga parte corrotta dal proprio stesso benessere e quindi maldisposta verso ogni sacrificio.

Il secondo punto dipenderà molto dalla cosiddetta “correlazione delle forze”, che è uno dei paradigmi del pensiero militare russo fin dai tempi di Stalin, vale a dire un approccio integrale all’elaborazione di una strategia, inclusivo di una molteplicità di fattori non solo militari: quindi politici, economici, sociali e così via, ciascuno dei quali in grado di apportare elementi capaci di influenzare l’elaborazione della strategia medesima fino alla sua realizzazione finale.
Questo particolare approccio, che potremmo definire olistico o multidominio per usare un termine più attuale, è stato ad esempio alla base della elaborazione di quella che in Occidente è stata definita “guerra ibrida” e di cui abbiamo parlato in altre occasioni (si veda qui e qui).
Dunque, il quando ed il dove saranno strettamente legati ad una combinazione di fattori ritenuta circostanzialmente favorevole dai decisori del Cremlino, ovvero tale da dare a Mosca l’opportunità di colpire con vantaggiose prospettive di successo basate su valutazioni opportunistiche.
Da ciò deriva una scelta dei tempi da parte di Mosca che potrebbe discostarsi anche notevolmente dalle stime occidentali basate perlopiù sui dati quantitativi dell’esercito russo, nonché tale da offrire alla Russia una sorta di “sorpresa strategica” verso un Occidente impreparato.
Sarà quindi importante nel prossimo futuro tenere conto non solo dei meri dati industriali, ma di ogni possibile elemento che, in un contesto di correlazione delle forze, possa portare vantaggio a Mosca, compresa l’intensificarsi della propaganda e della disinformazione, le interferenze elettorali, l’attuazione di azioni dirette e di attività diplomatiche, l’aprirsi nuovi focolai di crisi, la recrudescenza di episodi terroristici e di scontri sociali interni all’Occidente, l’insorgere di fattori economici ed ovviamente politici in particolare legati ai mutamenti nello schieramento occidentale, a partire dalle prossime elezioni USA.
Dalla correlazione di tutti questi elementi, comparati col prevedibile trend di crescita dell’esercito russo e con quello di (im)preparazione degli eserciti NATO, si potranno avere indicazioni su una possibile finestra temporale di rischio, che sarà tanto più stretta quanto più lenti ed esitanti appariranno i programmi di riarmo della NATO da qui al prossimo futuro.
Esiste quindi un senso di urgenza del tutto dipendente dalla volontà politica delle leadership occidentali, sempre troppo restie a riconoscere la minaccia russa e sempre troppo propense a dilatare i tempi di risposta: una realtà di cui Mosca è pienamente consapevole e che potrebbe indurla a ridurre al minimo la fase preparatoria di una aggressione ad esempio contro gli stati baltici, in modo da cogliere la NATO nel suo momento di massima vulnerabilità, che è quello attuale esteso all’immediato futuro: vale a dire questa fase in cui la NATO non ha ancora realizzato programmi di riarmo e di riassetto industriale, mentre invece la Russia si trova in piena conversione ad economia di guerra, con apice raggiungibile nel 2025-26 e concreta possibilità di predisporre, su un fronte limitato ma politicamente essenziale come quello baltico, forze adeguate in gran parte recuperate dalle scorte ex-sovietiche: materiale certamente obsoleto, ma che accumulato in grandi quantità dinanzi ad un nemico impreparato ed incerto, finisce per diventare esso stesso qualità, come nei casi di Bakhmut e Avdiivka in cui la massa ha potuto fare la differenza nonostante, in quel caso, una risoluta resistenza di truppe rodate da due anni di guerra.
Potrebbe essere quella, insomma la prima opportunità per Mosca di sparigliare le carte sul fronte baltico, contando sulla non-reazione di una parte dei membri NATO e sulla lenta risposta di tutti gli altri.

Conclusioni
A meno che non subisca una disfatta in Ucraina o che il suo sistema collassi sotto il peso combinato dello sforzo (militare, economico e sociale), la Russia nei prossimi anni rappresenterà una minaccia esistenziale per il mondo libero tanto più grave quanto sarà maggiore la sottovalutazione da parte delle leadership occidentali.
La Russia attualmente non è in grado di combattere una guerra su due fronti, quello ucraino e quello NATO, ragione per cui deve prima risolvere o almeno congelare (e per “congelare” si intende anche una guerra prolungata a bassa intensità tendenzialmente di posizione) la questione ucraina, in modo da poter spostare e concentrare risorse nei settori baltico e bielorusso, ovvero laddove si giocherà presumibilmente la partita decisiva con la NATO.
Mosca è in grado però di attivare tutta una serie di operazioni sotto la soglia mirate alla destabilizzazione politica, militare, sociale ed economica dell’Occidente e propedeutiche allo scontro finale con la NATO nel momento in cui avverrà. Il tutto mentre perfeziona la conversione del paese all’economia di guerra, con priorità assoluta alle esigenze delle forze armate in modo da (ri)creare una massa critica da contrapporre alla qualità NATO: processo che ha già dato risultati nella fabbricazione di munizioni e nell’hardware da battaglia (MBT, IFV, artiglierie) sia pure rigenerato dai depositi.
L’Europa in compenso si trova ancora nella fase di definizione dei programmi di riarmo, che per loro natura di eccellenza tecnologica impiegheranno anni (a prescindere dalla disponibilità di finanziamenti) per entrare nella fase di industrializzazione e consegna ai reparti: tempo che potrebbe semplicemente venire a mancare con brevissimo preavviso.
Sta dunque alla NATO in quanto alleanza ed all’Europa nel suo rapporto con gli USA, passare dalla semplice fase di deterrenza passiva a quella di resilienza attiva avviando una serie di riforme e misure di rafforzamento rapido, a partire da un profondo cambio di mentalità, in grado almeno di trasmettere un segnale politico utile a guadagnare tempo.
Qualcosa a livello organizzativo NATO sta già cambiando, mentre un esempio di resilienza, anzi di opposizione attiva viene dalla Polonia e dal suo massiccio programma di riarmo.
Il tempo nella clessidra scorre veloce e Mosca di certo ne saprà fare buon uso. All’Occidente spetta pertanto il dovere di rispondere con la propria superiorità economica, finanziaria e tecnologica, sfidando la Russia sul suo stesso terreno, per farla desistere dai suoi disegni aggressivi e possibilmente farla collassare nello sforzo come già avvenuto in un passato vicino.

(1) https://news.err.ee/1609183456/polish-security-chief-nato-eastern-flank-states-have-3-years-to-prepare-for-russia-attack
(2) https://dgap.org/en/research/publications/preventing-next-war-edina-iii
(3) https://www.pravda.com.ua/eng/news/2023/10/5/7422780/index.amp
La prima parte di questo studio è leggibile qui
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Ottima analisi