3 pensieri su “La Messa Palestinese: sincretismo e sostituzione del sacro

  1. è davvero un articolo interessante. E in fondo la fascinazione cattolica per la causa palestinese ha radici antiche. Come un tempo Gesù fu messo a morte dai «perfidi giudei», così oggi sono i giudei israeliani a crocifiggere il popolo palestinese. Cristo è un martire palestinese, Netanyahu il nuovo Caifa. In fondo non era già stato adagiato nel presepe avvolto nella kefya? Non serve nemmeno forzare la lettura per riconoscere l’eterno antisemitismo cristiano-cattolico: il passaggio da deicidio a genocidio, con i medesimi colpevoli. E questa non sarebbe che l’ennesima banalizzazione se non ci fosse in gioco qualcosa di molto più profondo, e più sinistro. Perché tutto questo avviene durante la messa, e la messa è il rito centrale della liturgia cattolica: lì si compie il mistero della fede, la riattualizzazione della passione, morte e risurrezione di Cristo. È l’anamnesi del sacrificio del Figlio di Dio che per i credenti cristiani si rende presente sacramentalmente — non simbolicamente — sull’altare. Ogni gesto, ogni parola, ogni colore della liturgia ha un senso preciso, orientato a quel mistero. Per questo l’uso di una casula con i colori della bandiera palestinese durante la celebrazione del Corpus Domini non è solo inopportuno ma introduce all’interno della liturgia cattolica una scena ideologica, un teatro di militanza, dove il dramma della Croce viene piegato a una narrazione pericolosa. Lo strappo è doppio: da una parte si spoglia definitivamente Gesù della sua identità ebraica e lo si riveste di una nuova appartenenza. Dall’altra, si trasforma l’ebreo di oggi — l’israeliano — nella caricatura eterna del carnefice. Ripenso allo sguardo mite del crocefisso morto nella “Crocifissione bianca” di Chagall. Lì il crocefisso è un ebreo. Sembra un fatto ovvio, eppure non lo è più. Lì Gesù crocifisso ha il tradizionale scialle di preghiera a coprirgli i fianchi, sul capo non ha la corona di spine ma un drappo. Una menorah ai suoi piedi non ha sette bracci ma sei, perché uno si è spento per sempre. Non è la sofferenza di ogni essere umano, come la vulgata giubilare ha necessità di spiegare, ma la rappresentazione di un singolo popolo, che ha subito persecuzioni, pogrom e violenze – fino al tentativo terribile di annientarlo definitivamente – da quando quel povero ebreo sulla croce, suo malgrado, è morto. Da quando quella storia, da storia interna all’ebraismo, si è trasformata in altro. Il mite ebreo crocifisso di Chagall è l’antitesi del bambinello che Papa Francesco nel presepe di santa Marta ha voluto adagiare sulla kefiah, è l’antitesi di questo prete italiano avvolto in una casula con i colori della Palestina. Un Gesù palestinese, e la de-ebraicizzazione è compiuta.

Rispondi

InOltre App

GRATIS
VISUALIZZA