
La memoria del giglio (Rizzoli) di Alessandra Libutti è un romanzo corale che attraversa quattro generazioni di donne, intrecciando memoria e identità, amore e colpa, attraverso un secolo di Storia dell’Italia. Una saga familiare sul potere delle radici. Un viaggio nella memoria che diventa ricerca di sé.

Proponiamo un brano tratto dalla prima parte del romanzo:
Un giorno (Barberina) si presentò dal babbo nel suo studio e gli disse: «Voglio diventare maestra. Mi occorre il suo permesso per ottenere il diploma».
Stordito da tanta sfrontatezza, il babbo aveva alzato lo sguardo e aggrottato la fronte come se non fosse sicuro di avere compreso la domanda. Il pennino ancora in mano, sospeso a metà parola, già gocciolava inchiostro sul foglio.
Aveva atteso qualche istante per mettere da parte l’irritazione. Era abituato alla mia insolenza, ma le mie ribellioni erano solo scintille; quello che aveva davanti invece era un fuoco che ardeva. Barberina non gli aveva rivolto alcuna domanda, ecco perché non capiva. E lui cercava un punto interrogativo senza trovarlo. Depose il pennino nel calamaio: «voglio» invece che «vorrei», «mi occorre» invece che «desidererei». Inconcepibile. Il conte Lodovico era stato messo davanti a uno stato di fatto, come se quello che la figlia gli stava chiedendo fosse una pura formalità, un documento già redatto a cui bastava apporre in calce la sua firma.
«Potrai insegnare ai tuoi figli quando ne avrai» le rispose sbrigativamente. «Non hai bisogno di diplomi. Insegni già a leggere e a scrivere alla nostra servitù e ai figli dei contadini; è un gesto lodevole da parte tua. Dovrebbe bastarti.»
«No, babbo, mi perdoni se la contraddico» intervenne Babà, «ma ritengo mio dovere farlo con tutti. L’ignoranza è una schiavitù dello spirito e la cultura non può essere il privilegio di pochi.»
Colto nel vivo nel sentirsi ribattere ciò che aveva sempre professato, il babbo aveva aggrottato la fronte. «Le figlie di un conte non lavorano.»
Con quel tono perentorio risalì sul piedistallo dal quale era stato spodestato. Poi, con un gesto della mano le fece cenno di allontanarsi, intendendo che la conversazione era chiusa, riprese il pennino e ricominciò a scrivere.
Babà non aveva intenzione di cedere, e rimase davanti a lui con un atteggiamento compunto e lo sguardo serio.
«Babbo, perché mi allontana? Proprio lei che mi ha insegnato che la giustizia sociale parte dall’alfabetizzazione. Proprio lei che mi ha fatto leggere Rousseau? O è forse che ritiene sia una cosa giusta solo se fatta da altri, soprattutto se uomini?»
Il babbo si fermò di nuovo.
Stava per controbattere ma gli mancavano le parole: qualsiasi argomento rischiava di naufragare nella contraddizione. Come rispondere? Mostrando intransigenza, forse? Ma per noi figlie non ne aveva. Fu in quel momento, e nel silenzio che era seguito, mentre Barberina attendeva, che toccò con mano la piaga di quella questione: la spaccatura profonda tra il suo personale anelito alla libertà e la cultura che lo aveva formato. Con il primo aveva cresciuto noi, le donne del futuro: ci aveva modellate attraverso una vicinanza affettiva e intellettiva e ci aveva aperto le porte dell’avvenire. Come poteva ora sbattercele in faccia?
Inquieto, si dibatteva alla ricerca di una posizione che, senza svilire il liberale, salvasse il conte.
A un tratto dovette tornargli in mente che, contro ogni buon costume vigente, non aveva sposato una sua pari bensì la figlia di una sarta e di un locandiere. Certo, all’epoca c’era stato chi aveva fatto commenti in famiglia; c’erano state le pettegole ai mercati, e anche chi – per qualche tempo – era stato riluttante a invitarli ai balli. Ma ora, quasi vent’anni dopo, chi se ne ricordava più? La sua decisione aveva costretto tutti all’accettazione e dimostrato che i costumi potevano essere cambiati. Allora, secondo questo pensiero, avrebbe dovuto mettere da parte il decoro con Barberina… Però, mentre era quasi lì lì per aprire bocca, a un tratto si rese conto delle conseguenze: sua figlia avrebbe potuto ottenere un posto di lavoro lontano, partire e – cosa ancora più inaudita – andare a vivere da sola senza essere sposata! E come se non bastasse, con il proprio stipendio sarebbe stata indipendente; una donna libera, una cosa contro la morale! Cosa avrebbe detto la gente? che il conte aveva lasciato libera la figlia di andare a vivere come una sgualdrina? Che ne sarebbe stato dell’onore?
«Ti lascerò studiare a condizione che» sancì infine «quando terminerai gli studi, metterai il diploma in un cassetto e non lo userai fintanto che sarò vivo.»

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Prossimo acquisto che certamente sarà una godibile lettura!!
Magnifico, lo comprerò, grazie
Grazie! Spero le piacerà.
Ok, mi avete convinta: l’ho scaricato.
Buona lettura.