

La crisi diplomatica innescata dal richiamo agli “eroi dell’UPA” ha riaperto le ferite storiche tra Polonia e Ucraina. Ma la dottrina Giedroyc e l’eredità di Giovanni Paolo II indicano ancora una via: riconoscere i crimini senza trasformare la memoria in un’arma al servizio delle divisioni interne e della propaganda russa. Prima parte di due.
Il 16 luglio scorso, nel centro di Kyiv e in almeno altre otto città ucraine, migliaia di persone sono scese in strada con cartelli di cartone scritti a mano. Protestavano contro la rimozione del ministro della Difesa Mychajlo Fedorov, l’uomo che aveva legato il proprio nome all’innovazione militare e allo sviluppo dei droni. Erano soprattutto giovani, veterani, gente del settore tecnologico. Un anno prima, quasi negli stessi giorni, le stesse piazze si erano riempite per difendere gli organi anticorruzione dalle ingerenze del potere politico.
Vale la pena soffermarsi su questa immagine, perché smentisce una convinzione diffusa in una parte del dibattito europeo. L’Ucraina in guerra non è un blocco monolitico che esegue le decisioni del proprio presidente. È una società che discute, contesta e talvolta costringe il governo a tornare sui propri passi, mentre le bombe russe cadono sulle sue città. Nello stesso rimpasto contestato dalle piazze è uscito di scena anche il ministro degli Esteri Andrij Sybiha, protagonista appena un mese prima di uno scontro diplomatico con Varsavia di cui conviene ora ricostruire l’origine.
Abbiamo cominciato a lavorare a questo articolo quando quello scontro era ancora aperto e nessuno sapeva dove sarebbe andato a finire. Gli sviluppi delle ultime due settimane, che raccontiamo più avanti, ci dicono che il momento per pubblicarlo è arrivato. Ma facciamo un passo indietro.
Come si è arrivati alla rottura
Il 26 maggio 2026, con il decreto numero 440, Volodymyr Zelensky assegna al Centro operazioni speciali “Pivnich” il nome onorifico “degli Eroi dell’UPA”, motivando la scelta con il ripristino delle tradizioni storiche dell’esercito nazionale. L’UPA, l’Esercito insurrezionale ucraino, combatté l’Armata Rossa e, in alcune fasi, i tedeschi. In Volinia e nella Galizia orientale, però, fra il 1943 e il 1945 fu responsabile dell’uccisione di decine di migliaia di civili polacchi.
La reazione di Varsavia è immediata. Il ministero degli Esteri convoca l’ambasciatore ucraino Wasyl Bodnar; il portavoce Maciej Wewiór parla di una decisione che ferisce la memoria delle vittime e offre argomenti alla propaganda russa.
Il 19 giugno il presidente polacco Karol Nawrocki, in qualità di Gran Maestro dell’Ordine dell’Aquila Bianca, revoca la relativa onorificenza a Zelensky. Il giorno dopo, il presidente ucraino rispedisce la medaglia a Varsavia servendosi di Nova Post, il maggiore operatore privato di spedizioni ucraino, e pubblica sui social le fotografie del pacco. Osserva che, se quel simbolo può restare a Caterina II, a Mussolini e a Gerhard Schröder, l’Ucraina non intende litigare oltre. La forma scelta fa discutere in Polonia quanto la sostanza: lo storico Antoni Dudek la definisce una dimostrazione e l’esperto di cerimoniale diplomatico Janusz Sibora un’umiliazione aggiuntiva, osservando che il rispetto per le insegne di un ordine avrebbe richiesto tutt’altra procedura.
Ne segue una reazione a catena. Sybiha rinuncia alla propria croce di commendatore dell’Ordine al merito polacco, come il capo dell’ufficio presidenziale Kyrylo Budanov, il suo vice Ihor Zhovkva e l’ambasciatore Bodnar. Tre ex presidenti ucraini, Leonid Kuchma, Viktor Jushchenko e Petro Poroshenko, restituiscono la loro Aquila Bianca.
Il gesto polacco ha un peso che va misurato. L’Ordine è la decorazione più antica del Paese, conferita da oltre tre secoli, e in tutta la sua storia era stato tolto una sola volta, a Wincenty Witos nel 1932, per effetto della condanna nel processo di Brzesc, con cui il regime della sanacja colpì i propri oppositori. Neppure quel ritiro fu definitivo, perché Witos riebbe l’onorificenza nel 1939. La revoca a Zelensky è dunque la seconda nella storia dell’Ordine e la prima decisa in via politica, senza il tramite di una sentenza.
Un regalo involontario per Mosca
Su un punto polacchi e ucraini concordano, sia pure attribuendone la colpa gli uni agli altri. La frattura conviene al Cremlino. Lo conferma la prontezza con cui Dmitrij Medvedev sfrutta l’occasione per irridere Zelensky. Budanov parla di regalo a Mosca e la stessa formula torna in bocca al ministro degli Esteri polacco Radoslaw Sikorski, che, pur giudicando inopportuno il decreto ucraino, definisce sproporzionata la reazione del proprio presidente, notando quanto sia stata accolta con favore in Russia.
Che il terreno sia fertile per la manipolazione lo dimostra un episodio minore e istruttivo. Nei giorni successivi alla restituzione dell’onorificenza circola in rete la voce che Zelensky abbia spedito la medaglia addebitandone il costo al destinatario, un dettaglio studiato per trasformare un gesto polemico in uno sfregio. La redazione polacca di fact-checking Demagog lo smonta, mostrando che sulla bolla di spedizione, fotografata dallo stesso presidente ucraino, il pagamento risulta a carico del mittente.
La disputa storica fra Varsavia e Kyiv è, del resto, uno dei terreni su cui la disinformazione russa investe da anni, per una ragione evidente. Senza il corridoio logistico polacco, il sostegno militare occidentale all’Ucraina diventerebbe un problema di soluzione assai più complicata. Ogni esibizione di rancore fra i due Paesi lavora in quella direzione.
Il dato interessante è che, arrivate sull’orlo del precipizio, entrambe le capitali abbiano ripreso in mano un linguaggio che non hanno dovuto inventare, perché la loro storia lo aveva già codificato decenni prima.
Una pace non scontata: la dottrina Giedroyc
Conviene ricordare che la riconciliazione polacco-ucraina degli anni Novanta non fu un esito naturale. Fu una costruzione politica deliberata e la guida migliore per capirlo resta Timothy Snyder, che in The Reconstruction of Nations le ha dedicato la parte conclusiva del suo lavoro.
La Polonia che usciva dal comunismo avrebbe potuto rivendicare le città perdute a est, Lviv e Vilnius, che i polacchi chiamavano Lwów e Wilno, e coltivare il risentimento per i massacri. Scelse l’opposto, sulla scorta di una dottrina elaborata per decenni nell’emigrazione parigina attorno alla rivista Kultura di Jerzy Giedroyc e Juliusz Mieroszewski. L’idea era tanto semplice quanto controcorrente: lo Stato polacco doveva accettare i confini ereditati, rinunciando a ogni pretesa su quelle città, e sostenere senza riserve l’indipendenza di Ucraina, Lituania e Bielorussia.
Il ragionamento non era sentimentale. Giedroyc e Mieroszewski avevano capito che la contesa polacco-ucraina sulle terre di confine era precisamente ciò di cui Mosca aveva bisogno per tenere entrambi i popoli sotto scacco. Rinunciare alle rivendicazioni significava togliere all’impero il suo strumento più efficace. Adottata dai governi di Varsavia dopo il 1989, fu quella linea a rendere possibile la pace fra i due popoli e, trent’anni più tardi, a garantire il sostegno polacco a Kyiv sotto attacco. È la stessa logica che oggi i falchi della memoria, da una parte e dall’altra, rischiano di smontare.
L’appello di Giovanni Paolo II
Alla costruzione politica se ne affiancò una morale e qui la figura decisiva fu Karol Wojtyla, che vi portò un’autorità inaccessibile a qualunque politico. Da giovane vescovo aveva firmato, nel 1965, la lettera dei vescovi polacchi a quelli tedeschi con la formula che divenne celebre: “perdoniamo e chiediamo perdono”. Da papa cercò di spostare verso est quel modello di riconciliazione, già sperimentato nei rapporti fra polacchi e tedeschi.
Il passaggio più alto fu il pellegrinaggio in Ucraina del 2001. Il 26 giugno, all’ippodromo di Lviv, città-simbolo delle terre contese, Giovanni Paolo II riconobbe pubblicamente le infedeltà evangeliche in cui erano incorsi cristiani di radice sia polacca sia ucraina e disse che era tempo di prendere le distanze dal doloroso passato. Poi pronunciò la frase destinata a diventare il perno di tutto il discorso successivo: la “purificazione della memoria storica” doveva disporre tutti a “far prevalere quanto unisce su quanto divide”. Nello stesso viaggio, il cardinale greco-cattolico Lubomyr Huzar chiese perdono per il male compiuto da figli della sua Chiesa verso i connazionali e verso altri popoli.
Quelle parole non restarono confinate nell’ambito religioso. Quindici anni dopo sarebbero state citate nella risoluzione con cui il Sejm, la camera bassa del parlamento polacco, qualificò nel 2016 come genocidio i crimini dell’OUN-UPA, istituendo l’11 luglio come giornata nazionale del ricordo. Nel luglio del 2003, per il sessantesimo anniversario della strage, il papa era già tornato sul tema con un messaggio ai cardinali Glemp, Jaworski e Huzar, scrivendo che l’oscura opera del male aveva avvelenato i cuori e chiedendo ai due popoli di non restare prigionieri dei ricordi dolorosi.
L’eredità è proseguita dopo la morte di Wojtyla. Nell’ottobre del 2017, celebrando la liturgia presso la tomba del papa polacco in San Pietro, l’arcivescovo maggiore Sviatoslav Shevchuk, primate della Chiesa greco-cattolica ucraina, lo ha proclamato patrono della riconciliazione fra i due popoli, spiegando che quel processo è anzitutto spirituale e richiede di sapersi collocare al di sopra degli egoismi personali e nazionali. Due anni più tardi, il 27 agosto 2019, a Jasna Góra, lo stesso Shevchuk e l’arcivescovo Stanis?aw Gadecki, presidente della Conferenza episcopale polacca, hanno firmato la dichiarazione “Nell’amore e nella verità”, auspicando che le due Chiese potessero proclamarlo congiuntamente patrono con il consenso della Santa Sede; l’assemblea plenaria dei vescovi polacchi ha sostenuto all’unanimità la richiesta a papa Francesco nell’ottobre successivo.
La linea è continuata negli anni recenti. Nel 2023, per l’ottantesimo anniversario, Gadecki e Shevchuk hanno firmato un messaggio congiunto e compiuto un pellegrinaggio in Volinia, insistendo sul diritto delle vittime a essere identificate e sepolte con dignità. Nel giugno del 2025, Shevchuk, parlando al Sejm, ha ripetuto la formula del perdono reciproco e ha definito il papa polacco la chiave per comprendere i rapporti fra i due popoli.
La formula ritrovata: Tusk e Sikorski
Nel pieno della crisi, quelle stesse parole sono tornate in circolazione per iniziativa dei due uomini che guidano la politica estera polacca.
Il 22 giugno 2026, tre giorni dopo la revoca dell’onorificenza e nel venticinquesimo anniversario del pellegrinaggio a Lviv, Donald Tusk ha pubblicato su X un passaggio dell’omelia pronunciata da Giovanni Paolo II in quella città nel 2001. Non si tratta di un gesto isolato. Il premier era già intervenuto più volte sulla vicenda, definendo l’avvitamento dello scontro un errore strategico per entrambi i Paesi e richiamando la vecchia massima secondo cui, in politica, un errore pesa più di un delitto. L’espressione, che la tradizione fa risalire ai commenti sull’esecuzione del duca d’Enghien voluta da Napoleone, dice una cosa precisa: una colpa morale può essere perdonata o assorbita, mentre un errore di calcolo produce danni che nessuno riesce più a riparare.
Alla conferenza per la ricostruzione dell’Ucraina, ospitata a Danzica alla fine di giugno, Tusk aveva legato il destino europeo di Kyiv alla capacità di fare i conti con la propria storia, osservando, nel Centro europeo della solidarietà, che la condizione dell’unità del continente è sempre stata la riconciliazione.
Il 13 luglio è toccato a Sikorski rilanciare la stessa citazione in un altro post su X, questa volta in polacco e in ucraino. Il ministro degli Esteri difendeva il proprio incaricato d’affari a Kyiv, Piotr Lukasiewicz, finito sotto attacco per il discorso pronunciato a Olyka nell’ottantatreesimo anniversario della domenica di sangue, il giorno in cui i massacri raggiunsero il culmine. L’11 luglio 1943 cadeva di domenica e, fra quel giorno e il successivo, i reparti dell’UPA attaccarono in modo coordinato 167 località, approfittando del fatto che i polacchi fossero radunati nelle chiese. La scelta di rispondere alle polemiche interne con le parole di Giovanni Paolo II, invece che con la contrapposizione, dice molto sulla linea che il ministero degli Esteri intende tenere.
Nel frattempo, l’11 luglio, Tusk aveva annunciato la costruzione a Varsavia di un Muro della Memoria con i nomi delle vittime identificate della strage volinese. Un gesto che tiene insieme le due esigenze: il riconoscimento pieno del crimine e il rifiuto di usarlo come arma diplomatica.
Cosa ha risposto Kyiv
Il movimento non è rimasto unilaterale ed è questo il dato politicamente più rilevante delle ultime settimane.
L’8 luglio, a margine del vertice NATO di Ankara, Nawrocki e Zelensky si sono incontrati. Il presidente polacco ha dichiarato che i due Paesi guardano nella stessa direzione riguardo alle minacce alla propria indipendenza, perché per entrambi la Russia resta la minaccia principale. Ha aggiunto con franchezza che durante il colloquio non si erano risolte le questioni storiche e che, del resto, nessuno vi si era accostato con la speranza di risolvere tutto. Tre giorni dopo, nell’anniversario della strage, Zelensky ha annunciato l’avvio dei lavori di esumazione a Ostrówki e Wola Ostrowiecka, due villaggi polacchi distrutti dai nazionalisti ucraini.
Il passo più significativo è arrivato il 17 luglio, al termine di una riunione dedicata alla politica verso la Polonia. Zelensky ha annunciato un pacchetto di misure volto a rilanciare il dialogo storico fra i due Paesi: l’apertura di tutti gli archivi del Servizio di sicurezza e di intelligence estera ucraini relativi ai fatti di Volinia, il rilascio di ulteriori autorizzazioni per ricerche ed esumazioni da svolgere congiuntamente da specialisti polacchi e ucraini, il rafforzamento dell’Istituto ucraino della memoria nazionale e un più ampio programma di cooperazione sulla memoria storica.
Le reazioni polacche danno la misura di quanto la memoria resti terreno di battaglia interna. Il vicepremier e ministro della Difesa Wladyslaw Kosiniak-Kamysz ha accolto l’annuncio dichiarando di sperare che gli impegni sugli archivi, sulle esumazioni e sul dialogo si traducano in fatti concreti e ricordando che il vero nemico comune è la Russia e che mettere i due popoli l’uno contro l’altro è nell’interesse del Cremlino. Da destra, l’esponente del PiS Radoslaw Fogiel ha giudicato l’annuncio degno di nota, pur dichiarandosi lontano dal celebrarlo come un successo, e ne ha attribuito il merito alla fermezza di Nawrocki, tanto ad Ankara quanto nelle settimane precedenti. Il presidente, dal canto suo, ha tenuto il punto in un discorso a Radruz, davanti al monumento agli abitanti della zona uccisi dall’OUN e dall’UPA fra il 1944 e il 1946, avvertendo di non confondere la riconciliazione con l’amnesia.
Su questo Nawrocki ha ragione e la sua obiezione merita di essere presa sul serio. Nessuna riconciliazione fondata sull’oblio dei fatti è mai durata.
Resta però da capire quali siano, precisamente, quei fatti. E per capirlo bisogna mettere da parte slogan, simboli e memorie nazionali, tornando ai documenti e alla ricerca storica. Ed è quello che faremo nella prossima parte di questo lavoro.
Continua.
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