

Terza puntata di un lavoro di Vincenzo Russo in tre parti dedicato alla persistenza dei populismi nelle democrazie contemporanee: dalla crisi della rappresentanza politica alla trasformazione digitale del consenso, passando per il laboratorio italiano. Qui la prima e la seconda parte
La crisi dei partiti di massa ha lasciato libera la rabbia. A raccoglierla non sono state nuove visioni politiche, ma piattaforme, algoritmi e imprenditori dell’engagement.
Nel tentativo di comprendere l’oggi, è importante ripercorrere la traiettoria storica del populismo e individuare una linea di faglia che coincide con la crisi di quelle che Peter Sloterdijk definisce “banche dell’ira”: la Chiesa e, dalla fine dell’Ottocento, i partiti di massa, in particolare di sinistra.
Secondo il filosofo tedesco, le “banche dell’ira” fungevano da enormi serbatoi nei quali stoccare i sentimenti di vendetta e di rivincita per ogni forma di ingiustizia subita, in vista dell’impegno per una soddisfazione differita, sia pure nell’altra vita.
Grazie a questo modello, i perdenti, inesorabilmente consegnati al rancore e al risentimento perché privi degli strumenti culturali e comunicativi adeguati per dare forma al proprio racconto, potevano incanalare la loro rabbia in un progetto di lungo periodo. L’ira trovava così una via d’uscita nella prospettiva di un cambiamento sul piano religioso o politico. E la vita trascorreva disciplinata dalla militanza.
Negli ultimi tempi la crisi di rappresentanza che ha investito, in particolar modo, i partiti di sinistra – come già sottolineato –, sempre più schiacciati sul presente e custodi delle varie, parassitarie, rendite di posizione di chi gode già di piccoli vantaggi, ha impedito loro di continuare a catalizzare la collera per darle una forma e un possibile sbocco.
Dopo una prima fase nel corso della quale la rabbia, assieme alla paura, è fluita liberamente, sono stati i partiti nazional-populisti a intercettarla, dandole nuove, ben più estreme e vendicative, forme di appartenenza.
In questo scenario, quella del Movimento 5 Stelle rappresenta una tappa memorabile perché è la prima esperienza nella quale la rabbia e il disagio delle classi popolari orfane della rappresentanza incontrano una nuova forma di “tecnopopulismo” che non si basa sulle idee ma su algoritmi post-ideologici congegnati solo per attrarre utenti, nella stessa logica di un social network.
Certo, si potrà obiettare che Beppe Grillo aveva idee precise su certi temi che comunicava anche attraverso degli articoli sul proprio blog. Solo che, come racconta Marco Canestrari nel libro Supernova – scritto con Nicola Biondo –, i post non li scriveva Grillo. E lo dice con stupore perché, come ex dipendente della Casaleggio Associati, lui era convinto che Beppe Grillo fosse l’unico autore dei contenuti. Non era così.
La procedura di scelta e l’elaborazione dei contenuti da pubblicare era tutto tranne che genuinamente frutto della “comica” rivoluzione di Grillo.
Si partiva dalla selezione dei dieci commenti più interessanti postati sul sito. Gli stessi venivano, poi, girati a Gianroberto Casaleggio – esperto di programmazione neurolinguistica – che disponeva così degli elementi per scegliere l’argomento e scrivere il post del giorno.
L’iter rispondeva a criteri di scientificità. Il successo del blog, con le sue campagne virali, è stato il frutto della scrupolosa analisi del feedback degli utenti generato dall’interazione continua con la piattaforma. È il nucleo dal quale origineranno i più avanzati algoritmi del futuro.
Da questo punto di vista, Casaleggio ha incarnato perfettamente l’essenza del populismo da lui stesso tratteggiata: “La politica non mi interessa, quel che m’interessa è l’opinione pubblica”.
È la mefistofelica riproposizione di quella dimensione proteiforme oggi incarnata dal talentuoso interprete di Volturara Appula, Giuseppe Conte. Da qui in poi, l’etica della responsabilità politica non poteva che precipitare, ancora una volta, nell’abisso della vox populi vox dei.
Si capisce che gli uomini e le donne del Movimento 5 Stelle venissero accuratamente selezionati per rispondere all’esigenza di produrre l’“effetto specchio”, rappresentando al meglio le caratteristiche “antropologiche” dell’elettorato di riferimento: i toni, la postura, il lessico e, visto che un terzo degli italiani ne è afflitto, anche una necessaria dose di analfabetismo funzionale.
L’elettore non avrebbe dovuto essere sfiorato dal dubbio di aver mandato in Parlamento un grillino affetto da elitismo congenito e insanabile.
Gli “avatar nella vita reale” – così li apostrofava Casaleggio – con la loro incompetenza, ma tante belle intenzioni e buona volontà, comunicando il nulla hanno riempito un vuoto. La loro carica umana di qualunquismo, che ha rimosso ogni timore reverenziale sdoganando il “Questo lo dice lei!”, ha funzionato.
Peccato che il piano fosse un altro. E all’apparente ingenuità dell’immagine esterna si contrappone un complesso e cinico dispositivo interno d’azione e di sorveglianza.
La struttura organizzativa del Movimento 5 Stelle, apparentemente aperta e costruita sulla partecipazione dal basso, nella realtà è chiusa e sotto il diretto controllo del vertice.
Ed è proprio su questo piano che si consuma il grande fraintendimento relativo al Movimento 5 Stelle. Per i suoi affiliati e la gente comune è una sincera possibilità di partecipazione democratica che rompe le barriere della partitocrazia.
Non è dello stesso avviso Casaleggio, che considera la rete un mero strumento di controllo al servizio della nascente tecnopolitica, capace, per la prima volta nella storia, di capitalizzare la consistente mole di dati generati dalle interazioni informatiche.
Compatibilmente con tale visione, gli iscritti del Movimento eletti in Parlamento nel 2013 sono considerati, per l’appunto, degli avatar: strumenti al servizio di un programma che devono rispettare regole ben precise.
Viene addirittura richiesto loro di firmare un patto – in alcuni casi davanti a un notaio – che li sottopone a uno stringente sistema interno di controlli, che si estendono anche ai loro profili digitali. Si tratta dell’abrogazione di fatto, per via regolamentare interna, del divieto di mandato imperativo sancito dall’art. 67 della Costituzione.
Oggi il M5S, saldamente nelle mani di Davide Casaleggio – figlio di Gianroberto –, che lo controlla tramite un’associazione blindata amministrata da un’azienda privata, effettua le sue scelte in mancanza di trasparenza.
La piattaforma del Movimento è una scatola nera che sputa fuori solo i risultati delle consultazioni secondo criteri e parametri non meglio precisati. Il dubbio è che tutto l’ingranaggio sia mosso dal volere del demiurgo. È ovvio che, a tali condizioni, la partecipazione al voto online è calata sensibilmente negli ultimi anni.
Tali dinamiche restituiscono una cruda realtà: il M5S è l’equivalente politico di una piattaforma social che ha l’unico, vero obiettivo dell’engagement.
Attrarre l’attenzione dell’utente e mantenerla per il maggior tempo possibile è l’esigenza primaria di qualunque attività online che voglia capitalizzare il dividendo della pubblicità. D’altronde, lo stesso principio vale per la Tv.
L’alleanza del M5S con la Lega di Salvini non può stupire perché Casaleggio, con la sua sofisticata macchina digitale “rileva umori”, non può non accorgersi che i pruriti nazional-populisti sono quelli da solleticare meglio, poiché pagano di più a livello di consenso a breve termine.
No, il M5S non è stato una vittima di quell’accordo che ha dato spazio alle posizioni estreme di Salvini in materia di immigrazione. Il matrimonio è stato pianificato nei dettagli, mettendo in conto le utilità ricavabili.
Ora, il dato che deve destare una certa preoccupazione e attenzione è legato al fatto che i leader dei partiti hanno toccato livelli di personalizzazione dell’attività politica mai visti, ed è per loro normale, anzi necessario, disporre di un’efficiente macchina comunicativa, gestita dagli spin doctor digitali, che li metta in contatto diretto e costante con la loro base.
Ancora una volta, l’esempio principale è quello di Trump, che si è fatto un social tutto suo, Truth, dal quale pontifica quotidianamente bypassando i canali ufficiali della Casa Bianca. In Italia si è parlato tanto della “Bestia” di Salvini, gestita fino al 2021 da Luca Morisi, e la stessa Giorgia Meloni si avvale della collaborazione di un ex dipendente della Casaleggio Associati per la comunicazione digitale della Presidenza del Consiglio.
L’utilizzo delle piattaforme social in politica non è però neutro in termini di comunicazione. Tali strumenti, nati per scopi commerciali al fine di offrire alle aziende – tramite i loro sofisticati sistemi di dataset – la possibilità di raggiungere i loro clienti, hanno sempre avuto l’obiettivo di “scansionare” le scelte del singolo utente, rilevando le sue preferenze personali e le sue ambizioni.
Da questo punto di vista, ciò che rileva è unicamente la quantità di tempo che il consumatore passa utilizzando il social o qualsivoglia piattaforma.
Il limite di tale approccio, soprattutto quando l’oggetto dell’attenzione è focalizzato su scelte politiche, è la sua indifferenza alla natura dei contenuti veicolati: che il tempo trascorso sul social scorra leggendo poesie di Bukowski, spulciando contenuti antisemiti o consultando fake news sui vaccini, poco importa. Ciò che conta è l’engagement.
È così che la rilevante potenza di fuoco di tale apparato si presta, nel corso delle campagne elettorali – cioè sempre! –, a forme di manipolazione e alla diffusione di fake news pur di mobilitare l’attenzione del proprio target e distrarre quella verso i propri avversari.
È l’esasperazione del motto noto tra i giornalisti per cui “se un cane morde un uomo non fa notizia, mentre se un uomo morde un cane sì”.
Così facendo, il confronto politico si estremizza perché è indotto a utilizzare toni sempre più radicali, sensazionalistici e mai concilianti.
Per intenderci, quando Trump dichiara che “i migranti mangiano cani e gatti”, fa proprio questo. Cerca di galvanizzare i suoi, e vuole instillare il dubbio nel mondo degli animalisti, generalmente di sinistra, che il vero “protettore degli animali” sarebbe lui con le sue politiche contro l’immigrazione.
Lo so, c’è dell’assurdo in tutto ciò. Ma in questa perversa dinamica l’incredulità e l’indignazione non fanno altro che amplificare la comunicazione di uno come Trump. E i media cadono sistematicamente nella trappola.
Come osserva Giuliano da Empoli – nel saggio Gli ingegneri del caos, edito da Marsilio –, fino a qualche tempo fa i politici, non avendo particolari strumenti per segmentare il proprio elettorato e indirizzare messaggi precisi ai diversi target, erano costretti a utilizzare canali pubblici e strumenti generalisti – quali la Tv, la stampa, la radio – con toni necessariamente misurati.
Anche se sapevano a chi parlare e di cosa, non potevano ignorare la vasta platea e, in particolare, l’elettore medio che si aspettava moderazione ed equilibrio. La comunicazione politica aveva l’obiettivo di smussare gli estremi per far convergere il consenso verso posizioni comunque mediate dal buon senso e dall’etica pubblica.
“Il gioco democratico – scrive da Empoli – tradizionale aveva dunque una tendenza centripeta: vinceva chi riusciva a occupare il centro dello scacchiere politico”. Il che ha relegato per tanto tempo le posizioni più estreme di destra e sinistra ai margini delle istituzioni.
Il riferimento consolidato – per lo meno nei sistemi proporzionali – era cioè alla dottrina classica teorizzata da Anthony Downs, che prevedeva di puntare alla conquista degli elettori intermedi tra destra e sinistra. L’obiettivo primario era ottenere un trasferimento di voti dal campo avversario, evitando di calcare la mano sulla polarizzazione nel tentativo di recuperare i propri astenuti.
Oggi, grazie alla possibilità di segmentare analiticamente il proprio potenziale elettorato, l’obiettivo è sollecitare i diversi sottogruppi anche con discorsi incendiari o poco rispettosi delle istituzioni e dei principi democratici. Le campagne social sono costruite così.
Ovviamente, il finto e sgangherato sistema bipolare italiano – in realtà un sistema di coalizione bipolare basato, nella migliore delle ipotesi, su cartelli elettorali, che nulla ha a che spartire con il bipartitismo di stampo anglosassone – ha favorito per tanto tempo questa tendenza alla mobilitazione del proprio elettorato, cercando di stanare anche le ali più radicali e fanatiche.
All’interno di questo modello emerge l’importanza delle frange più radicali degli schieramenti politici, che assumono rilievo non tanto per il bacino elettorale che esprimono – solitamente marginale –, quanto per la loro capacità di veicolare messaggi estremi fino al raggiungimento di una certa soglia critica di sostenitori, attraverso l’instillazione del dubbio.
I leader populisti, come Trump, non possono privarsi del sostegno degli estremisti perché sono i più responsivi e rappresentano il nucleo iniziale della mobilitazione amica che parte dai siti, dai blog, dai social e dalle loro pagine Facebook. Sono loro a essere diventati il centro del sistema e a scandire l’agenda politica.
Per citare l’eloquente esempio proposto da Giuliano da Empoli, il microtargeting della campagna a favore della Brexit ha seguito una traiettoria semplice: “Scopri di cosa è scontenta la gente. Dille che è colpa dell’Europa. Vota e fai votare Brexit”.
È così che agli animalisti venivano indirizzati messaggi che denunciavano la debolezza delle regole europee a protezione degli animali, a differenza di quelle inglesi, mentre agli amanti dell’attività venatoria veniva spiegato che solo l’uscita dall’Europa avrebbe salvaguardato il loro passatempo dalle pericolose incursioni degli animalisti continentali.
Su un altro versante, i laburisti si sono schierati per la Brexit nell’intento di salvare il welfare state interno e nazionalizzare le ferrovie, mentre i liberisti hanno votato per l’uscita al fine di liberare il mercato dai lacci e lacciuoli di Bruxelles.
L’incoerenza e la contraddittorietà delle singole campagne non hanno impedito il raggiungimento dell’obiettivo perché, grazie alla sapienza degli “ingegneri del caos” – in questo caso esperti di Big Data –, che riescono a monitorare e interagire con i singoli utenti, tali campagne non si sono mai incontrate, rimanendo all’interno delle rispettive bolle digitali.
L’inattesa vittoria del “Leave” è l’esito della somma dei risultati delle estremizzazioni operate all’interno dei singoli target di riferimento.
Si capisce che “nel nuovo mondo la politica è centrifuga”. Vince non chi unisce al centro, ma chi è in grado di dividere e sommare quanti più estremisti possibili. La nuova logica valorizza gli estremi; e anche se a un certo punto gli estremi finiscono per convergere, oggi l’estremo vincente è di destra.
Se dietro l’insoddisfazione e la rabbia della gente ci sono cause reali, il populismo oggi è alimentato anche da bisogni primordiali della psicologia umana.
Bannon e Casaleggio sono arrivati dopo. A monte c’è il lavoro di creazione della pervasiva macchina dei social media, strutturata per attrarre utenti compulsivi che sono ricompensati con la loro dose quotidiana di dopamina.
Non trascuriamo che “ogni like è come una carezza materna fatta al nostro ego”.
Le debolezze umane sono messe a dura prova dalla complessità del mondo – solo apparentemente accessibile – e dalla distanza crescente tra la mediocrità del nostro quotidiano e le possibilità incarnate da modelli inarrivabili.
Basta poco per cadere vittima delle lusinghe del santone o del complottista che ti svela la verità, che gli altri non riescono a cogliere, reclutandoti come valoroso combattente di battaglie per la giustizia e la libertà vere. Gli algoritmi completano l’opera perché sanno come farti sentire protagonista di una rivoluzione epocale.
Da insignificante avatar della rete ad attore della storia è un attimo!
E se il nostro “eroe” populista, nel suo illusorio rapporto con la realtà, non avrà mantenuto fede a una sola delle promesse fatte – nella gran parte dei casi, per fortuna! –, poco importa. Saremo comunque ripagati dal ciclo di riconoscimento sociale generato dalla nostra bolla digitale.
Una boccata d’aria per continuare a trascorrere frustranti giornate nella solitudine dei nostri bugigattoli virtuali.
La nuova notte populista è appena iniziata.
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Analisi interessante, dove ci ricorda che anche nell’era non si getta via nulla, si matura e trasforma.
La segmentazione parte da lontano, ricordiamoci dai Big Data di Obama, delle email personalizzate e delle visite on site ad hoc.
Segue il successo Trump+Brexit con l’evoluzione di Cambridge Analytica, cui seguono le evoluzioni delle piattaforme.
Il targeting si riduce dimensionalmente, ricordando The Long Tail di Chris Anderson, arricchitosi di strumenti AI based.
Casaleggio&Grillo si inseriscono in questo solco, la Cambridge Analytica italica, fattesi le ossa sul movimento di Di Pietro, quindi sfruttata per conquistare il 33% degli italiani, tra cui chi scrive, insofferente della stasi deleteria e distruttiva dei partiti, a cui non occorre aggiungere altro su quanto già scritto.
C’è il presente e futuro, che magari riguardasse solo l’Italia, dove l’anestesizzazione funzionale permette di concentrarsi che per pochi secondi su spot, slogan, reel, e su quelli la politica del nulla si concentra. Riguarda l’intero paese, a tutti i livelli, ahimé.