Quella del gioco alla conta dei numeri dei morti è una strategia macabra. Ancor più lo è quando utilizzata in modo strumentale per mirare alla pancia del cittadino medio.
Chiariamo subito un punto, a scanso di ogni equivoco. Chi scrive ha poca simpatia per Netanyahu e la cricca del Likud e ritiene che, nella risposta all’attacco di Hamas, siano stati compiuti molti errori.
Se nelle prime settimane successive all’attacco di Hamas (quando gli ostaggi erano circa 260 e sia Hamas che Hezbollah lanciavano razzi incessantemente su Israele) l’invasione del nord di Gaza non era solo inevitabile ma necessaria come deterrenza ad un eventuale attacco contro Israele da più fronti (non per nulla gli USA avevano prontamente schierato una portaerei per smorzare le euforie antisioniste), qualcosa è andato storto nel momento in cui il governo israeliano ha scelto di spingersi a sud. Mi spiego. La trappola mediatica di Hamas era evidente, tanto quanto che il fine fosse quello di creare una reazione spietata tale da poter essere mediaticamente pompata per mobilitare l’opinione pubblica mondiale contro Israele. Il centro di Gaza rappresentava una linea rossa da non varcare se non si voleva cadere in quella trappola.
Fino all’occupazione del nord di Gaza (e forse anche delle zone centrali) qualsiasi governo israeliano, anche il più progressista, avrebbe agito allo stesso modo. La richiesta anche di evacuare i civili prima degli attacchi era sensata e (per quanto i propal si agitassero) da un punto di vista di reazione ad un attacco della portata di quello del 7 ottobre, gli alleati concordavano. E Israele, di alleati, ne ha bisogno.
Non so quale fosse la soluzione, esistendo la necessità di neutralizzare Hamas e liberare gli ostaggi, ma in qualche modo, Israele avrebbe dovuto evitare quella trappola.
Ma è qui che Hamas ha giocato sul sicuro, conoscendo gli estremismi del Likud. Allora ha liberato qualche ostaggio, tenendosene però più della metà; ha impedito ai palestinesi di evacuare le zone d’interesse per farne degli scudi umani e immolare così il proprio popolo alla causa. Ad Hamas, dei morti palestinesi importa poco. Lo scopo era mobilitare il mondo contro Israele: più morti, meglio è.
Dall’altro lato, Netanyahu, ritenendo di poter giocare la questione a suo favore, ha potuto ampiamente sostenere la linea che l’unica sicurezza per Israele sarebbe stata quella di occupare militarmente Gaza e creare una situazione in cui sarebbe stato logisticamente impossibile creare uno stato palestinese. La questione era difficile da vendere agli alleati, allora un po’ si negava mentre però si spingeva la popolazione sempre più a sud, fino a rinchiuderla in un angolo, mentre al tempo stesso in Cisgiordania si armavano i coloni e si approvavano 3000 nuovi insediamenti. Ecco, diciamocelo, Netanyahu ha spiattellato (a fatti) una strategia davanti alla quale anche i più fedeli alleati hanno sollevato perplessità. Non solo è caduto nella trappola di Hamas ma ha anche privato gli alleati di appigli per giustificare le sue azioni.
In questo contesto, la deliberata scelta di Hamas di immolare la popolazione di Gaza alla causa e l’opportunismo del Likud nell’operare in una direzione che escludesse la possibilità della creazione di uno stato palestinese hanno avuto come conseguenza un alto numero di vittime civili.
È qui però che, dalla valutazione strategica e politica degli eventi, si passa a quella ideologica che fa (come con un colpo di bacchetta magica), sparire le colpe di Hamas, dimentica l’attacco del 7 ottobre e le vittime israeliane; non fa mai menzione degli ostaggi o delle centinaia di migliaia di sfollati israeliani e imputa tutte le colpe ad Israele. Perché sì, mentre è pronta a gridare che Hamas non è il popolo palestinese, non è pronta a fare altrettanto sul versante opposto. Non condanna Netanyahu e il Likud ma proprio “Israele”, e non si ferma neanche lì ma – per associazione – condanna tutti gli ebrei che difendono Israele, e – sempre per associazione – tutti coloro che a questa lettura monca si oppongono. Tutti, indistintamente, vengono accusati di “genocidio” o di essere “complici di genocidio”.
Come ci si è arrivati? Naturalmente con quel capolavoro di guerra ibrida di cui ho accennato all’inizio. Perché questo avvenisse è bastato che un paese (nella fattispecie il Sudafrica) presentasse formalmente l’accusa di genocidio contro Israele. Ecco che la parola “genocidio” è stata sdoganata mentre esimi luminari sostenevano che la corte internazionale avesse detto che sì, esistevano gli estremi, mentre in realtà non era stato detto nulla di tutto ciò. La corte aveva semplicemente ritenuto che il Sudafrica avesse il diritto di presentare il proprio caso. D’altra parte chi ci capisce nulla di questioni legali? È genocidio, no? Ci sono le immagini. E poi hanno ammazzato 35.000 bambini!
A questo punto entriamo nel vivo della caciara. Il genocidio si basa sulle immagini e sui numeri. Le prime largamente false. E non che i morti non ci siano veramente e che la sofferenza della popolazione di Gaza non sia reale, ma le immagini a disposizione non sono abbastanza e quelle che ci sono non sono abbastanza suggestive per mirare al cuore e alla pancia del pubblico. Allora ecco i fake di Pallywood. Questi sì che fanno scuotere le viscere delle persone: bambini martoriati (sempre gli stessi) in braccio ad attori che vediamo in tante di quelle situazioni che ormai sono delle star. Poi esiste un intero repertorio della guerra in Siria a cui attingere (palestinesi, siriani… chi ci fa caso?). Se miri ai sentimenti delle persone (visto che noi esseri umani abbiamo un cuore) provochi rabbia, indignazione e voglia di giustizia. E guai se fai notare che gran parte delle immagini che circolano sono fake. La risposta è immediata: ma allora neghi che ci siano stati dei bambini ammazzati? Inutile ribattere che no, le due cose non sono contingenti. Affermare che la morte dei bambini sia stata strumentalizzata e che sopra ci sia stata fatta una costruzione mediatica finalizzata a mobilitare le masse non è la stessa cosa che negare le vittime.
Ma neanche le immagini bastano, ci vogliono i numeri. Dati che miracolosamente emergono pochi minuti dopo un bombardamento (mentre in Ucraina impiegano settimane prima di stabilire quante sono state le vittime di un razzo russo) in un miracolo di efficienza statistica del ministero della sanità di Hamas che tutti prendono come oro colato, nonostante le varie gaffe di esimi testate che (credendo sempre all’agenzia stampa di Hamas) imputano ad Israele attacchi che subito dopo si rivelano essere stati incidenti di razzi difettosi di Hamas. Ma guai a dirlo. Se lo fai, puntuale ti arriva la critica: allora neghi le bombe di Israele? Allora neghi la distruzione? No, ribadiamo: le due cose non si escludono, ma sostenere che i numeri non siano affidabili non significa che non ci siano state vittime civili.
Nel frattempo però, il ferreo propal ha imparato a sfruttare pienamente ogni frammento della costruzione mediatica: ha a disposizione dati gonfiati, le immagini di Pallywood, e lo sdoganamento del termine “genocidio”.
Scopriamo così che “genocidio” non dipende (come stoltamente credevamo) da premeditazione, organizzazione e sistematicità nello sterminare un intero popolo, dipende dai numeri, nella fattispecie di quelli dei bambini morti. La qual cosa ci ricorda il famoso “genocidio” perpetrato dagli ucraini in Donbas – da tutti preso per oro colato senza che nessuno si prendesse la briga di andare a verificare che in 8 anni di guerra, i bambini morti in Donbas erano stati in tutto 152, di cui solo 6 tra il 2016 e il 2021 e che quei bambini erano vittime di entrambe le fazioni, e la maggior parte era morta a causa delle mine nelle autoproclamate repubbliche indipendenti.
Ma no, come allora, ormai si era creata la narrativa. A Gaza abbiamo i 35.000 morti dichiarati dall’onnisciente ministero della sanità di Hamas che riesce a calcolare morti con un’efficienza e celerità fantascientifiche, e che comunque non distingue tra militanti, civili morti per i bombardamenti e ci infila dentro pure le morti naturali. Allora neghi che ci siano stati i morti? No, sostenere che i dati sono farlocchi non significa negare la tragicità di una guerra. Ma sono 35.000, è un genocidio! Chiedi dove comincia la linea del genocidio? Se è un fatto numerico, da che numero parte?
A quel punto abbiamo gli agit-prop in azione ai 4 angoli del pianeta, mobilitati per silenziare chiunque sostenga che non si tratta di genocidio ma di azione di guerra. Sui 35.000 morti, di cui 13.000 bambini trovano ragione di occupare le università per far sospendere le relazioni con Israele in nome di un “genocidio” interamente costruito sui numeri dei bambini morti.
Poi esce fuori che quei dati non erano corretti, la cifra viene improvvisamente ridimensionata. L’architettura costruita intorno al “genocidio” basato sui numeri, crolla. Se lo fai notare, vieni trollato. Il narcisista morale di turno, unico depositario della moralità salva bambini e sanguisuga del pietismo universale emette la sua sentenza: sei un cinico, ma non ti vergogni?
Improvvisamente, per il propal, i numeri non sono più importanti. 8,000, 13,000, che differenza fa? Non sono sempre troppi? Guai a ribattere che il punto è che anche un solo bambino morto è uno di troppo e che noi lo sosteniamo da sempre: che non esiste differenza tra i bambini morti israeliani e quelli palestinesi. Ma qui invece c’è chi da mesi insiste che la differenza la fanno i numeri. Infatti, fino a un giorno fa, erano i numeri a dirci che c’era il genocidio perché erano morti più bambini palestinesi di quelli israeliani.
Allora, questi numeri contano o no?
Ecco che ora i propal si fanno fantasiosi. In un commento, a difesa dell’uso del termine “genocidio” mi viene scritto, testualmente, che “??un paese civile, se attaccato, non risponde massacrando i civili”.
Scopriamo così che per il propal giurista de noantri la definizione di “genocidio” adesso non è più questione di numeri, ma è relativa a chi compie le uccisioni. Se ad ammazzare è un paese è civile, si tratterà certamente di “genocidio”, se invece sono i terroristi ad ammazzare, possono tranquillamente farlo, tanto sono terroristi e si sa che ammazzano. Moralmente è più colpevole il primo, che certamente è un genocida.
D’altra parte, si tratta della stessa logica per cui Hamas (a seconda della convenienza) un giorno è il “governo democraticamente eletto di Gaza”, un altro “in fondo sono terroristi e non possiamo usare lo stesso metro di giudizio” e un altro ancora “combattenti della resistenza armata perché Israele gli ha rubato la terra”. Una cosa che come logica circense non fa una grinza.
In questo gioco perverso, abbiamo assistito ad una serie di opportunismi ed occultamenti. L’attacco di Hamas ha occultato la ferrea opposizione popolare contro Netanyahu e posto fine all’ondata di manifestazioni; la rappresaglia israeliana ha occultato la brutalità della strage perpetrata da Hamas; ora la sontuosa costruzione mediatica, creata ad arte per mobilitare l’opinione pubblica mondiale contro Israele, sta occultando le scelte del Likud.
Perché sì, cari propal, nel gioco degli occultamenti, a volte le cose si ritorcono contro. Allora a chi mi dice: “perché non critichi mai Israele”, rispondo: se vogliamo che si critichino le strategie di Netanyahu, occorre fare piazza pulita del termine “genocidio”, di slogan come “dal fiume al mare”, dello sputare “sionista” come se fosse un insulto e del continuare con il disco incantato del “furto della terra”. Questo perché ciascuna di queste posizioni cela che al fondo di tutto non riteniate che Israele abbia il diritto di esistere. Contro questo pensiero che, a mio parere è sostanzialmente genocida (mirando effettivamente alla scomparsa di un popolo), anche quelli che possono essere eventuali crimini di Netanyahu, ne escono sminuiti, perfino quello di essere (come Hamas) contrario alla soluzione dei 2 stati.
Quando è in atto un’operazione mediatica di proporzioni mondiali, che mira a mobilitare le masse contro un paese, e che prende di mira gli ebrei a livello globale, siamo davanti a qualcosa di ben più grave delle discutibili operazioni sul campo dell’IDF.
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Ciao Alessandra, trovo una contraddizione nel tuo ragionamento: all’inizio dell’articolo dici che il Likud opera per escludere creazione di uno stato palestinese (peraltro l’hanno sempre dichiarato loro in primis) e parli delle occupazioni dei coloni e del governo israeliano.
Alla fine dici che l’antisionismo è un pensiero con intenzioni genocide.
E che questo “sminuisce gli eventuali crimini (che all’inizio dello scritto sembravano certi – come le occupazioni in Cisgiordania) di Netanyahu, anche se contro la soluzione dei 2 stati.”
Perché da un lato reputi genocida il pensiero che vuole negare l’esistenza di uno stato (quello di Israele), e dall’altro reputi le politiche e le azioni concrete (che tu stessa hai riconosciuto all’inizio, ma nel finale diventano eventuali) che mirano a negare l’esistenza dell’altro stato (quello palestinese) come un qualcosa che viene sminuite e che può essere criticata solo quando si finirà di usare la parola genocidio?
Grazie,
Francesco.
L’antisemitismo non nasce con Israele, piuttosto è il contrario: Israele nasce a causa dell’antisemitismo. Nasce per offrire un rifugio sicuro agli ebrei per “quando succederà di nuovo”. Nega il rifugio ed esponi la popolazione ebraica (poche decine di milioni in tutto il mondo). La popolazione palestinese è decuplicata da quando è nata Israele. Parlare di “genocidio” è surreale. Possiamo condannare l’occupazione della Cisgiordania e i coloni ma il dramma dei palestinesi è quello di non avere un loro paese non certo quello di essere a rischio di essere annientati. Aggiungerei anche che ci sono oltre un miliardo di musulmani al mondo. Chiediamoci seriamente, numeri alla mano, tra ebrei e musulmani qual è la parte più vulnerabile, qual è la minoranza, qual è il gruppo che storicamente ha subito più persecuzioni?
C’è un bellissimo saggio di David Baddiel che si intitola “Jewish don’t count”, incentrato proprio sul fatto che agli ebrei, pur essendo pochissimi al mondo, non vengono mai concessi lo status e le protezioni delle minoranze.
Non sono ebrea e per molto tempo ho sostenuto ciecamente le ragioni dei palestinesi senza mai soffermarmi a comprendere le ragioni degli ebrei. Se si riesce a comprendere che Israele per loro è una questione esistenziale allora riesce più facile afferrare perché la stragrande maggioranza degli ebrei sostiene Israele e ritiene l’antisionismo antisemitismo. Negare Israele è negare non una terra ma la salvezza.
Grazie che hai risposto, ma non hai risposto alla mia domanda, che è molto precisa.
Io non ho parlato di genocidio nè da un lato nè dall’altro e non è l’argomento della mia domanda. Mi sono basato su sulle tue considerazioni di ciò che ritieni pensiero genocida che hai espresso nell’articolo.
Quindi riformulo e aggiungo:
ho sbagliato/frainteso qualcosa nella premessa che ho fatto basandomi su quello che hai scritto?
Se non ho sbagliato, a me interessa capire perché in un caso consideri genocida un pensiero che vuole negare l’esistenza di Israele, mentre lo stesso pensiero (a cui si aggiungono anche le intenzioni e azioni, di cui tu stessa hai parlato) che nega l’esistenza di uno stato palestinese ritieni esca sminuito e che può essere criticato solo quando non si userà più la parola genocidio?