

Ben venga la sobrietà chiesta da Palazzo Chigi nelle celebrazioni di ricorrenze e festività fino a sabato prossimo, giorno delle esequie del pontefice. Forse questa volta il 25 aprile non verrà vissuto come un derby tra opposte tifoserie, fascisti contro antifascisti, destra contro sinistra.
La verità è che, dopo otto decenni dall’insurrezione che liberò il Nord del paese, non ne abbiamo ancora una memoria condivisa. Per la semplice ragione che una memoria condivisa non è possibile, almeno fino a quando resteranno dei conti in sospeso con il passato. Lo aveva intuito nel 2009 Silvio Berlusconi in un discorso tenuto a Onna, cittadina simbolo del terremoto in Abruzzo, quando propose di convertire la Festa della Liberazione in una Festa della Libertà.
Un discorso serio e intellettualmente onesto, in cui l’appello a superare una storica divisione non sminuiva le ragioni dei vincitori e i torti dei vinti. Per la prima volta, infatti, il Cavaliere riconosceva apertamente il contributo decisivo della Resistenza alla nascita della democrazia repubblicana. Allora fu sommerso da un mare di polemiche, e qualcuno, come l’allora governatore della Puglia Nichi Vendola, lo liquidò seccamente come l’espressione di un “brutto revisionismo, puzzolente e melmoso”.
Quel discorso, che proponeva di trasformare la Festa della Liberazione in una Festa della Libertà, avrebbe invece meritato una più pacata accoglienza, in quanto affrontava una questione cruciale: in che senso la Libertà (con la maiuscola) deve essere considerata il valore più alto e irrinunciabile. Essa, infatti, è la condizione perché questa o quella libertà (con la minuscola) si dia. Può quindi decidersi per il bene come per il male, con sovrana indifferenza. Addirittura può rovesciarsi nell’atto che la nega o l’annulla.
Insomma, la libertà -come ben sapeva il Dostoevskij lettore di Pascal- viene prima del bene e del male. Attenzione, però. Perché, come scrisse in un saggio pubblicato nel 1923 dal filosofo russo Nikolaj Berdjaev, lo stesso Dostoevskij “più profondamente di ogni altro ha compreso che il male è figlio della libertà.
Ma ha compreso pure che senza libertà non c’è il bene. Anche il bene è figlio della libertà. A ciò si ricollega il mistero della vita, il mistero del destino umano. La libertà è irrazionale e perciò può creare sia il bene sia il male. Ma ricusare la libertà per il fatto che può produrre il male, significa produrre un male ancora più grande” (“La concezione di Dostoevskij”, Einaudi, 2002).
In altre parole, per l’autore di “Delitto e castigo”, la libertà rappresenta le fondamenta dell’edificio umano, e i suoi inquilini sono disposti a patire ogni sofferenza che il mondo può infliggere pur di sentirsi liberi. Ciò vale non sempre, ovviamente.
E, parafrasando Ennio Flaiano, non vale certamente per gli italiani ai quali -intellettuali o semplici cittadini- “le dittature degli altri non danno fastidio” (anzi, spesso piacciono). Tuttavia, ottant’anni fa non fu forse proprio la ribellione di pochi, se non proprio a determinare, a dare un un contributo essenziale alla libertà di tutti?
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Dostoevskij, nel capitolo sul Grande Inquisitore, Fratelli Karamzov, spiega bene come, purtroppo, la libertà sia il bene meno ambito dalla folla. Berlusconi aveva ragione: dovremmo aver ormai seppellito il fascismo e il suo anti. L’antifascismo ideologico è solo propedeutico a mantenere vivo l’odio per il nemico, qualunque esso sia (1984 di Orwell).
Un Paese maturo, dopo 80 anni di Libertà, dovrebbe aver fatto i conti con la propria storia e la celebrazione del 25 Aprile dovrebbe essere solo un ringraziamento a coloro che ci hanno permesso di vivere in pace, libertà e progresso e non un pretesto per attaccare il “nemico” (che è poi un modo per crearlo).
L’ articolo è buono e interessante. Purtroppo credo che l’ Italia sia ancora molto lontana dal vedere, o anche intravedere, una reale pacificazione. Ciò a causa dell’ uso dissennato (ma ben congegnato) della conflittualità permanente alimentata cinicamente dalle due fazioni politiche ancora padrone della pancia del paese. L’esito di questa conflittualità non sarà, temo, la trasformazione dell’ Italia in senso razionale e moderato, ma la disaffezione dalla politica in senso generale. Cosa già da tempo in atto, basta guardare la percentuale di astensione nelle competizioni elettorali e il successo dei populismi di destra e di sinistra.