
Quarto articolo del dialogo a distanza tra Enrico Marani e Alessandro Tedesco. Qui i precedenti articoli:
La liquefazione del pensiero: anatomia di una civiltà smarrita di Alessandro Tedesco
Menti in corto circuito di Enrico Marani
Il regno del simulacro. Dallo schermo al cortocircuito collettivo di Alessandro Tedesco
Essere indipendenti è affare di pochissimi; è un privilegio dei forti. E chiunque ci provi, anche con il miglior diritto, ma senza esserne costretto, dimostra che probabilmente non è solo forte, ma anche straordinariamente audace…
Friedrich Nietzsche, Al di là del Bene e del Male
Non rimane altra causa se non la più antica di tutte, quella che fin dall’inizio della nostra storia ha determinato l’esistenza stessa della politica: la causa della libertà contro la tirannide.
Hannah Arendt
Cos’è il sublime? È un sentimento che al contempo ci attira e ci respinge in un gioco contraddittorio, alimentando sia il desiderio di vivere una situazione provando parallelamente anche un timore per la stessa. Non è il sublime un tratto caratteristico e profondo del nostro essere “umani”? La libertà non vive forse anch’essa in questa dimensione?
Si tende a pensare superficialmente alla libertà come a un bene universale, un valore irrinunciabile a cui ogni uomo crede e nessuno può toglierci, ma ad onor del vero è un privilegio di pochi. Una presenza ormai abituale per l’occidentale medio, dovuta e opportuna come l’asfaltatura delle strade principali e da considerare poco più o poco meno, calati come siamo “nell’anticamera di un’afasia morale in cui, non potendo più dare un nome corretto alle cose, perdiamo anche la capacità di comprenderle“, come scrive Alessandro Tedesco in una sua bella riflessione. Osservando la storia e la psicologia, emerge infatti un quadro complesso: non tutti gli esseri umani considerano la libertà come realmente preziosa, ma anzi molti preferiscono rinunciarvi pur di ottenere sicurezza, ordine, certezze e protezione. Oggi con la caduta di tutti i freni inibitori è lecito magnificare regimi notoriamente sanguinari e liberticidi, magari richiamandosi a qualche ideologia del secolo scorso. La domanda che allora si impone provocatoriamente è una sola: davvero la libertà è ciò che desideriamo o piuttosto molti tra noi cercano la certezza di qualche leader messianico da idolatrare, capace di indicare la via come Mosé e definire confini invalicabili entro cui muoverci?
Diversi pensatori hanno riflettuto su questa ambivalenza dell’essere umano di fronte alla libertà. Erich Fromm, nella sua opera Fuga dalla libertà, sottolinea come molti temano la libertà perché essa comporta solitudine, responsabilità, la necessità di scegliere e quindi la possibilità di sbagliare. Alexis de Tocqueville, osservando la nascente democrazia moderna, mette in guardia contro il rischio di un “dispotismo dolce”, in cui gli individui, pur formalmente liberi, preferiscano affidarsi a un’autorità benevola che decida per loro. Notate qualche assonanza con il presente? Per questo non è raro incontrare anche oggi in Italia chi è pronto a giustificare, magnificare, celebrare e mettere in piedi pelosi distinguo per cantare le doti di regimi in cui le esecuzioni capitali sono la regola e l’oppressione violenta dell’opposizione prassi.
La libertà, dunque, non è un dono facile e non si lascia abbracciare spensieratamente, ma chiede decisione, impone responsabilità, comporta rischi e porta spesso solitudine. La spinta verso la libertà sa farsi tragedia, sangue innocente sparso, sacrifici terribili e l’Ucraina ed il suo popolo sono lì a ricordarcelo costantemente, come nella struggente immagine che vi propongo, con gli occhi bassi e disperati della donna in primo piano, mentre la seconda interroga il cielo e una lacrima le scorre sul collo. La libertà costa cara.
Sartre sintetizza questo paradosso con una famosa frase: “L’uomo è condannato a essere libero.”. Ironizzando sul pensiero del filosofo francese l’affermazione appare un po’ datata, visto che molti in giro per il pianeta si stanno impegnando per “liberarci” da questa “condanna” e regalarci un bel ritorno all’autoritarismo in grande stile. La libertà, lungi dall’essere una consolazione, può diventare una vertigine. Non sorprende quindi, chi cerca rifugio nell’autoritarismo, in quella struttura che ordina il mondo dall’alto e riduce l’angoscia della scelta annientandola e cancellando la necessità di un quotidiano confronto e attrito con chi la pensa diversamente: la difficile coesistenza delle democrazie. Nei regimi totalitari del XX secolo — dal fascismo al nazismo fino ai sistemi comunisti del socialismo reale — innumerevoli individui hanno trovato conforto nell’ordine imposto dallo Stato, arrivando a disprezzare la libertà, come una distorsione viziosa dell’individuo a danno della società, delle corporazioni, delle classi sociali, della stabilità e dell’ordine.
Obbedendo, denunciando e spiando vicini e colleghi, molti sperimentavano in regimi dittatoriali un senso di protezione, assenza di responsabilità e appartenenza e una conferma ad una crudele ricerca di sicurezza psicologica. Possiamo di slancio uscire dall’imperfetto e passare al presente indicativo, scrivendo che oggi nel dibattito europeo molte forze politiche e molti intellettuali da strapazzo e appunto docenti universitari attivamente impegnati come pedagoghi del male, sono pronti a cantar le lodi dei peggiori autoritarismi del XX secolo, dimenticando le condanne a morte, le persecuzioni, le deportazioni e le esecuzioni. Se ne vanno belli e ringhianti alla TV o sui social declamando il bene di autocrati eredi di Stalin o Mao. Tutto è bene laggiù in Asia, basta dimenticarsi della libertà, degli studenti di Hong Kong sbattuti in galera e dei dissidenti volati fuori da qualche finestra tra Mosca e San Pietroburgo.
Essere benvoluti dall’autorità non è solo strategia di sopravvivenza, ma risponde anche a un bisogno psicologico profondo. L’approvazione del potere diventa una conferma della propria validità, compensa fragilità, incapacità e insicurezze, garantisce un’identità e uno status senza dover assumere i rischi connessi alla libertà e all’incertezza che l’accompagna. La fedeltà conta più del merito e un concorrente può sempre esser spedito all’inferno con un’accusa di insubordinazione. L’autorità funge così da genitore onnipotente: se piaccio al potere, valgo; se valgo, sono al sicuro. La libertà, al contrario, non offre garanzie di protezione o consolazione immediata. Il paternalismo di molti leader contemporanei suona come modello ideale di chi cerca sicurezza, protezione, sottomissione, vicinanza a Dio, per scaldarsi davanti al fuoco del prevedibile, rispettando i dettami dello Stato etico e pianificatore in nome di una presunta libertà collettiva, mentre quest’ultima è la pietra tombale delle libertà individuali e dei diritti umani.
La paura del caos rappresenta un altro ostacolo. Essere liberi significa confrontarsi con molte possibilità e con l’assenza di copioni prestabiliti. Il rischio di fallire, di sbagliare, di trovarsi soli di fronte a scelte importanti spaventa. Fromm scrive della libertà come fonte di angoscia, vertigine in cui molti preferiscono non immergersi.
Eppure, il temuto caos legato alla libertà non è mai distruttivo. Al contrario è condizione necessaria per la creatività, per l’innovazione e per una scienza al servizio dell’uomo e non dedita al controllo. È lo spazio dove nasce il nuovo, dove possono fiorire idee, possibilità, cambiamenti, scoperte. Senza un caos controllato, composto di spinte tra loro anche contrapposte, non c’è humus fertile, non c’è margine per esercitare scelte, per scoprire la propria autenticità e per reinventare se stessi. Il rischio, l’incertezza e gli errori sono strumenti di crescita, non ostacoli da temere. Friedrich Nietzsche scrive come la libertà sia privilegio dei forti, mentre i deboli, per paura, si rifugiano nell’obbedire, nella sottomissione e in qualsiasi piaggeria. Perché Nietzsche li definisce forti? Perché capaci di fare dell’incertezza occasione, spazio creativo. Non a caso nei regimi autoritari assistiamo puntualmente alla morte dell’arte.
La libertà, in ultima analisi, rivela un paradosso profondo: non è sempre desiderata, perché comporta responsabilità, incertezza, concorrenza (non solo economica) e solitudine; eppure, rinunciarvi per cercare il conforto dell’autorità significa accettare una sicurezza illusoria, che limita il potenziale umano, riduce alla piaggeria dell’orrore, allo sterminio per abitudine, alla zelante crudeltà di impiegati del male. L’uomo è sospeso tra il bisogno di protezione e la possibilità di creare, tra la paura del caos e la fecondità del rischio. Solo chi osa affrontare questa vertigine può scoprire una libertà autentica, che non è assenza di vincoli, ma piena responsabilità di se stessi e del proprio destino.
Non siamo di fronte ad un bene universale garantito ed eterno, come pensiamo superficialmente, ma a un terreno di sfida. C’è infatti anche in Occidente chi rifiuta consapevolmente la libertà peomuovendo ideologie che la azzerano. Tuttavia chi abbraccia la libertà, nonostante le sfide che pone, trova l’unica possibilità di crescita autentica, di creatività e di felicità individuale. La libertà non consola, non protegge, ma mette alla prova. La sua grandezza non è circoscrivibile, come il cielo verso cui volge gli occhi la giovane donna ucraina nel maggio del 2022 a Mariupol. Non c’è altra causa per l’estremo sacrificio come scrive con chiarezza Hanna Arendt, se non la libertà contro la tirannide.
Conquistare la libertà o riconquistarla costa caro. Un punto drammaticamente chiaro per chi la difende con determinazione, la foto lo mostra, mentre è un passaggio che a noi occidentali appare sempre più sfocato, distratti come siamo dal considerare ovvio quel che ogni giorno di più rischiamo di perdere drammaticamente. Anneghiamo in una melma di narrazioni vuote, frutto della mistificazione del linguaggio, ma la realtà bussa sempre alla porta prima o poi la libertà potrebbe svanire nel nulla.
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Concordo. Ma evidenziò un fattore che si incastra molto bene nella dissertazione. I cervelli con logica mentale conservatrice rinunciano volentieri alla libertà in cambio di tutte quelle sicurezze che si citano nell’articolo. Siccome lac stragrande maggioranza degli umani nasce con un cervello con logica mentale conservatrice, si può capire perché le cose vanno in un certo modo.