
Quattordicesima puntata del dialogo a distanza tra Enrico Marani e Alessandro Tedesco. In fondo a questo articolo le puntate precedenti.
Finché la gente riesce a trasferirsi con la fantasia nel regno delle fiabe, è piena di nobiltà d’animo, di compassione e di poesia. Nel regno della vita quotidiana, purtroppo, è colma più che altro di prudenza, di sfiducia e di sospetto.
Tutto avvenne lentamente.
Milan Kundera – “Lo Scherzo”
Enrico e Alessandro tengono un interessante dialogo. Certo è basato sull’erronea convinzione che alla gente interessi la libertà, ma lo consiglio comunque.
Dino Andreani
Tra gli incontri piacevoli del fu frizzante twitter e dell’attuale funereo X annovero Mr Dino Andreani e il suo piacevole, non sono ironico, sarcasmo, che qui mi aiuta a scrivere una replica ad Alessandro Tedesco, con cui dialogo da qualche mese con piacere sul tema della libertà.
C’è un limite nel discorso teorico, nel racconto e nella narrazione. Per esempio nello scrivere di lotta alla mafia e nel fare un appostamento passando notti insonni nell’attesa, nel disagio, nella noia, nel freddo, nel nulla, che magari in un attimo diventa sparatoria e penso qui con affetto a chi me ne ha parlato. C’è quindi anche un limite nel concionare di libertà astrattamente a cui contrapporrei il masticarne crudamente l’assenza, magari tra le macerie di una palazzina o della propria vita. Questo è il motivo per cui ho grande ammirazione di chi come Stefania Battistini o Ilario Piagnerelli sta sul campo e cerca le voci e le storie che hanno visto dissolversi ogni libertà, ogni senso, ogni umanità. Il loro lavoro in Ucraina è stato per me esemplare e più di una volta mi ha commosso. A volte un equilibrio amaro riesce a sustanziarsi anche tra il racconto e la polvere della realtà e a proposito di libertà penso a “Lo Scherzo” di Milan Kundera, che ci immerge nell’oppressione comunista e nel suo sistematico cancellare ogni libertà in nome del fantasma di un presunto bene comune.
Quel limite non è un difetto morale di chi scrive o racconta, ma una soglia: il linguaggio arriva fin dove il corpo non è ancora stato messo alla prova. Le parole, quando non sono accompagnate dalla veglia forzata, dalla paura o dal non potersi lavare, rischiano di suonare come speculazioni. È lì che gli inviati di guerra con parole e immagini riportano al senso, all’essenziale.
Mi sono trovato solo una volta tra le macerie di una guerra appena finita, tra le case scavate a colpi di mitra tra cui la ex casa di Nadia che era sua, ma ora non più, perché era stato dato fuoco al catasto e adesso a casa sua vivevano altri che se l’erano presa. O Vera a cui i cecchini avevano ucciso l’unica figlia prima e il marito poi e ora campava prostituendosi di tanto in tanto. Tra quelle case e quei racconti, tra quei bambini mai lavati perché altre erano le incombenze e i giardini dei condomini piantumati di lapidi, così come i parchi pubblici, perchè nei cimiteri non c’era più posto, ho capito. Tutto può esserci tolto in poco tempo e se la marea monta e il male dilaga ben poco possiamo fare se non guardare tutto ridursi a niente. Libertà compresa.
Capire, in quei contesti, non è un atto intellettuale ma una resa alla cruda evidenza. Si smette di discutere e si inizia a constatare. Tutto appare provvisorio e fragile. La libertà, che fino al giorno prima pareva un diritto acquisito, si rivela per ciò che è: una condizione reversibile in poco tempo, continuamente negoziata con la storia.
La libertà non interessa o interessa assai poco? Sì è un dato di fatto, come lo è il nostro considerarla un accessorio di casa, un simpatico elettrodomestico, come ho già scritto. Alessandro Tedesco ci parla di Cypher e della sua ansia nello stare tra le maglie dolorose della verità, preferendogli la matrice illusoria, ma capace di una fasulla serenità. Altrettanto profondamente il mio interlocutore scrive di una “seduzione a non considerare la libertà essenziale” e direi che dalle pagine del Corriere della Sera Carlo Rovelli ha saputo darne triste ed esaustiva prova, confermando le intuizioni di Tedesco, anche se più che sedotto il fisico e opinionista sembra completamente fulminato, là dove relativizza la democrazia e minimizza la minaccia russa di rimangiarsi mezza Europa.
La tentazione della matrice, dell’illusione confortevole, non è fantascienza, ma è una rinuncia a sé. È l’idea che qualcuno possa decidere al posto nostro purché la vita resti scorrevole, prevedibile, anestetizzata, a suo modo apparentemente serena. È la rinuncia preventiva in cambio di un simulacro di pace.
Sarei però ancora più crudo nell’analizzare il disinteresse di cui scrive Dino. Scriverei di distrazione di massa, di abitudine al male e di noia per il bene e alla fine anche di complicità e vigliaccheria diffuse. Possiamo dire di essere più tranquilli in questo lento sfiorire e svanire della libertà? Chi vive sotto il giogo di un autocrate vive forse nella serenità e nell’assenza di preoccupazioni o incombenze? Non sembra proprio, viste le centinaia di migliaia di Russi, oltre il milione per alcuni, da annoverare tra i morti o i feriti della guerra d’invasione dell’Ucraina: carne da cannone. Alla fine il disinteresse occidentale per la libertà assomiglia molto a scialba distrazione e idiozia diffusa. Nuotiamo in un vuoto edonismo da strapazzo o aspiriamo a nuotarci, che è forse peggio, visto che senza quattrini, si sa, l’edonismo è una grossa fregatura.
La vigliaccheria di cui parliamo non è quasi mai esplicita, è fatta di morale ad uso mediatico, di indignazione a tempo determinato e a doppio registro come tra l’invasione dell’Ucraina e la guerra in Medio Oriente, di analisi che non producono conseguenze, di svuotamento del significato a fondamento delle parole poi usate a sproposito e di silenzi che pesano come macigni. È un clima culturale che normalizza l’inaccettabile e archivia l’orrore come rumore di fondo.
Se intendiamo la libertà come un ecosistema sociale, un habitat, dove i diritti sono parametri che permettono l’iniziativa individuale nella cultura e nell’arte, nella politica e nell’economia, nelle scienze e nell’innovazione tecnologica, qualcosa si sta ammalorando nella fascinazione per i dittatori del XXI secolo, che tanti proseliti fanno in occidente. Nella contemporaneità questo habitat è considerato alla stregua di un ornamento, un orpello.
Come ogni ecosistema, anche questo può degradarsi lentamente, senza che ce ne accorgiamo subito. Basta togliere un diritto qui, una garanzia là, in nome dell’efficienza o della sicurezza, di una seducente serenità vuota di domande, di una diplomazia improbabile, perché l’habitat necessario alla libertà diventi progressivamente inospitale. Un deserto.
Torno alle macerie di Mostar, agli odori spiacevoli di quell’immediato dopoguerra in cui si sparava ancora, ai mutilati per le mine antiuomo, alla cattedrale ortossa della citta ridotta a piramide di macerie minute, come se fosse stata masticata dall’odio di una bestia enorme, al ponte simbolo della città preso a cannonate, alle famiglie e alle coppie separate dalla guerra perché di etnie diverse: era infatti sparita anche la libertà di amare, cancellata anche quella. Perché quando si esce dal racconto e si entra nella polvere, dove stanno i pidocchi, le pulci e le cimici dei letti, tutto prende un’altra piega e l’assenza di libertà è anche questo schifo, non solo la promessa traballante di un ipermercato eterno e sempre disponibile, qualsiasi sia il piacere che vogliamo concederci, compresa la famosa bistecca di Cypher.
La polvere, a differenza delle parole, non mente. Si aggrappa ai vestiti, ci segue, ci ricorda che la libertà non è un concetto astratto ma è anche una condizione materiale fatta di pulizia, sicurezza, cibo, calore, amore, possibilità di cui spesso ci accorgiamo quando sono già svanite.
Non sempre l’ignoranza è una benedizione. Quasi mai.

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