
Dodicesima puntata del dialogo a distanza tra Enrico Marani e Alessandro Tedesco. In fondo a questo articolo le puntate precedenti.
La libertà non è un dono, è un compito.
Hanna Arendt
L’angoscia è la realtà della libertà come possibilità.
S. Kierkegaard
Meglio vivere sotto il governo di Putin che combattere.
Studenti tedeschi durante una manifestazione contro la leva obbligatoria
Proseguendo in questo esercizio di pensiero sulla libertà con Alessandro Tedesco, vorrei partire da un paradosso: mai come oggi, in Occidente, la libertà è stata formalmente garantita, e mai come oggi appare scontata, percepita come un bene stabile, automatico, quasi dovuto, confortevole, come il riscaldamento d’inverno e l’aria condizionata d’estate.
È una condizione che si dà per certa, abituale, proprio nel momento storico in cui la distanza dagli ultimi cataclismi del Novecento — guerre, totalitarismi, stermini — è diventata talmente ampia da impigrire la memoria. I testimoni si assottigliano, anzi ormai sono scomparsi, il ricordo vivo evapora e ciò che rimane viene assorbito nella dimensione astratta della storia.
E così la libertà, separata dall’esperienza della sua negazione, diventa fragile proprio perché invisibile, come un’aria che si respira senza avvertirne la necessità vitale. Eccoci così agli studenti tedeschi che auspicano di finire sotto a Putin piuttosto che trovarsi la leva obbligatoria tra i piedi. L’euristica tribale di cui parla Alessandro Tedesco nel suo articolo, rimanda anche a miei passati pensieri, ma qui propongo un passo in direzione della tribù dell’inconsapevolezza.
Come mai la manipolazione riesce così semplice con gli occidentali? Cosa ci rende così molli alla penetrazione di dittatori e burattinai mediatici? Un desiderio di fondo ci abita: non avere responsabilità ed evitare ogni sacrificio.
Questa fragilità non è un’invenzione retorica: è inscritta nella struttura stessa dell’esistenza, come ci ricorda Heidegger, per il quale l’uomo è un “Esserci” gettato nel mondo, aperto alle proprie possibilità ma sempre esposto alla nullità, alla finitezza, alla caduta, alla mediocrità. La libertà, in questa prospettiva, non è un diritto che si possiede, una datità, ma un modo di essere che può continuamente sgretolarsi se non viene assunto come oggetto di cura.
E la distanza dai traumi del passato indebolisce questa assunzione, perché l’angoscia che dovrebbe spingere a scegliere autenticamente si trasforma in un benessere anestetizzante. Kierkegaard lo aveva intuito con lucidità: l’angoscia della scelta è costitutiva della libertà, e proprio per evitare quell’angoscia l’uomo tende a rifugiarsi nel conformismo, nella delega, nella comodità di non scegliere davvero.
Come scrive Alessandro Tedesco, “accettiamo una ‘pragmatica di parte’: un codice linguistico che esiste solo per collocarci in uno schieramento. La lingua non serve più a capire: serve a riconoscerci”. Evitiamo la scelta, ci teniamo alla larga dal dilemma che ci impone, da quella angoscia di cui parla Kierkegaard. Dove l’angoscia viene rimossa, la libertà viene banalizzata nello schierarsi, nel dichiararsi passivamente appartenenti a questo o a quello; dove è banalizzata, è già esposta alla sua erosione, ormai fatto conclamato nella nostra contemporaneità.
Hanna Arendt aggiunge un tassello fondamentale: la libertà non è semplicemente una condizione interiore, ma uno spazio condiviso di parola e di azione. Se la memoria, la narrazione comune e il mondo pubblico si indeboliscono, la libertà svanisce come fatto politico. E oggi proprio questo indebolimento, lento e diffuso, è reso più facile dalla scomparsa di coloro che hanno conosciuto il volto della tirannide e dalla nostra crescente difficoltà a riconoscere le forme subdole e progressive con cui il potere può restringere il campo dell’agire.
Così la libertà sembra un dato ovvio, un elettrodomestico, comodo certo, ma di cui si può fare anche a meno e, se si guasta, compreremo qualcos’altro. Quel che consideriamo ovvio lo difendiamo meno: questo è il punto in cui la scontatezza diventa un varco aperto alle minacce, alle contaminazioni, alle intromissioni e infine alla sottomissione.
Kant ci accompagna nell’altra metà di questo ragionamento. Se la libertà è l’essenza dell’autonomia morale, allora essa non è mai garantita una volta per tutte, ma richiede vigilanza, esercizio, uso pubblico della ragione. Senza tale vigilanza — personale e collettiva — la libertà si trasforma in pura facoltà formale: si può essere liberi per legge e schiavi nella mente, o dipendenti dai meccanismi sociali che orientano il desiderio, il consenso, il giudizio.
E qui il pensiero corrosivo di Augusto Del Noce si innesta in modo quasi naturale: nella società del benessere, che promette appagamento immediato, l’uomo si percepisce libero perché può scegliere tra consumi vari ed eventuali, ma smette di interrogarsi sulla verità, sul bene, sul significato del suo stesso agire. La scontatezza della libertà diventa allora una costruzione culturale: la si considera eterna e intercambiabile perché la si confonde con il piacere, con il comfort, con la possibilità di decidere tra alternative superficiali. È un inganno morbido, non violento, tanto più efficace quanto più è invisibile.
Ed è in questa convergenza tra filosofi che la fragilità della libertà viene delineata con estrema chiarezza. Essa è fragile perché esposta al tempo, al linguaggio, alla memoria collettiva; fragile perché richiede coraggio e responsabilità; fragile perché non coincide con il benessere; fragile perché l’uomo stesso, per sfuggire all’angoscia della scelta, tende a disfarsene.
In particolare è fragile perché, una volta considerata scontata, non viene più difesa, né esercitata, né capita: viene solo distrattamente fruita. La scontatezza genera inerzia; l’inerzia apre spazi a poteri avversi, alla manipolazione culturale, alle derive autoritarie mascherate da normalità, a quella distopia in cui è impossibile stare nella complessità, come ha ben delineato nel suo articolo Alessandro.
Per questo oggi la libertà non è solo minacciata da forze esplicitamente tiranniche, ma anche dalla nostra incapacità di percepirne il valore. Senza la memoria viva dei momenti in cui è stata spezzata, senza l’angoscia che la fonda, senza la responsabilità che la sostiene, senza il pensiero critico che la orienta, la libertà può essere tolta non con un colpo di forza, ma con un lento scivolare nel nulla.
Ed è proprio questo il pericolo: che ci venga sottratta mentre continuiamo a credere di averla.
La libertà sopravvive solo se ci accorgiamo della sua non scontatezza e se assumiamo la responsabilità di custodirla, come le Vestali custodivano il fuoco sacro. Oggi, forse, è proprio questa responsabilità che manca?
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Mi permetto di aggiungere, all’ultimo capoverso, la “volontà di difenderla” anche a costo di dolorose scelte per compiere il vero sacrificio di uomini liberi: impedirne la fine. Mi ha colpito il passaggio in cui si ventilava, come causa del mancato apprezzamento odierno della Libertà, la lenta scomparsa della memoria degli “ismi”, come naturalmente accade con i testimoni/superstiti della Shoah, per dirla con le parole di Hanna Arendt: (omissis)…la narrazione comune e il mondo pubblico si indeboliscono, la libertà svanisce ….. questo indebolimento, lento e diffuso, è reso più facile dalla scomparsa di coloro che hanno conosciuto il volto della tirannide e dalla nostra crescente difficoltà a riconoscere le forme subdole e progressive con cui il potere può restringere il campo dell’agire…(omissis).
Grazie dell’articolo