
Nei circuiti del potere, le notizie raramente nascono nei titoli. Prima arrivano i sussurri. Sussurri che non odorano di fantasia, ma di petrolio, di forza e di scambio. A volte questi mormorii diventano così coerenti e convergenti da non poter più essere liquidati come semplici voci. Diventano piuttosto l’espressione nuda della logica politica del XXI secolo: la politica delle garanzie, non quella degli ideali o della democrazia.
È in questo quadro che vanno lette le indiscrezioni che circolano oggi sul Venezuela. Secondo molti analisti, nella competizione per attirare l’attenzione di una Washington a trazione trumpiana, non sono le figure simboliche o moralmente irreprensibili ad avere maggiori chance, bensì gli attori pragmatici, i negoziatori, coloro che sanno mettere sul tavolo contropartite concrete.
In questo racconto, il Premio Nobel e il capitale etico impallidiscono di fronte alla promessa di accesso al petrolio, a contratti miliardari, al ritorno delle grandi compagnie statunitensi nel cuore di Caracas.
Il valore di una nazione non viene misurato attraverso la sofferenza del suo popolo, ma attraverso l’estensione dei suoi giacimenti. Gli eroi morali arretrano, i mediatori avanzano.
È in questo contesto che l’uscita improvvisa “protetta” di María Corina Machado dal suo rifugio in Venezuela ufficialmente per ricevere un riconoscimento internazionale , assume i contorni di un segnale d’allarme più che di una vittoria.
Il messaggio è chiaro: la politica americana non aspetta i simboli, né si lascia guidare dall’emozione. Se esiste il timore che una figura iconica possa incendiare le piazze, scatenare mobilitazioni incontrollabili e sottrarre il processo negoziale al controllo, la soluzione è semplice: una rimozione morbida del simbolo e l’avvio di un dialogo duro con chi detiene le leve reali del potere.
Da questa prospettiva, anche una conferenza stampa di Donald Trump assume un significato diverso: basta una frase per estromettere un volto dalla scena, e una telefonata per legare il destino di un Paese al colloquio tra il Segretario di Stato americano e un funzionario “operativo” del regime. In questo caso, leggasi: Delcy Rodríguez, vicepresidente del Venezuela chavista. Questa politica non è né buona né cattiva. È semplicemente ciò che è: spietata, trasparente, priva di ipocrisie.
Il vero pericolo, però, si trova a migliaia di chilometri di distanza. Si chiama Iran.
Se oggi, in Venezuela, la promessa di accesso alle risorse energetiche rappresenta la chiave per entrare nelle stanze decisionali di Washington, domani la stessa logica potrebbe essere applicata al dossier iraniano.
A quel punto, la domanda cruciale sarebbe inevitabile: chi, con quale legittimità e a nome di chi si arrogherà il diritto di negoziare sul petrolio, sul futuro politico e sul destino di un’intera nazione?
È qui che scatta l’allarme. Coloro che fantasticano di consegnare, “al momento opportuno”, la Guida Suprema Ali Khamenei nelle mani degli Stati Uniti, farebbero bene a non includere, come anticipo, anche l’industria e la risorsa petrolifera iraniana. Perché quando la politica si trasforma in un mercato, ogni aspirante leader dell’opposizione può essere tentato di mettere all’asta una porzione sempre più ampia del futuro del Paese pur di ottenere il favore delle potenze straniere.
L’esperienza venezuelana parla chiaro: le grandi potenze e Donald Trump più di chiunque altro , non firmano accordi con i simboli: firmano accordi con le garanzie. E se l’opposizione iraniana, invece di fondarsi sul consenso popolare, cercherà la propria legittimità promettendo la svendita delle risorse nazionali, non sarà poi così diversa dal sistema che dichiara di voler abbattere.
Una politica senza etica è pericolosa. Ma un’etica senza lucidità è una forma di suicidio politico.
Oggi più che mai, l’opposizione iraniana ha bisogno di una linea rossa invalicabile: nessuna trattativa sul petrolio, nessuna ipoteca sul futuro di un popolo in cambio del sorriso di un presidente alla Casa Bianca.
Se davvero si vuole costruire un domani diverso, bisogna dirlo ad alta voce, fin da ora: l’Iran non è il Venezuela. E il popolo iraniano, così come le sue risorse naturali, non saranno la moneta di scambio di nessuno.
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Se mantieni una postura ostile alla diplomazia e alla politica estera americana e fai accordi unilaterali con potenze e soggetti in aperto conflitto col mondo occidentale (conflitto in Ucraina, guerre proxy regionali, guerre ibride), allora sarà difficile non ottenere una particolare attenzione da parte degli Usa. Non si tratta solo di risorse da sfruttare, perché gli americani penso abbiano capito da tempo che non è semplice occupare e governare un Paese senza un ampio consenso popolare e delle classi più influenti e agiate.