

In occasione della Giornata del Lutto, che dal 1919 commemora in Germania tutte le vittime di guerre, il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha tenuto un discorso a Berlino, presso il Bundestag. Naturalmente il Capo dello Stato ha ricordato le guerre in corso sul suolo europeo, il bisogno di pace e il rispetto del diritto internazionale. Vorrei isolare una parte del discorso, che ritengo particolarmente significativa, sebbene, a prima vista, possa risultare scontata.
A un certo punto, Mattarella ha detto: “Memoria delle atrocità dell’uomo nel passato e dolore profondo per quelle presenti ci obbligano a un esercizio di consapevolezza: la pace non è un traguardo definitivo, bensì il frutto di uno sforzo incessante, fondato sul raggiungimento di valori condivisi e sul riconoscimento della inviolabilità della dignità umana di ogni persona, ovunque”. Se prestiamo attenzione al periodo, emerge come l’alto valore della pace, per Mattarella, sia fondato in un altro principio, che lo precede sorreggendolo: la dignità della persona umana. Da ciò discende, per logica conseguenza, il divieto di definire “pace” ogni assetto sociale e internazionale in cui siano lesi i diritti umani fondamentali, pur in assenza di effettivi scontri a fuoco tra eserciti.
Si tratta di un’idea estremamente esigente di pace, che però trova riscontro, tra gli altri, in uno dei punti di riferimento classici della cultura del cattolicesimo democratico, il filosofo francese Emmanuel Mounier e padre del personalismo, certamente noto al Presidente della Repubblica. Nel suo “I cristiani e la pace”, pubblicato nel 1939, l’intellettuale scriveva che “circa il significato della parola pace e soprattutto pace cristiana prospera l’ambiguità”. La pace, secondo Mounier, sarebbe compromessa non solo dai guerrafondai ma anche dall’“imbelle pacifismo” che vuole evitare la guerra a prezzo di una “totale sconfessione di tutti i valori”.
In tale scia, Mounier dichiarava la propria opposizione all’esito della Conferenza di Monaco del ’38, in cui prevalse la politica di appeasement verso la Germania nazista: “La parola pace significa oggi, per la maggior parte degli uomini, assenza di guerra armata; Monaco ha salvato la pace significa: i fucili non hanno sparato […] Questo pacifismo, nel settembre del 1938, non aveva a cuore la giustizia dei Sudeti, né quella dei Cechi, né quella dei Trattati, né quella delle loro vittime, né l’ingiustizia della guerra, ma aveva una sola ossessione: che non si interrompessero i suoi sogni di pensionato”. Se i diritti umani elementari non sono rispettati, si potrà avere solo una pace apparente che, in certe condizioni, può essere “un male spiritualmente equivalente a quello della guerra”.
Certo, concede Mounier, in determinate circostanze è possibile accettare una pace ingiusta come male minore, purché sia chiaro che tale accettazione comporta comunque una mortificazione morale. La qualità della pace si misura da quanto di umano riesce a salvare. Affermare che una pace nell’ingiustizia sia meglio di una lotta per la giustizia “è diametralmente all’opposto del sistema dei Diritti dell’Uomo”, ha detto Charles Péguy, citato da Mounier.
Da quanto detto, Mounier trae una conseguenza solo apparentemente paradossale: una riflessione davvero utile alla pace non farà della pace il proprio assoluto. La “pace a ogni costo”, infatti, può mortificare il rispetto dei diritti umani. La pace è “un regno personale”, scandisce il filosofo, e dunque il valore assoluto da porre al centro è quello della persona e dell’insieme dei suoi diritti.
In questa prospettiva, il richiamo di Mattarella, nella sua brevità, ci ricorda di recuperare la misura esigente della pace propria del personalismo: una pace che non coincide con il silenzio delle armi, ma con il riconoscimento concreto della dignità umana. È questo il punto che Mounier rende evidente: quando la pace diventa un fine assoluto, rischia di tradire sé stessa, perché può trasformarsi in complicità con l’ingiustizia.
Certo, accanto a questo ideale regolativo, resta la fatica del mondo reale. La politica internazionale è fatta di compromessi, rapporti di forza, decisioni imperfette. Non sempre è possibile ottenere subito una pace “giusta”; talvolta occorre accettare soluzioni transitorie, parziali, persino insoddisfacenti. Tuttavia, proprio l’esistenza di un principio superiore – la dignità umana come misura ultima – impedisce di scambiare questi accomodamenti per approdi definitivi, e aiuta a provare un po’ di rispetto in più per chi è costretto a degradare la propria umanità impugnando un fucile, perché l’alternativa sarebbe una degradazione più grande.
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