Non avendo io né i titoli né la scienza di taluni accademici che sfornano a profusione previsioni sull’andamento e sull’esito finale dei conflitti in corso tra russi e ucraini e tra israeliani e Hamas, dico subito che non so come andranno a finire e chi ne uscirà vincitore.
Vorrei però soffermarmi sulla distanza che separa la realtà sul campo dal chiacchiericcio pubblico occidentale, alimentato dai politici, dagli esperti, dai giornalisti che poi rotola in ultima istanza dentro i social. Da un lato leader che prendono decisioni impegnative per il presente ed il futuro dei loro concittadini, dall’altro un grande torneo di Risiko, per giunta giocato da molti con i dadi truccati.
Beninteso, molte decisioni prese dalle classi dirigenti di Ucraina e Israele non sono esenti da critiche anche molto severe. Ma quelle decisioni e gli atti conseguenti debbono essere per forza associati ad un contesto in cui quegli stati corrono il pericolo concreto di essere spazzati via da nemici crudeli e senza scrupoli.
E non si può fare a meno di notare come l’impostazione del dibattito pubblico cui assistiamo impotenti da mesi e mesi sia subito deragliato dal piano della realtà. Maratone di parole sulle colpe della Nato e le ragioni dei russi o sull’atavica colpa d’Israele di aver rubato la terra ai legittimi proprietari saranno forse utili a fornire dotte ricostruzioni sui conflitti (e a parer mio neanche lo sono) ma hanno utilità zero rispetto ai problemi concreti che Ucraina e Israele debbono fronteggiare. Senza contare che, senza dover ricorrere a sofisticati strumenti conoscitivi, molte analisi presentate come accademiche e neutrali, tali non sono.
E per inciso, spero sia evidente che il punto di vista di coloro che vorrebbero vedere trionfare Putin e cancellare dalle mappe Israele, almeno per chi scrive è legittimo ma del tutto irrilevante.
Chiuso l’inciso, si provi ad immaginare se Zelensky, la notte del 24 febbraio 2022, mentre le truppe russe invadono l’Ucraina con l’intento di farlo fuori, avesse chiamato per un consulto uno dei nostri brillanti esperti televisivi di geopolitica. E che quello gli avesse sciorinato tutta la tiritera sulle colpe della Nato e sul genocidio del Donbass. Sarebbe stata una scena degna dei Monty Python.
Ma anche oggi, di fronte alla fin qui brillante operazione d’infiltrazione in territorio russo, c’è chi, impegnato nel suo domestico torneo di Risiko, pontifica e storce il naso. E vorrebbe anche essere preso sul serio. Per non dire d’Israele che da 80 anni è circondato da stati e movimenti vari che vorrebbero cancellarlo dalla faccia della terra, preferibilmente con le cattive. E qui molti risikanti si baloccano sulle ragioni di tale ostilità che finiscono per essere tutte in capo a Israele e alla sua esistenza. Cosicché anche l’inutile massacro del 7 ottobre “verrebbe da lontano”. Bene e quindi? Convinciamo gli israeliani a riaprire le frontiere per vedere se questa volta riescono a farli fuori tutti? Deportiamo gli israeliani in qualche località esotica? Cosa dovremmo farcene delle vostre analisi tese a dimostrare che in fin dei conti ce la siamo andata a cercare?
Per il loro bene, ed ecco la distanza tra realtà e chiacchiericcio da cui sono partito, Ucraina ed Israele non hanno né tempo né interesse ad unirsi al nostro chiacchiericcio perché hanno priorità più urgenti da sbrigare. E posso capire che la circostanza causi un po’ di frustrazione ai nostri esperti abituati a concionare sotto ai riflettori.
Che poi lo stiano facendo bene o male e che la lotta per sopravvivere sia efficace o meno sarà solo il tempo a dircelo. Non certo lo stucchevole ed irrilevante torneo di Risiko.
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