

La crisi con l’Iran mette a nudo le fragilità dell’alleanza atlantica: tra divisioni europee, aumento dei costi energetici e il disimpegno americano di Donald Trump, emerge il rischio di un’Europa incapace di agire come soggetto geopolitico e sempre più esposta alle dinamiche globali.
Qualche giorno fa, il Presidente Mattarella ha ricordato che «l’Alleanza Atlantica costituisce un insuperato baluardo di pace e un irrinunciabile foro di dialogo» ed è necessario cercare di preservarne le fondamenta e l’efficienza.
Il suo richiamo è stato sicuramente saggio e opportuno, perché mai come oggi l’esistenza della NATO è stata in pericolo. Dopo l’elezione di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti, l’attuale conflitto con l’Iran sembra infatti aver ulteriormente acuito le divergenze all’interno di un patto difensivo che ha garantito la sicurezza dell’Occidente e la sopravvivenza della democrazia per circa ottant’anni.
C’è un dato che dovrebbe bastare, da solo, a chiarire la portata del problema: nel giro di poche settimane di crisi legata all’Iran, i prezzi dell’energia in Europa sono aumentati fino al 70% per il gas e al 60% per il petrolio, con un aggravio immediato di circa 14 miliardi di euro sulla bolletta energetica dell’Unione.
Non si tratta di una fluttuazione ordinaria dei mercati, ma dell’effetto diretto di un conflitto geopolitico che colpisce uno dei nodi vitali dell’economia globale, lo Stretto di Hormuz.
Da questo punto di vista, sostenere che l’Iran stia producendo un danno serio all’economia europea non è un’opinione, ma una constatazione empirica. Il blocco, o anche solo la minaccia di blocco, delle rotte energetiche ha effetti immediati sull’inflazione, sulla competitività industriale e sul potere d’acquisto delle famiglie europee.
Lo si vede già nel Regno Unito, dove il conflitto ha fatto aumentare sensibilmente il costo della vita, con carburanti oltre le soglie psicologiche e bollette in forte crescita.
Se questo è il dato economico, il punto politico è ancora più delicato. L’Europa avrebbe, in linea teorica, pieno diritto di difendere i propri interessi strategici nell’area.
Non si tratta necessariamente di un intervento militare diretto, ma di una presenza credibile, di una capacità di deterrenza, di una strategia comune. In altre parole: di essere un soggetto geopolitico.
E qui emerge la frattura. L’Europa non è riuscita, o non ha voluto, agire come tale.
Da un lato pesa una cultura politica diffusa che potremmo definire, senza eccessi polemici ma con realismo, pacifista in senso debole: non il pacifismo come scelta strategica consapevole, ma come rinuncia preventiva all’uso della forza anche quando sono in gioco interessi vitali.
Questo orientamento, radicato in ampi settori dell’opinione pubblica e della classe dirigente, ha reso politicamente difficile qualunque coinvolgimento significativo nella crisi iraniana.
Dall’altro lato pesa la divisione interna. I Paesi europei hanno reagito in ordine sparso: alcuni hanno rifiutato l’uso delle proprie basi, altri hanno limitato il supporto logistico, altri ancora hanno assunto posizioni apertamente divergenti.
Il risultato è stato quello che spesso accade nella storia europea: una pluralità di voci che, nel loro insieme, producono una sostanziale irrilevanza.
Questa combinazione di debolezza strategica e divisione politica ha avuto un effetto preciso nel rapporto con gli Stati Uniti: ha fornito a Donald Trump un argomento potente per rilanciare quella messa in discussione della NATO che sembra costituire, insieme alla sconfitta del progetto di un’Europa unita, l’obiettivo principale della sua politica estera durante questo secondo mandato, tanto che anche il suo recente becero attacco verso il Pontefice sembra andare in questa direzione.
Ancora prima di quest’attacco, infatti, Trump aveva esplicitamente collegato il suo giudizio sull’Alleanza alla mancata partecipazione europea alla crisi iraniana, arrivando a definire la NATO una “tigre di carta” e a dichiarare di valutare seriamente un’uscita degli Stati Uniti.
Non si tratta più di una provocazione isolata, ma di una linea politica coerente: gli Stati Uniti non intendono più garantire automaticamente la sicurezza di alleati che, a loro giudizio, non condividono i costi delle crisi globali.
Le notizie più recenti confermano questo quadro. Trump ha accusato esplicitamente gli alleati europei di non aver sostenuto lo sforzo militare contro l’Iran e ha lasciato intendere che il futuro dell’impegno americano nella NATO dipenderà da questo tipo di comportamento.
Allo stesso tempo, diversi Paesi europei hanno rifiutato un coinvolgimento diretto nel conflitto, anche per ragioni di consenso interno.
Si crea così un circolo vizioso. L’Europa, per ragioni politiche e culturali, evita un ruolo attivo; questa assenza rafforza negli Stati Uniti, o almeno in una parte della leadership e dell’elettorato americani, la convinzione che l’alleanza sia squilibrata; tale convinzione viene utilizzata per giustificare un progressivo disimpegno; il disimpegno, a sua volta, rende l’Europa ancora più vulnerabile e meno capace di agire autonomamente.
In questo senso, la crisi iraniana non è solo una crisi regionale: è un banco di prova della capacità dell’Europa di esistere come soggetto politico. E, per ora, il risultato non è incoraggiante.
C’è poi un ultimo elemento, forse il più paradossale. Nel momento storico in cui Stati Uniti ed Europa avrebbero più bisogno l’uno dell’altra, di fronte a un sistema internazionale sempre più segnato da potenze autocratiche, dittature criminali e da una crescente instabilità, le dinamiche interne dell’Occidente stanno producendo l’effetto opposto: una progressiva disarticolazione dell’alleanza.
In questa prospettiva, l’Iran non è la causa principale di una disarticolazione o di una frattura, ma un detonatore, e un detonatore che Trump ha azionato con molta disinvoltura, nonostante coinvolgesse sia la Cina sia l’Iran, ovvero due dei principali alleati di Putin.
Questo fa sorgere qualche sospetto circa la possibilità di un accordo preventivo tra il Presidente americano e il capo del Cremlino, ben consapevole delle divisioni che una simile guerra avrebbe potuto creare all’interno della NATO e dell’Unione europea.
In questa circostanza si sono infatti potute percepire in modo ancora più chiaro le difficoltà dell’Europa a riconoscersi in una politica estera comune e a tutelare i propri interessi economici e strategici, la cui difesa può talvolta richiedere anche la partecipazione a una guerra contro un Paese che – e non si tratta di un dettaglio irrilevante – stermina sistematicamente da mesi il proprio popolo.
Rinunciando a contribuire alla liberazione dello Stretto di Hormuz, l’Europa ha scelto non di evitare il conflitto, ma di subirlo, fornendo a Trump un argomento che potrebbe ulteriormente indebolirla in futuro.
Ma se non colmerà presto questa distanza tra le proprie capacità decisionali e la tutela dei propri interessi economici e geopolitici, il rischio che dovrà correre non sarà solo quello di pagare bollette energetiche più alte, ma anche quello di diventare, progressivamente, un oggetto della storia altrui e un attore comprimario della propria.
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L’articolo è molto interessante e centra con lucidità la fragilità dell’alleanza atlantica e l’incapacità europea di agire come soggetto geopolitico. A mio avviso, l’attuale disorientamento dell’Europa non è solo il frutto di una crisi d’identità politica o di un pacifismo debole, ma anche il riflesso di una ridefinizione degli equilibri strategici da parte americana, condotta in un contesto di crescenti tensioni globali. Mentre la NATO discute sugli equilibri interni, sul campo emerge una strategia coerente: l’amministrazione Trump non sembra puntare a un nuovo “Iraq 2.0” con occupazione di terra, bensì a una pressione mirata sull’economia iraniana attraverso lo Stretto di Hormuz. L’obiettivo principale appare quello di erodere il flusso di greggio a basso costo verso la Cina, indebolendo così indirettamente il principale rivale strategico degli Stati Uniti senza un grande impegno di truppe americane. In questo scacchiere, l’irrilevanza dell’Unione Europea risulta ancora più evidente osservando gli assetti del Levante: in Siria, il governo Al-Sharaa, fragile e concentrato sulla sopravvivenza, sta cercando un pragmatismo verso l’asse sunnita e un cauto coordinamento con Washington; in Libano, il Paese è al punto di rottura, con l’esasperazione di fazioni cristiane e sunnite contro Hezbollah che rischia di sfociare in una frammentazione incontrollabile e in nuove ondate migratorie che l’Europa, già divisa e debole strategicamente, finirebbe per subire passivamente. L’Europa non può più permettersi di restare una spettatrice attonita. Le istituzioni e gli Stati membri hanno contribuito a questo circolo vizioso attraverso le divisioni interne, i rifiuti di un impegno concreto e una cultura politica che rende difficile l’assunzione di responsabilità collettive quando sono in gioco interessi vitali. Scegliere di subire il conflitto invece di contribuire a gestirlo significa, per l’Unione, accettare che il proprio destino energetico, geopolitico e di sicurezza interna venga deciso prevalentemente sull’asse Washington-Gerusalemme-Riad. Il rischio non è solo una bolletta energetica insostenibile, ma la definitiva uscita dell’UE dalla cabina di regia della storia contemporanea.
Concordo pienamente con la sua analisi, chiara, lucida e molto bene argomentata. Speriamo che l’Europa si svegli, magari decidendo di nascere politicamente, prima che sia troppo tardi.
Non era necessaria una partecipazione al conflitto della Nato. Era opportuna una partecipazione al conflitto per liberare lo stretto di Ormuz da parte degli alleati europei degli Stati uniti. Non c’è stata, e credo si sia fatto un grande favore a Trump, a Putin e al’Iran Contemporaneamente, cioè tre piccioni con una fava, tanto per riciclare un vecchio detto.
Per liberare lo stretto devi partecipare al conflitto e magari mettere in un angolo l’Iran per poter avere successo. Quindi indebolirlo militarmente e subire eventuali attacchi con relative perdite, cosa che i Paesi europei vorrebbero evitare.
La questione della Groenlandia e le tensioni sui dazi dopotutto non hanno proprio aiutato a creare un grande rapporto tra gli Stati Uniti e i Paesi europei, anche se da questa situazione a perderci di più sono questi ultimi.
Che sia un momento pessimo nella storia delle relazioni transatlantiche non c’è dubbio. Credo che l’Europa, nonostante tutto, avrebbe dovuto fare il possibile per non fornire a chi negli Stati Uniti potrebbe avere ancora la tentazione di votare per Trump, di farlo di nuovo.
Prima della guerra all’Iran la popolarità di Trump tra gli elettori indecisi stava già scendendo. Con la guerra e le minacce dirette al popolo iraniano poi le cose sono peggiorate anche tra gli elettori repubblicani e vicini ai Maga.
Solo una rapida risoluzione del conflitto potrebbe cambiare qualcosa, ma al momento non sembra possibile.
Da parte dei democratici la situazione dei candidati non sarebbe poi così positiva, considerando che estremisti e radicalizzati stanno aumentando il loro consenso e influenzano le scelte nel partito. Già con Biden questo stava avvenendo.
Lo scenario generale è quello che lei descrive, ma temo che Trump possa ora giocare anche sul tema mediatico del tradimento degli alleati europei, facendo leva su un certo antieuropeismo da tempo piuttosto attivo negli Stati Uniti
Mi pare che l’articolo non ponga bene in evidenza che la NATO è un’alleanza difensiva. La guerra è stata iniziata dagli USA senza alcun coinvolgimento preventivo degli Stati europei i quali sopportano la gran parte delle conseguenze economiche.