

È un’illusione credere che siano mai stati i fatti, da soli, a guidare il giudizio umano. Ciò che oggi ci inquieta è piuttosto la sensazione che essi abbiano smarrito del tutto la loro forza orientativa, come se non riuscissero più a trovare posto in un racconto comune. È in questa incertezza, discreta ma profonda, che affiora la vulnerabilità delle nostre democrazie.
Il discorso pubblico è ormai suddiviso in diverse fazioni che, paradossalmente, si affrontano a suon di fatti, e questo non fa altro che aumentare la tensione: se l’altro rifiuta di riconoscere ciò che a me sembra oggettivo come la forza di gravità, allora la sua perversione è massima e l’unica scelta che mi resta è “asfaltarlo” (come si dice nel lessico triviale del social).
Viviamo un tempo in cui crescono gli interdetti reciproci, le esclusioni polemiche, i boicottaggi, le accuse incrociate di malafede. Intendiamoci: i fatti ci sono eccome. Tuttavia, se ognuno pretende di avere ragione e per ottenerla esibisce esattamente dei “fatti”, allora il mero richiamo ai dati empirici probabilmente non basta. Sarebbe ingenuo, insomma, imputare il disordine attuale a una semplice rinuncia collettiva alla verità oggettiva.
La scena è più complessa: è il campo stesso della “comprensione” ad aver subito uno smottamento. L’impalcatura entro cui i fatti trovavano il loro significato decentemente condiviso si è incrinata e ha, per così dire, spostato la griglia interpretativa. Per questo espressioni che fino a pochi anni fa avrebbero fatto scattare una sanzione sociale pesante, oggi sono ammesse: pensiamo alla libertà con cui, nella mediasfera, possano essere riesumati vecchi pregiudizi antisemiti, o alla facilità con la quale perfino accademici titolati mettono sullo stesso piano democrazie e dittature, leader europei democraticamente eletti e autocrati illiberali.
Queste e altre posizioni sono sempre esistite: fino a poco tempo fa, però, restavano ai margini. Erano eresie che il sistema sopportava abbastanza bene. Oggi, invece, sono moneta corrente. La questione, ovviamente, è studiata da tempo. Tuttavia acquista un’importanza ulteriore se connessa al problema della cosiddetta “guerra cognitiva”, vale a dire l’insieme delle strategie volte a influenzare o manipolare le opinioni di una società per orientare percezioni, giudizi e comportamenti senza ricorrere alla forza fisica, favorendo destabilizzazione e polarizzazione.
Ora, non è affatto errato, in un’epoca segnata dalla manipolazione sistematica dell’informazione, sostenere che la democrazia debba difendersi. Vi è, difatti, una guerra – mossa in questi anni dalla Russia all’area europea – che non mira direttamente alle istituzioni, ma alla mente che le sorregge; una guerra che non rovescia governi (almeno non in modo classico), bensì disarticola la capacità umana di articolare giudizi stabili.
È la guerra cognitiva, appunto: una lenta corrosione delle strutture interpretative attraverso cui ogni individuo, consapevole o no, ordina il mondo. È in questo scenario che diventa prezioso, credo, il richiamo alle “cornici interpretative”. Finché ci muoviamo nell’alternativa tra un realismo oggettivista e un relativismo ermeneutico, non utilizziamo le lenti giuste, a mio avviso, per inquadrare il problema.
La cornice interpretativa è quella trama silenziosa di precomprensioni, di codici condivisi, di criteri del discutere che consentono a una società di riconoscere il medesimo fatto come significativo e discutibile. Quando questa trama si lacera, il fatto stesso perde la sua forza ordinatrice: diventa un puro oggetto, un punto inerte su cui proiettare prospettive inconciliabili. Il campo sociale, allora, diviene una proliferazione oncologica di interpretazioni in lotta.
Mi pare che la guerra cognitiva si muova precisamente in questo varco: non mira a sostituire un’interpretazione con un’altra, bensì a moltiplicarle all’infinito, a rendere ogni prospettiva tanto fragile quanto provvisoria, a dissolvere ciò che sorregge la possibilità stessa del giudizio. I social media, in questa dinamica, operano come acceleratori: frammentano l’esperienza, generano micro–orizzonti in competizione, producono un continuo slittamento della soglia dell’attenzione.
In tale contesto – e questo mi sembra l’elemento di maggiore interesse – più che resistere ai fatti, occorre imparare a resistere alla propria mente. La guerra cognitiva vuole seminare incertezza, non per produrre nuove verità, ma per rendere ogni verità impensabile, nel mentre si afferma con virulenza la propria.
Durante la pandemia da Covid-19 si rese necessario limitare, almeno in parte, la libertà di movimento per tutelare la salute collettiva, con tutte le polemiche e le tensioni che ne seguirono. Forse anche nel contrasto alla guerra cognitiva potrebbe essere inevitabile esercitare qualche riorganizzazione delle libertà del campo da gioco comunicativo, o perlomeno aumentare norme e controlli.
Le misure potrebbero toccare ambiti sensibili come l’informazione, l’espressione e la privacy. Si tratta di un’ulteriore sfida per le nostre società: contrastare la manipolazione senza intaccare quelle libertà che costituiscono il cuore stesso della vita democratica.
Sul lungo periodo, però, servirà un lavoro più profondo di manutenzione delle cornici interpretative compatibili con la democrazia e la società aperta: queste cornici si chiamano, principalmente, scuola, università e informazione. Non si tratta – meglio dirlo con la massima chiarezza – di lavorare per creare uniformità di giudizio. Piuttosto, occorre ricreare uno spazio in cui il pluralismo riesca a tenere alla periferia quelle posizioni che, superata una certa soglia di egemonia, cancellerebbero il pluralismo stesso.
Combattere con le armi della legge contro la propaganda russa va bene, ma alla lunga lo strumento normativo va integrato e superato da quello culturale. L’organismo democratico non può essere stressato oltre un certo limite.
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