


Oleksii Yukov ha dedicato oltre venticinque anni alla ricerca e al recupero dei caduti: prima quelli delle guerre mondiali, poi le vittime del conflitto russo-ucraino. Restituiva nomi ai morti e risposte alle loro famiglie, combattendo non per la gloria, ma contro l’oblio.
Chi è Oleksii Yukov adesso che Oleksii Yukov non è più?
Un’idea nobile di un uomo particolare, un soldato ucraino. Il nome ce lo rende lontano, straniero, trascurabile nella nostra vita quotidiana, mentre, al contrario, le sue gesta sono già storia e raccontano cosa sia la battaglia per la dignità, per definire un perimetro irrinunciabile al dirci umani.
Forse la sua storia ci riguarda? Di cosa si è occupato e perché è importante parlarne?
Oleksii Yukov ha guidato il gruppo di ricerca e recupero Platsdarm, fondato a Sloviansk, la sua città natale. Dal 2014 è stato il primo team ucraino a cercare sistematicamente i caduti direttamente nelle zone di combattimento.
Dal 2014, con l’inizio del conflitto russo-ucraino, aveva rivolto la propria attività alle vittime della nuova guerra.
Il suo raggio d’azione comprendeva i caduti ucraini e quelli russi, questi ultimi destinati agli scambi di salme.
Nel 2014 evacua i corpi di alcuni soldati ucraini dal campo di battaglia vicino a Ilovaisk. Sopravvive poi per un soffio a un’esplosione nell’oblast di Kharkiv, che gli costa la vista da un occhio.
Collabora con lo Stato maggiore ucraino al programma umanitario “On the Shield” e diventa protagonista del documentario di Radio Free Europe “Return My Name”.
Nei racconti raccolti dai giornalisti che lo hanno conosciuto sul campo, come Stefania Battistini, Oleksii descriveva il proprio mestiere non come un semplice recupero di salme, ma come un debito verso i vivi.
Ogni corpo restituito chiude un’attesa, spesso durata anni, per una famiglia che non sapeva se piangere o continuare a sperare.
È un lavoro apparentemente inutile, che non produce trofei né avanzamenti del fronte, ma soltanto referti e identificazioni, e che si misura in decenni più che in singole missioni.
Le gesta di Oleksii trovano il proprio archetipo letterario nell’Iliade.
Nel libro XXIV Priamo attraversa di notte l’accampamento acheo per supplicare Achille di restituirgli il corpo di Ettore, trascinato per giorni intorno alle mura di Troia.
Non chiede vendetta né giustizia. Chiede un cadavere, perché senza rito funebre l’anima non trova pace e il nome del morto rischia di sparire insieme al corpo.
È la stessa sfida che Yukov ingaggia ogni volta che scava nella terra o nella neve sotto il fuoco nemico: non recupera soltanto resti, ma contende un nome all’oblio, prima che il tempo e l’assenza di testimoni lo cancellino per sempre.
È un dovere necessario, precedente a ogni ideologia, nazionalità e parte in conflitto, rivolto verso amici e nemici senza distinzione, come dimostra la sua disponibilità a cercare anche i caduti russi.
Achille stesso, prima di cedere alla supplica di Priamo, tiene Ettore insepolto proprio per negargli la dignità.
La letteratura greca tramanda che il corpo senza sepoltura è l’onta più grave che si possa infliggere a un uomo, più grave della morte stessa.
Poco prima, nel libro XXIII, lo stesso Achille celebra per Patroclo funerali immensi, con giochi e sacrifici, a conferma che la cura del cadavere è misura dell’amicizia quanto dell’ostilità.
Nell’Odissea, l’ombra di Elpenore ferma Odisseo agli inferi con la stessa richiesta: un cadavere insepolto grava su chi resta, non soltanto su chi è caduto.
La tragedia attica erediterà questo principio, rendendolo esplicito quando Antigone sfida un editto pur di seppellire il fratello. La sepoltura non è pietà: è una legge che precede qualsiasi legge degli uomini.

L’antichità greca affida a un piccolo gruppo di divinità esattamente ciò che Oleksii ha sfidato ogni giorno sul campo. Lete, personificazione dell’oblio, dà il nome al fiume degli inferi le cui acque cancellano la memoria delle anime destinate a un nuovo ciclo.
È la sorte che minaccia ogni soldato senza nome, destinato a scomparire due volte: nella morte e nell’assenza di memoria.
Contro di lei Oleksii combatte letteralmente in un corpo a corpo, scavando la terra e la neve che Lete utilizza per compiere il proprio lavoro, sfidando il nemico e il destino.
Le tre Moire, Cloto, Lachesi e Atropo, filano, misurano e recidono il filo della vita. Rappresentano un destino ineluttabile al quale nessun eroe si sottrae: né Ettore, né Achille, né i soldati che Oleksii riporta alla luce dalla terra, dalle trincee sepolte dai proiettili dell’artiglieria pesante e dalle fosse comuni.
Non è possibile pretendere di riannodare quel filo già reciso, riportare in vita ciò che è morto: sarebbe hybris, l’errore che nella tragedia greca precede sempre la rovina.
Oleksii contesta però alle Moire la seconda morte, quella della cancellazione dalla memoria, l’unica sulla quale un uomo può ancora intervenire dopo che il destino ha già parlato.
Thanatos, fratello gemello di Hypnos, personifica la morte stessa. Viene spesso raffigurato mentre solleva i corpi dei caduti con un gesto privo di violenza, quasi di cura.
È un’immagine non lontana dal modo in cui Oleksii Yukov tratta i resti che recupera, uno per uno: mandibole, femori, frammenti. Ne raccoglie i brandelli a uno a uno, restituendo loro un’identità prima ancora che un funerale.
Entrambi figli di Nyx, la Notte, Thanatos e Hypnos condividono con Lete la stessa genealogia oscura: quella delle forze che sottraggono l’uomo alla luce e alla memoria dei vivi.
A Lete si oppone Mnemosine, madre delle nove Muse e dea della memoria. È lei, in fondo, la divinità tutelare che Oleksii Yukov ha servito fedelmente, restituendo un nome a chi sarebbe stato cancellato per sempre.
In questa cornice Oleksii Yukov assume i tratti dell’eroe classico.
Certo, gli eroi omerici cercano la gloria imperitura che li renderà immortali nel canto attraverso l’atto di uccidere. Oleksii, al contrario, non combatte per la propria fama, ma restituisce agli altri la possibilità di essere ricordati. Restituisce il pianto, scavando dove nessuno può arrivare.
Il suo campo di battaglia non porta vittorie, ma fa riemergere nomi.
Se Ettore muore compiendo il proprio dovere fino all’ultimo istante, Oleksii non è impegnato nell’atto di combattere, ma in quello, altrettanto antico e sacro alla cultura greca, di restituire dignità a chi l’ha persa.
La morte di Oleksii Yukov, avvenuta pochi giorni fa e confermata dalla moglie Yevheniia Kaluhina, chiude il percorso di un eroe contemporaneo che, credo, anche Omero avrebbe riconosciuto come tale: l’eroe capace di sfidare Lete per un quarto di secolo e di onorare Mnemosine ogni giorno.
Ha sfidato il destino e ha difeso, a costo della vita, il pianto e la memoria.
Le Moire, alla fine, hanno reciso anche il suo filo, come recideranno quello di ognuno di noi. Ma la sfida non è mai stata vincere il destino e la morte, quanto negare loro l’ultima parola.
Tocca ora ad altri proseguire il compito che fu suo: strappare al nulla il riposo dei caduti, dare loro dignità e mantenere le loro spoglie nel perimetro dell’umano.
Che la terra gli sia lieve.
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