

“La grazia” di Paolo Sorrentino è qualcosa di più di un buon prodotto di cinema d’autore. Si tratta di un grande film di impegno civile, sulla scia della grande tradizione italiana di “Le mani sulla città” o “Il caso Mattei”, che indica allo spettatore una via per uscire dalla crisi attuale rivalutando la buona politica, la moderazione, la competenza, accompagnate e integrate da un elemento spirituale ed emotivo tanto diverso dalle idee “gridate” e dalla demagogia che oggi vanno per la maggiore.
Il Presidente De Santis (interpretato da Toni Servillo), nella fantasia di Sorrentino, è un vecchio democristiano tutto d’un pezzo: giurista insigne, profondamente cattolico, prudente, rispettoso del cerimoniale e profondamente consapevole dei suoi doveri, ormai alla fine del suo mandato.
Ma sotto traccia vive un’inquietudine che poco traspare all’esterno, ma cresce ogni giorno di più. Alla nostalgia per la moglie scomparsa si aggiunge il rancore mai sopito per un antico tradimento di lei.
C’è poi il difficile rapporto con la figlia, che pure lavora al suo fianco, segnato da incomunicabilità e incomprensioni, l’umanissimo dispiacere di vedere finire il proprio mandato e quindi di sparire dalla scena pubblica, la malinconia per una vita che sente ormai al tramonto.
E c’è qualcosa in più, un’insoddisfazione sorda per quello che è stata la propria esistenza, tutta votata al diritto, alle forme, alla prudenza, che adesso gli appaiono più che altro come schermi, come difese artificiali servite solo a tenerlo lontano da una “verità” che appare sempre più inafferrabile.
In questa sottile, e mai apertamente dichiarata, crisi esistenziale, arrivano tre difficili decisioni da prendere: la firma di una legge sull’eutanasia e due grazie da assegnare, due episodi in cui i due condannati sostengono di aver ucciso per “salvare” il compagno dalle sofferenze, psichiche in un caso, fisiche nell’altro.
De Santis non riesce a decidere facendo leva solo sulle sue competenze e sui suoi principi. Sente di doversi far ispirare da qualcosa di nuovo, qualcosa di diverso, di dover cogliere l’occasione di affrontare anche le sue manchevolezze, i suoi dubbi e le sue sopite sofferenze per poter scegliere al meglio.
Se nel cinema di Nanni Moretti, almeno nelle migliori prove, il protagonista è un integralista che viene sconfitto dalla realtà della vita, molto più complessa di quanto lui vorrebbe credere, ed è costretto alla fuga o alla sconfitta, nella Grazia di Sorrentino, che pure affronta un tema simile, il Presidente De Santis non nega la realtà.
Non fugge di fronte ad essa, ma vi si adatta con il suo stile, il compromesso, la riflessione. Il Presidente in crisi non si trasforma in un’altra persona, non si “converte”, resta fedele a se stesso, ma capisce che non deve più avere paura di ascoltare anche il suo cuore.
Viene colto dal dubbio, e il dubbio è “la Grazia” che completa la sua esperienza umana e politica. Prenderà le sue tre decisioni non solo sulla scorta del diritto, di cui è il massimo esperto, dei principi o delle consuetudini, ma anche con l’aiuto della propria emotività.
I suoi sentimenti, tenuti a freno ma non più ignorati, gli chiariscono quello che i libri di giurisprudenza e le procedure non sono mai riusciti a chiarirgli.
L’Italia della Grazia è un Paese profondamente diverso dal nostro. È una nazione serena e pacificata, che il Presidente De Santis ha “salvato” da un irresponsabile (facile intuire l’allusione) e ora vive un periodo prospero.
Conflitti politici e sociali restano sullo sfondo. Si può decidere anche un tema divisivo come l’eutanasia con serenità e pacatezza.
La sensazione degli spettatori è di assistere a un film vecchio di venti o trent’anni, proprio come il telefonino del protagonista in una delle ultime scene. Tutto sa di antico, di “buone cose di ottimo gusto”, per parodiare Gozzano, di moderazione, di buon senso, di una politica ideale che forse non è mai esistita.
Sembra di essere in una Prima Repubblica idealizzata, un Paese fantastico e felice, come i principati da favola dei film della Hollywood degli anni ’50, dove non esistono la rabbia e la cattiveria che vediamo tracimare ogni giorno dal web.
E infatti di social, per esempio, non si parla mai. Le piccole eccentricità del Presidente De Santis passano sotto traccia: le conoscono solo i fedelissimi, la figlia, il corazziere, il consigliere militare. Il mondo di fuori rispetta i tempi del mondo interiore.
Al netto delle “sorrentinate”, delle scene paradossali e surreali, che non mancano certo ma non disturbano, anzi accompagnano bene la narrazione, Sorrentino, come dicevamo, è riuscito a realizzare un film di grande impegno civile.
In che senso? Nel senso che offre un modello di decisione politica, in cui valgono la competenza, la riflessione, l’interesse pubblico, i principi, mediati però anche dai sentimenti e dall’emotività, che vanno a integrare felicemente tutto il resto.
Un’utopia politica, probabilmente, così lontana dallo spirito del nostro tempo, in cui impazzano i Trump e i Salvini, eppure così desiderabile: un sogno a occhi aperti che forse, chi lo sa, siamo ancora in tempo a far diventare realtà.

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