

Per comprendere la profondità dell’abisso in cui l’Occidente sta scivolando, non serve guardare alle macerie dell’Ucraina, ma al mare. È lì, tra le onde del Mediterraneo, che va in scena la sintesi perfetta dell’impotenza europea e dell’astuzia jihadista: il caso della Flotilla.
Un circo mediatico e politico che, non a caso, riprende il largo proprio ora. Come ha sottolineato Libero Quotidiano, la ong spagnola Open Arms ha deciso di mollare momentaneamente la consueta rotta dei migranti africani per aggregarsi alla “Global Sumud Flotilla”. L’ammiraglia dell’organizzazione salperà il prossimo 12 aprile da Barcellona, sventolando la promessa di consegnare aiuti e, soprattutto, l’intento esplicito di “rompere il blocco illegale di Israele”.
Quella che viene venduta all’opinione pubblica come una nobile crociata umanitaria è, a una più attenta analisi, un’operazione militare condotta con altri mezzi, una trappola diplomatica dove l’Europa recita la parte dell’idiota utile. La Flotilla non serve a portare aiuti — logisticamente irrilevanti rispetto ai convogli via terra — ma a generare uno scontro simbolico.
Eppure, per scardinare i meccanismi di questa narrazione tossica, non possiamo fermarci alla superficie: occorre spostare lo sguardo dai volti noti dell’attivismo e chiederci chi tiri realmente le fila dietro le quinte. Chi progetta queste missioni? E soprattutto, chi trasforma l’indignazione occidentale in un’arma strategica?
Se indaghiamo sulle regie occulte di questi presunti convogli umanitari, l’illusione svanisce per lasciare spazio ai veri burattinai. È a questo punto che emerge il nome di Zaher Birawi: cittadino palestinese-britannico residente a Londra, opera da decenni in Europa sotto la copertura di giornalista e attivista per i diritti umani.
Direttore del Palestinian Return Centre a Londra, si presenta dietro la rassicurante facciata di fondatore della “Freedom Flotilla Coalition”. Birawi è stato ufficialmente designato come operativo di Hamas non solo da Israele, ma anche dal Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti.
I documenti rinvenuti a Gaza lo indicano nero su bianco come il perno delle operazioni esterne dell’organizzazione in Europa. È lui l’architetto politico che unisce la piazza londinese ai bunker di Gaza, colui che utilizza parlamentari europei e attivisti in buona fede come veri e propri “scudi umani diplomatici”.
L’obiettivo tattico è chiarissimo: costringere Israele a un intervento militare in acque internazionali per massimizzare il costo politico e ottenere una condanna mediatica globale. È la vittoria del paradosso: l’aggressore organizza la provocazione e l’Europa, accecata dal suo senso di colpa, finanzia e applaude la recita.
Ora, con l’ingresso in scena di attori navigati come Open Arms, la saldatura tra l’umanitarismo da passerella occidentale e gli interessi del radicalismo islamico raggiunge il suo apice grottesco.
Ma come è possibile che un’organizzazione terroristica riesca a mobilitare il supporto morale e politico del Vecchio Continente? Qui entra in gioco il vero capolavoro di Hamas: il cavallo di Troia del soft power.
Hamas ha compreso, con un cinismo machiavellico, che per conquistare l’Occidente non servono le scimitarre, ma il vocabolario dei diritti umani. Ha dismesso i panni del fanatismo religioso per indossare quelli della “resistenza anticoloniale”.
Attraverso una galassia di onlus, centri culturali e associazioni caritatevoli — spesso legate alla Fratellanza Musulmana — l’islamismo radicale è penetrato nel tessuto sociale europeo.
È un’operazione di mimetismo culturale: Hamas utilizza strumentalmente un linguaggio occidentale per creare un’alleanza tattica con i movimenti progressisti. Sfruttando la comunicazione di prossimità e immagini di sofferenza civile, oscura la propria natura teocratica per presentarsi come vittima.
Infiltra il dibattito politico, partecipa a conferenze, legittima la propria narrazione nelle università. L’Europa ha aperto le porte al nemico non perché è stata invasa, ma perché è stata sedotta dalla sua stessa retorica sui diritti, abilmente ritorta contro di essa.
E organizzazioni come Open Arms, consapevolmente o no, si prestano perfettamente a fungere da cassa di risonanza per questo meccanismo, scambiando l’attivismo marittimo per una lotta di liberazione.
Tuttavia, nessuna guerra, nemmeno quella cognitiva, si combatte gratis. E qui crolla definitivamente il mito dei “combattenti disperati”. Dietro la facciata della beneficenza si nasconde un impero finanziario da mezzo miliardo di dollari.
Lungi dall’essere isolata, Hamas gestisce un fondo sovrano ombra che replica le dinamiche di una holding multinazionale. Il Tesoro USA e le indagini internazionali hanno scoperchiato un network che spazia dal settore immobiliare alle costruzioni, con asset in Turchia, Algeria, Sudan ed Emirati Arabi.
Società come la Trend GYO, quotata alla borsa di Istanbul, non sono altro che polmoni finanziari che permettono all’organizzazione di riciclare denaro e rimanere operativa nonostante le sanzioni.
La Turchia funge da hub logistico intoccabile, offrendo protezione legale ai banchieri del terrore che operano sotto lo status di “investitori”. Questo sistema ibrido mescola fondi leciti e illeciti, donazioni umanitarie deviate e profitti aziendali, rendendo quasi impossibile per le banche europee distinguere tra un imprenditore e un finanziatore della jihad.
Siamo di fronte a una macchina perfetta: la Flotilla — ora tirata a lucido con le ammiraglie delle ong europee — crea il caso mediatico, il soft power manipola le coscienze europee per giustificarlo e l’impero finanziario paga il conto.
Finché l’Occidente continuerà a guardare il dito della solidarietà ignorando la mano che gestisce il portafoglio e la strategia, continueremo a finanziare la nostra stessa dissoluzione culturale e politica.
Fonti
U.S. Department of the Treasury, Treasury Targets Covert Hamas Investment Network and Finance Official, U.S. Department of the Treasury (2022)
Department of the Treasury, Treasury Targets Significant International Hamas Fundraising Network, U.S. Department of the Treasury (2024)
J. Palti, Hamas Plots in Europe: A Shift Toward External Plots?, CTC Sentinel (2025)
NationBuilder, Dr Zaher Birawi and the Palestinian Return Centre (PRC), We Believe in Israel (2024)
Flotilla, il circo riparte in mare. E spunta Open Arms, Libero Quotidiano (2026)

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E naturalmente per portare aiuto a quella povera gente che sta letteralmente morendo di fame aspettano che si apra la stagione, quando, da quelle parti, si potranno godere bagni di sole e belle nuotate. Portando 200 tonnellate di cibo, vale a dire un etto per ogni abitante di Gaza.
Ci stiamo consegnando mani e piedi legati all’invasione islamica.
Hanno già vinto.