
È d’obbligo una premessa: chi scrive è nato dopo la morte di Berlinguer, non ha mai baciato una ragazza in una piazza gremita in attesa che il segretario del PCI prendesse la parola, non ha mai sfilato per le strade a favore dei cileni e dei vietnamiti, né ha mai sentito i propri fluidi corporei scorrere all’unisono con il fiume della storia in attesa dell’“alba rossa” cantata dagli Inti-Illimani. Per pure ragioni anagrafiche, mi si perdonerà il fatto di non aver pianto dall’inizio alla fine guardando film di Andrea Segre “Berlinguer: la grande ambizione”.
È indubbio che il film in questione sia un ottimo lavoro. L’ambientazione, la sceneggiatura, la fotografia sono mirabili, ed Elio Germano dimostra un talento eccezionale. Inoltre, il film trasmette appieno la gravità, il livello etico-culturale della politica di quegli anni che davvero impressiona se comparato a quello di oggi; è infatti commovente la narrazione di una società, ora scomparsa, dove la coscienza di classe c’era davvero, la fiducia del proprio ruolo nella società c’era davvero, e le assemblee degli operai che discutono con il segretario del Partito Comunista chiamandolo “compagno” e si infiammano coscienti del proprio ruolo nella storia non possono che suscitare una strana emozione anche in chi, quegli anni, non li ha mai vissuti.
Da ultimo, la totale simbiosi tra l’uomo ed il politico Berlinguer non è mai sdolcinata, e questo rende giustizia ad un uomo che fu oggetto di un culto personale senza precedenti da parte di milioni di persone che lo ammiravano per la sua dignità e compostezza.
Però c’è qualcosa che non torna. Ed è il solito problema di noi italiani che, quando raccontiamo dei nostri eroi, non riusciamo a vincere l’intimo terrore di non essere giudicati abbastanza buoni. A fronte di una letteratura russa monumentale, che ha come fulcro della propria ricerca le contraddizioni più indicibili dell’animo umano, a fronte del cinema americano, ossessionato dall’esplorare con crudezza febbrile gli assassini, i bruti, i mostri dell’America, a fronte di un certo cinema nordeuropeo tetro e disturbante (pensiamo a Lars von Trier, tra gli altri), il nostro cinema fatica davvero a raccontarci i nostri lati oscuri.
Eppure, quanto sarebbe interessante un film alla David Lynch su Togliatti, padre costituente, pilastro della repubblica e della lotta antifascista, ed al tempo stesso stretto collaboratore di Stalin e perfetto conoscitore delle mostruosità dell’Unione Sovietica, chissà cosa pensava davvero, quali tormenti interiori viveva, oppure quale cinismo e fervore ideologico gli consentivano di tenere insieme una vita squassata da tali contraddizioni. Mettiamoci il cuore in pace, un film del genere non lo vedremo mai.
Perché anche su Berlinguer il buono non si riesce a compiere quel movimento di macchina, a girare quella scena sospesa che ci suggerisce tra le righe che, forse, al di là di tutto, quella non era del tutto la parte giusta. Che nei ponderati discorsi su una società futura dove non ci sono né ricchi né poveri, ma “ognuno prende secondo i propri bisogni”, c’era qualcosa di assimilabile ad una grande presa per i fondelli.
Che forse, nonostante Reagan e la Thatcher facessero schifo, anche l’idea classista di essere operai e rimanere operai per tutta la vita in nome del determinismo storico non era forse il migliore dei mondi possibili. E poi, in un’epoca (oggi) dove si fanno le battaglie per cambiare il nome a “Via Tripoli”, possibile che in un film su un segretario del PCI non si accenni minimamente al silenzio connivente dinanzi agli orrori dell’URSS?
Né alla contraddizione disarmante della “questione morale” sollevata proprio dai comunisti (della serie: non potevano crederci davvero, c’è un limite anche alla farsa)? Eppure, nel film in questione il rapporto con l’Unione Sovietica è sì raccontato, ma viene fatto percepire come accessorio, come qualcosa di non realmente importante, non troppo lontano dall’ insofferenza tra Calenda ed il Campo Largo.
Su questo ultimo punto non sono mancate le critiche di coloro, tra cui Nanni Moretti, che quel tempo l’hanno vissuto, e che ricordano l’opposizione dei militanti dello “stato nello stato” (così Pasolini definiva la comunità dei comunisti italiani) nei confronti del compromesso storico. Invece, il film ci racconta di un uomo solitario che sembra lottare in tutti i modi per affrancare il PCI dall’Unione Sovietica, senza che il popolo di cui era portavoce avesse nulla da ridire. “Ma noi comunisti italiani non siamo mai stati comunisti!” diceva Staino in un suo fumetto, potrebbe essere questa la morale del film.
Ciò che Berlinguer pensava veramente, che concezione avesse dell’Italia nel mondo, e se davvero credeva all’idea di socialismo che andava predicando non lo sapremo mai, ed il film si guarda bene dall’avanzare qualche ipotesi. Forse è meglio così. Ed è meglio così anche per tutti gli spettatori che ai circoli Arci stanno applaudendo il film, i vecchi commossi per il ricordo della loro giovinezza ed i giovani che si dicono: “certo che se ci fosse ancora lui tutto sarebbe diverso”. Chissà, se ci fosse ancora sarebbe probabilmente opinionista a Rete4, e avrebbe firmato la prefazione del libro di Telese. A maggior ragione, è meglio così.
Ebbene, ancora una volta abbiamo avuto ciò che ci piace: la storia di un santo umano, di un passato da rimpiangere, di un popolo innocente, della coscienza a posto. Grandi talenti registici e attoriali per un film di due ore che scorre con facilità, lasciando nello spettatore un velato senso di nostalgia, poche risposte e, cosa spiacevole per un’opera d’arte, poche domande.
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